Cosa avrà mai pensato Mohamed Bouazizi prima di uccidersi?

08.06.2013 - Vito Correddu

Quando si cerca di relazionare oggetti e fatti la cosa più difficile è quello di strutturare un pensiero coerente. Spesso il rischio è quello di cadere in analisi che ricordano quelle che fanno gli appassionati di numerologia quando provano a relazionare il tuo numero di scarpe, la tua data di nascita e il numero di caratteri che compone il tuo nome per spiegare che la distanza tra la luna e la terra è un numero iscritto sulla tua carta di credito. Le analisi dei numerologi, lo sappiamo, non hanno nessun fondamento scientifico, però hanno almeno un merito, provano ad avvicinarsi al mistero. Osano spiegarlo, irrazionalmente a determinarlo, ma sempre gli sfugge. Ma in fin dei conti cos’è l’ispirazione se non il frutto di un tentativo di avvicinarsi al mistero? Con questa speranza e consci dei rischi che si corrono e soprattutto senza la pretesa di arrivare a conclusioni definitive, cercheremo di relazionare fatti che apparentemente non hanno (e quasi sicuramente non hanno) nessun rapporto tra loro.

Era il 5 giugno 1989 quando un essere umano che passò alla storia come “il rivoltoso sconosciuto” decise di opporsi ad una colonna di carri armati che stavano per entrare in Piazza Tienanmen.  Quali pensieri avevano spinto quel “rivoltoso sconosciuto” a sbarrare la strada a quelle gigantesche macchine da guerra? Quale straordinaria convinzione, che al di là di quel mostruoso metallo e tremendi cingolati, gli faceva intravedere un’umanità simile alla sua? Cosa avrà pensato il pilota di quel carro armato? Non si seppe più nulla del “rivoltoso” ma ciò che ne seguì fu il massacro di migliaia di studenti e intellettuali che dal 22 aprile si erano accampati a Piazza Tienanmen tra scioperi della fame e sit-in. La protesta chiedeva una modernizzazione della Cina, quindi democrazia e pluralismo.

Quel “rivoltoso sconosciuto” del 1989  sembra riecheggiare “la donna in rosso” che il 1 giugno 2013 ad Istambul si opponeva agli idranti della polizia turca. Il contesto è molto diverso. Siamo in un paese musulmano, anche se Ataturk lo volle fortemente laico. Qui la protesta nasce in apparentenza per salvare degli alberi del Gezi Park a Istambul, ma oggi sembra si sia trasformata in qualcosa di diverso. Anche la rivoltosa sconosciuta è immobile. Non si lascia ingannare dalla forza e dalla violenza degli idranti della polizia. E’ anche lei impregnata dalla stessa convinzione che muoveva “il rivoltoso sconosciuto”?
Cosa avranno pensato i piloti dei carri armati sovietici quando entrarono a Praga nell’agosto del 1968? Anche allora si pensò che per fermare i blindati non servivano le mine anticarro. Eppure solo pochi decenni prima, il 15 marzo del 1939, Hitler entrava a Praga dopo aver minacciato un massiccio bombardamento, ma in quel caso nessuno osò sbarrargli la strada. Cosa era successo di nuovo nella coscienza di quella nazione per spingerla ad opporsi in maniera pacifica all’avanzata sovietica?

“Ser joven y no ser revolucionario es una contradicción hasta biológica” (Essere giovani enon essere rivoluzionari è una contraddizione biologica)  diceva Salvador Allende nel 1972. L’11 settembre del 1973 Salvador Allende morì nel colpo di stato capitanato da Pinochet. L’11 marzo 1990 Pinochet lasciò il potere in Cile dopo aver perso un plebiscito che chiedeva di votare per un nuovo mandato presidenziale di 8 anni. Esattamente dopo 20 anni, l’11 marzo 2010, Sebastian Pinera sale al potere dopo aver vinto le elezioni presidenziali. Sostiene che “La educación es un bien de consumo”. Scatta la protesta studentesca. Cosa muove veramente gli studenti cileni? Si tratta solo di avere un’educazione non asservita al Grande Capitale?

In Iran, nel giugno 2009, le manifestazioni della cosiddetta “Rivoluzione verde” o “Risveglio persiano” protestavano per i presunti brogli durante le elezioni presidenziali. I risultati ufficiali dicono che il vincitore è nuovamente Ahmadinejad, ma Mir Hosein Musavi reclama la vittoria per se. L’Iran sciita vanta il più alto tasso di alfabetizzazione rispetto ad altri paesi islamici, apparentemente più emancipati. La partecipazione delle donne nell’università è particolarmente alta, tanto che in alcune università arriva al 65% degli studenti. Decine di migliaia di persone partecipano alle manifestazioni di protesta; molti di questi giovani sono in grado di documentare con i social network, la mobilitazione e gli attacchi della temibile Basiji (forza paramilitare iraniana). Comincia la condivisione in tempo reale della protesta e tutto il mondo si sente ancora più vicino a quelle donne e a quegli uomini. Erano passati solo 30 anni dalla rivoluzione iraniana del ’79, partita anche grazie alle audiocassette con messaggi di Khomeini diffuse in tutto il paese. Il repressivo regime dello Scià non riuscì a sopravvivere alle idee di un’ayatollah che viveva a Parigi e proponeva il Corano a fondamento della nazione. Il 30 marzo 1980 un referendum sancì la nascita della Repubblica Islamica dell’Iran con il 98% dei voti. La modalità in cui l’Ayatollah Khomeini arrivò al potere definì la rivoluzione iraniana come la prima rivoluzione nonviolenta dopo quella indiana.

Il 17 dicembre 2010 un giovane ambulante tunisino Mohamed Bouazizi si diede fuoco per protesta dopo il sequestro della sua merce da parte della polizia. Un gesto estremo che segnò l’inizio di  quella che è ormai conosciuta come la “Primavera araba”. Movimenti di protesta si diffusero in Tunisia, Algeria, Marocco, Mauritania, Libia, Egitto, Sudan, Libano, Siria, Giordania, Oman, Yemen, Arabia Saudita, Bahrein, Gibuti, Iraq. Ad oggi quattro capi di stato hanno lasciato il potere, ma di questi solo Mu’ammar Gheddafi è stato ucciso da ribelli sostenuti dall’Occidente. Solo nel caso della Libia c’è stato un intervento militare di forze straniere. Al Cairo invece, si adotta una pratica di lotta che ricorda quella di Piazza Tienanmen. Centinaia di migliaia di egiziani protestano contro il regime di Mubarak occupando per giorni Piazza Tahrir e anche qui i social network sono protagonisti nel raccontare, spiegare, coinvolgere, coordinare le mobilitazioni e le azioni di protesta. Anche qui come a Praga nel ’68 la gente sale sui carri armati. Cosa avrà mai pensato Mohamed Bouazizi prima di uccidersi?

A Madrid, il 15 maggio 2011, a pochi mesi dall’occupazione di Piazza Tahrir, un movimento di protesta, chiamato in seguito dai media “Indignados”, decide di occupare Puerta del Sol. Le persone si accampano, si organizzano, si fanno assemblee, si prendono decisioni e soprattutto si rifiuta ogni forma di leaderismo. Il movimento è contro il sistema capitalista, lo strapotere delle banche e vuole la democrazia reale, non quella formale dei politici al servizio del potere economico. La sua metodologia di lotta è la nonviolenza.

In Birmania nel 2007 alcune marce di monaci buddisti diedero vita a quella che in seguito fu chiamata  la “Rivoluzione Zafferano”. Prese il nome dal colore delle vesti dei monaci buddisti. Fu una forma di protesta che richiedeva la democrazia nel paese e che aveva assunto come metodologia di lotta l’azione nonviolenta, nello stesso stile che già Aung San Suu Kyi per anni aveva adottato. Con le marce di protesta silenziosa dei monaci buddisti l’azione nonviolenta ora non appassiona solo gli intellettuali ma anche gruppi religiosi. Questa volta però l’ispiratore della protesta è un intellettuale statunitense, Gene Sharp. I suoi scritti sono tradotti in birmano e in 5 dialetti locali.

Tenzin Gyatso aveva ormai 15 anni  e da 13 anni era il Dalai Lama quando nel 1949 il Tibet divenne parte della grande Repubblica Popolare Cinese. D’allora la resistenza tibetana fu sempre soffocata nel sangue, ma solo di recente e più precisamente a partire dal 2008 le proteste hanno cominciato ad apparire sui media internazionali e ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica. Anche qui come in Birmania la protesta è guidata dai monaci e la loro metodologia è la nonviolenza, anche se dal 2009 almeno 119 tibetani si sono dati fuoco per protesta. Cosa avrà mai pensato Mohamed Bouazizi prima di uccidersi?

Il grande ventre molle dell’India, nell’agosto del 2011 si risveglia da un lungo sonno. Anna Hazare, battagliero attivista di 74 anni dalla forte impronta ghandiana, è a capo di un movimento contro la corruzione. Milioni d’indiani si mobilitano per le strade e sembra che si stia proponendo la versione indiana della primavera araba. Si reclama una legge che argini concretamente la corruzione dilagante nel paese e si chiedono politiche di miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. Come il Mahatma, anche Anna Hazare va in prigione. Viene arrestato mentre stava organizzando un digiuno pacifico, nel parco pubblico che custodisce il mausoleo di Gandhi. Il governo indiano lo libererà di lì a poco dopo un grande sollevamento popolare.

Nella primavera del 2010, in Thailandia, manifestanti disarmanti abbigliati da T-shirt rosse e in seguito chiamate Camicie Rosse (Red Shirt) si scontrano con la polizia. Sono l’espressione delle Thailandia rurale che si oppone allo strapotere della grande città Bangkok, in cui si concentra il potere politico ed economico del paese. Le camicie rosse si oppongono al governo in carica, che prese il potere dopo un colpo di stato nel 2006 in cui fu deposto l’allora primo ministro Thaksin Shinawatra, democraticamente eletto un anno prima. Dal gennaio 2011, due volte al mese si radunano per ricordare le vittime degli scontri con la polizia e chiedere nuove elezioni.

Il 5 marzo 2013 muore Hugo Chavez. Anche lui amava portare la camicia rossa e il suo movimento per un socialismo del XXI secolo ha certamente creato non pochi problemi alle oligarchie latino americane e yankee. S’ispira a Simon Bolivar, che nel 1805 passando per Roma e più precisamente a Monte Sacro fece il suo celebre giuramento: “Giuro per il Dio dei miei genitori, giuro per il mio onore e per la mia Patria, che non darò riposo al mio braccio né pace alla mia anima finché non avrò rotto le catene che ci opprimono per volontà del potere spagnolo”. Simon Bolivar s’intreccia con Garibaldi e Monte Sacro si collega idealmente al Gianicolo. Garibaldi è così appassionato dalla figura di Bolivar che nel suo secondo viaggio nelle Americhe si reca in un piccolo villaggio sulle coste del Perù per incontrare una vecchia signora, Manuelita Saenz, per molti anni compagna di Simon Bolivar. Attraverso Manuelita vuole conoscere meglio l’uomo che fece quel giuramento. Un giuramento di un uomo che ora vuole un’Italia unita. Fin dal 1843 in difesa della Repubblica di Uruguay, Garibaldi adotta come segno distintivo dei suoi volontari la camicia rossa. Questo indumento divenne poi celebre nel Risorgimento italiano.
E’ poi così certo che Garibaldi non abbia nessuna relazione con il “rivoltoso sconosciuto”? Intanto a Piazza Tienanmen sventola una bandiera rossa, così come sventola il mistero della complessità, della sincronicità e del susseguirsi degli avvenimenti.

Categorie: Cultura e Media, Internazionale, Opinioni
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