Ho letto con attenzione l’articolo di Andrea Cozzo, amico e collega stimato. Proprio per questo ritengo importante confrontarmi pubblicamente con il suo intervento, che muove da premesse con cui concordo in parte significativa, ma da cui seguono conclusioni che mi lasciano molte perplessità.

Sulla sua affermazione iniziale siamo quasi pienamente d’accordo: aggiungerei solo che la Costituzione non nasce soltanto dall’antifascismo, ma è antifascista, in quanto prodotto storico di quel conflitto. L’antifascismo non è una delle sue origini storiche: è un suo principio costitutivo. E se quei valori sono davvero indiscutibili, risulta problematico porre come orizzonte una «via d’uscita accettabile per tutti», quasi che la memoria storica debba rendere simbolicamente conciliabile ciò che storicamente non lo è. Questo è compito della politica semmai, una politica capace di trasformare la base materiale su cui si innervano ideologie diverse, tra cui quelle di dominio che si basano sulla violenza per difendere privilegi e ricchezze sfruttando il lavoro, e non solo il lavoro, delle altre persone.

Personalmente, pur comprendendo le parole di Foa e ciò che Andrea in parte condivide, vorrei dire che il fatto che i morti appartengano tutti alla stessa specie è per me solo una constatazione biologica, ma non può essere una categoria morale o politica. Di conseguenza non condivido la distinzione tra persona e azione. Se la persona è degna di senso morale le sue azioni conseguono da quella responsabilità che il suo senso morale pone in essere. Il riconoscimento della soggettività morale — fondamento di qualsiasi giudizio etico, incluso quello di Cozzo — già presuppone l’agency e dunque la responsabilità differenziata: non si può invocare la dignità del soggetto per attenuarne la responsabilità senza togliere a quel soggetto la stessa condizione che lo rende degno di considerazione morale. Giudicare la persona per le sue azioni mi pare quindi un atto eticamente fondato.

Anche il richiamo alle «diverse storie culturali, esperienze, gradi di consapevolezza, condizioni materiali» mi convince poco — non perché sia sbagliato in sé, ma perché va analizzato empiricamente e storicamente, non evocato in astratto. La posizione di dominio o di sottomissione degli uni e degli altri è fondamentale e non è equiparabile. Del resto la prova empirica più eloquente è questa: nella stessa condizione di povertà e pressione del ventennio, tra i lavoratori sfruttati e i subalterni, vi fu chi scelse la resistenza e chi aderì al fascismo — per opportunismo, conformismo o paura, poco importa ai fini del giudizio storico. La stessa condizione materiale produsse scelte opposte. Il contesto condiziona le condizioni entro cui l’individuo sceglie, ma non le determina: la libertà, pur situata, resta libertà e con essa la responsabilità. La trasformazione strutturale d’altra parte non avviene attraverso scelte individuali illuminate: passa dalla pressione collettiva organizzata, dal conflitto, dalla crisi di legittimità. Spiegare non equivale ad assolvere. Né a relativizzare.

Anche l’affermazione secondo cui sarebbe presuntuoso o narcisistico credere che saremmo stati contro il fascismo mi convince solo in parte. Chi ha già scelto, consapevolmente e accettandone le conseguenze, i valori per cui lotta oggi, può legittimamente affermare che avrebbe scelto allo stesso modo allora: non per presunzione, ma per coerenza con una posizione già costruita e difesa. L’incertezza controfattuale non può trasformarsi in neutralizzazione della responsabilità storica.

La formula «necessaria ma non giusta», applicata alla violenza utilizzata dai partigiani, presuppone un orizzonte nonviolento come alternativa teoricamente disponibile. Ma il fascismo si impose attraverso la violenza organizzata prima ancora di diventare regime: lo squadrismo, l’olio di ricino, l’assassinio di Matteotti, l’incarcerazione di Gramsci, non furono eccessi contingenti ma il metodo costitutivo con cui una forza politica armata distrusse le organizzazioni del movimento operaio e le libertà politiche elementari. Di fronte a una simile violenza strutturata, la risposta armata non era solo necessaria: era giusta, perché era la forma proporzionata di autodifesa collettiva contro un dominio che si era già imposto con la forza.

I casi di resistenza nonviolenta che Andrea cita — Napoli e Modena nel settembre 1943 — vanno onorati: il boicottaggio, la disobbedienza civile, la non-collaborazione agiscono attraverso pressione collettiva e conflitto, non persuasione argomentativa. Ma avvengono quando il regime è già in dissoluzione militare: non dimostrano che la nonviolenza fosse una via percorribile nei decenni precedenti, ne sono un effetto tardivo.

Questo non significa glorificare la violenza né negare il valore normativo della nonviolenza come orizzonte etico. Significa riconoscere che i dominanti cedono quote di potere solo quando il costo del mantenerlo supera quello della concessione, e che tale mutamento è quasi sempre prodotto di conflitto, pressione, organizzazione collettiva. Vi è inoltre una conseguenza logica: chi dissolve la responsabilità individuale nel contesto perde la possibilità di giustificare la ribellione dei subalterni, che diventerebbe anch’essa mero prodotto del contesto invece di scelta consapevole. Sul piano astratto posso condividere che nessuna guerra sia «giusta» nel senso che nessuna è desiderabile; ma se è storicamente necessaria per abbattere un ordine di dominio violento, può essere considerata giusta rispetto al fine che persegue, a condizione che la valutazione passi per la sproporzione tra la violenza dell’oppressione e quella della resistenza, per il nesso con la difesa dei subalterni, e per la direzione storica del conflitto rispetto all’emancipazione.

Ian Angus (**), nel suo lavoro sulle enclosures, lo mostra bene: i contadini messi violentemente alla fame avrebbero dovuto opporre ai recinti una migliore esegesi delle Scritture? La stessa Bibbia che predicatori e moralisti brandivano contro l’ingordigia dei nobili, salvo poi usarla per condannare la ribellione dei contadini e giustificarne la morte? La storia, talvolta, è meno pedagogica di quanto piacerebbe ai pedagoghi.

Per questo nutro forti riserve rispetto alla tesi conclusiva di Andrea: la ricorrenza della Liberazione non andrebbe «agitata per zittire e vincere contro qualche nostalgico», ma celebrata con «modi e toni tali da con-vincerlo». Ma anche in questa forma circoscritta la proposta presuppone che i nostalgici siano persuadibili attraverso il tono giusto — con buona pace di Jürgen Habermas. I nostalgici non sono semplicemente disinformati: aderiscono a un sistema di valori che difende posizioni e risorse reali o immaginate. Il razzismo non è un errore cognitivo da correggere ma un rapporto sociale che risponde a interessi situati — chi sostiene la remigrazione non lo fa per ignoranza, ma perché quella posizione difende privilegi percepiti in un contesto di scarsità. Chi invece aderisce a posizioni post-fasciste per disorientamento o assenza di alternative credibili è esso stesso prodotto di condizioni materiali — precarietà, deindustrializzazione, erosione dei legami collettivi — che nessun cambiamento nel registro commemorativo può toccare. La risposta è politica e sociale, non retorica.

La memoria del 25 aprile dovrebbe liberarci non tanto dalle dicotomie in quanto tali, quanto dalle semplificazioni astratte: non attenuando l’antagonismo tra fascismo e antifascismo, ma comprendendolo meglio, storicizzandolo più a fondo, riconducendolo alle strutture sociali, economiche e politiche che lo generarono.

Concordo con Andrea che questa celebrazione non debba essere identitaria né ridursi a una ritualità di contrapposizione.

Ed infatti per me essere antifascista è un sentire profondo per ciò che la Resistenza fu — non un’identità astratta — e per ciò che l’antifascismo significò: non solo la liberazione dal fascismo, ma la lotta contro l’oppressione, come la Carta costituzionale sancì — al di là della distanza tuttora esistente tra costituzione scritta e costituzione materiale.

Essere antifascista, ricordare la Resistenza è dunque uno dei modi in cui si lotta per l’emancipazione degli oppressi. Questa memoria è fondamentale per chi vuole trasformare la realtà esistente e per non dimenticare che non tutto è uguale nella storia, e i morti non fanno eccezione.

 

* Ricercatore di sociologia presso il Dipartimento “Culture e società” dell’Università di Palermo
**  Ian Angus, The War Against the Commons: Dispossession and Resistance in the Making of Capitalism, N.Y., Monthly Review Press, 2023
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