Il nuovo presidente del Cile, José Antonio Kast, ha un piano per contrastare l’immigrazione. Basterà creare un fossato al confine con le nazioni vicine (Perù e Bolivia in primis), e successivamente servirà erigere una barriera: «Le ruspe costruiranno la nostra sovranità», ha dichiarato alla stampa nazionale e internazionale a neanche una manciata di giorni dalla propria elezione.

Sarebbero 336.000 gli immigrati irregolari secondo le stime (rigorosamente approssimative) che il nuovo esecutivo cileno ha fornito il 19 [marzo] in esclusiva alla «Bbc». Kast, eletto da neanche venti giorni, ha chiarito sin da subito la sua rottura coi governi precedenti (tutti di sinistra) strizzando l’occhio a Trump, al periodo della dittatura di Pinochet e alle «cose buone» di quel periodo. Ammesso che ve ne siano. Sebbene voci critiche si siano alzate dei confronti della decisione del Presidente, l’opinione pubblica non sembrerebbe reagire significativamente.

A poco è valso il monito del deputato degli umanisti Tomas Hirsch che ha criticato il modo di fare di Kast parlando di «frasi facili per risolvere problemi complessi».

Le ruspe sarebbero lo strumento con cui non solo il Cile si separerà idealmente da Perù e Bolivia ma con cui «riconquisterà la propria identità». La prima trincea è stata scavata alla frontiera col Perù, nel mezzo del deserto valico di frontiera di Chacalluta ma il messaggio è rivolto anche e soprattutto a Rodrigo Paz Pereira, presidente boliviano. Da quel punto i due paesi distano meno di duecento chilometri.

Sebbene Kast e Paz Pereira abbiano portato la destra in auge, le storiche ruggini tra Cile e Bolivia potrebbero riemergere a causa della questione migratoria, impossibile da sostenere ulteriormente per Santiago del Cile.

Triangolazione venezuelana

Dalle città di El Alto e La Paz, la capitale più alta del mondo, transita la rotta della migrazione proveniente dal nord-est del Sudamerica. Ad intraprendere i viaggi all’interno della regione sono perlopiù persone di nazionalità venezuelana in cerca di stabilità e di lavoro.

Tentare di attraversare a piedi il Darién, la terra di nessuno che separa la Colombia da Panama (dunque dal Messico e infine dagli Usa), è sempre più sconsigliato: il tratto è nelle mani dei trafficanti e i governi dei paesi interessati non si stanno occupando della questione, che nel frattempo volge sempre di più in un crogiolo di complessità.

Ma se la via che porta verso Messico e Usa è bloccata, cosa rimane a chi ha deciso di lasciare il proprio paese? L’unica alternativa è quella di tentare l’approdo dall’altra parte della costa, cioè in Cile, al netto dell’ira di Kast, passando per la Bolivia. Paese, quest’ultimo, spesso meta d’approdo per l’immigrazione venezuelana, così come viene registrato nella città di El Alto grazie alla presenza della «Casa Luz Verde» (Casa Luce Verde), punto d’accoglienza, di assistenza alle madri e ai minori, nonché d’assistenza legale, cogestito da Fundacion Munasim Kullakita e da Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati).

Guardando a Trump

Le strutture d’accoglienza possono tuttavia essere messe in discussione a causa dei repentini cambi di governo dell’intera regione. Il Cile è solo l’ultimo dei paesi che nell’ultimo periodo ha abbracciato la ‘dottrina Trump’ in ambito economico, in politica interna ed estera. Ora, infatti, il presidente Usa sta sfruttando a proprio vantaggio la condizione di frammentazione politica del Sudamerica. Lo ha fatto ad inizio mese a Miami con la costituzione dello “Shield of the Americas (Scudo delle Americhe)”, formalmente uno strumento volto a contrastare «traffico di droghe, criminalità internazionale e immigrazione illegale» ma nei fatti una «alleanza militare» con gli Usa, come ribadito dagli stessi sottoscrittori dell’accordo.

Argentina, Cile, Bolivia, Guyana e Paraguay hanno aderito entusiasticamente allo «scudo» e nei fatti stanno portando i loro paesi sempre più sotto l’orbita statunitense. I tempi dell’Alba, l’Alleanza bolivariana anti statunitense, parrebbero essere tramontati da un pezzo.

Il Brasile nel frattempo, proprio a margine della riunione di Miami a cui il presidente Lula non ha partecipato, ha raggiunto un accordo economico con la Bolivia di Paz Pereira. I due, sebbene distanti politicamente, si sono ritrovati nella firma di un accordo che possa guardare «al benessere dei due paesi» e che sappia «andare oltre le differenze politiche». Un ponte necessario per entrambi: per il Brasile, così da non rimanere isolato politicamente, per la Bolivia per un rilancio che non sia solo a stelle e strisce.

Articolo pubblicato su «L’Eco di Bergamo» del 30.3.2026.