Il sociologo Lelio Demichelis presenterà il proprio libro intitolato Tecno-archía, o la Nave dei folli. La banalità digitale del male all’incontro, organizzato dalla Rete delle Alternative, in svolgimento a Casale Monferrato la sera di giovedì 5 marzo prossimo.

Casualmente, o forse no, pubblicato dalla casa editrice denominata Derive Approdi, il testo si ispira alla Nave dei Folli dipinta da Hieronymus Bosch.

Nel 2021 l’analisi dendrocronologica del pannello ligneo ha accertato che l’opera pittorica venne realizzata nel 1494 insieme ad altre due rappresentazioni, lAllegoria dei piaceri e la Morte di un avaro, con cui formava un trittico e, anche con il Venditore ambulante, compone un ciclo che illustra i paradossi di quell’epoca.

Sicuramente il soggetto del quadro era ricorrente della tradizione popolare del XV secolo.

Nel medioevo la nave dei folli veniva ‘messa in scena’ alle sfilate carnevalesche per ridicolizzzare i potenti e nella letteratura è stata raffigurata nel poema composto da Jacob van Oestvoren nel 1413, una parodia dell’Odissea che narra le tragicomiche avventure di una compagnia di libertini imbarcati su un vascello alla deriva….

Casualmente, o forse no, due anni prima che il pittore fiamingo raffigurasse la nave dei folli, nel 1492, la ‘scoperta dell’America’ aveva cambiato il mondo, da allora in poi diventato ‘globale’, e così scombussalto la Weltanschaung (visione del mondo) e inaugurato la modernità.

Casualmente, o forse no, questa ‘rivoluzione’ di ogni prospettiva, dalla sfera cognitiva a tutte le dimensioni ed estensioni della realtà, era conseguita alla folle impresa condotta da un navigatore visionario.

Casualmente, o forse no, questo esploratore e conquistatore del nuovo mondo era italiano, precisamente ligure…

… e, curiosamente, il personaggio iconico protagonista delle tragicomiche avventure nei tempi moderni del Belpaese, il ragionier Ugo Fantozzi, è una figura emblematica ideata e interpretata dal genovese Paolo Villaggio e la Nave dei Folli è stata riproposta come tema del Carnevale di Genova del 2023.

Forse non casualmente nello stesso anno in cui Hieronymus Bosch la raffigurava, il 1494, la nave dei folli veniva descritta nell’antologia di 112 satire intitolata Das Narrenschiff (La Nave dei Folli), composta dal tedesco Sebastian Brant e illustrata con xilografie, alcune di Albrecht Dürer, a cui il filosofo francese Michel Foucault fece riferimento nella propria tesi di dottorato, e sua ‘opera prima’, stampata nel 1961 con il titolo Folie et Déraison. Histoire de la folie à l’âge classique, in Italia tradotta ed edita nel 1976 da Rizzoli (Storia della follia nell’età classica), che l’ha riproposta di recente, nel 2025.

Casualmente, o forse no, anche Tecno-archía di Lelio Demichelis è stato pubblicato nel 2025…

… e, oltre che anche lui ispirato all’immagine iconica della nave dei folli, a sua volta il sociologo italiano evoca La banalità del male, il titolo in italiano del libro scritto da Hannah Arendt, un’allieva (ed amante) di Martin Heidegger, ed edito nel 1963 che è un testo caposaldo della storia contemporanea e della filosofia politica post-moderna.

Approfondendo la descrizione dei fatti di cui aveva riferito con i propri reportage pubblicati sul settimanale The New Yorker come corrispondente, cioè delle udienze del processo svolto a Gerusalemme in cui il generale nazista Otto Eichmann era incriminato di genocidio e venne condannato a morte, l’autrice di Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil ha affrontato la questione della responsabilità morale di un’intera generazione complice delle atrocità compiute sotto gli occhi di tutti

… un dilemma allora cruciale e oggi nuovamente attuale perché, come nella prima metà del XX secolo quando l’olocausto veniva perpetrato alla vista dell’opinione pubblica del mondo occidentale informata dai mass-media, nei primi decenni del XXI secolo stragi, massacri, carneficine e devastazioni e genocidi ed ecocidi avvengono al cospetto dell’umanità iper-connessa ai social-media che ‘tamburano’ le notizie in tutto il villaggio globale.

Tecno-archía è il nome che Lelio Demichelis dà alla modernità e alla sua razionalità strumentale/ calcolante-industriale (in verità irrazionale, con crisi sociale e climatica insieme).

La tecno-archía domina il mondo da tre secoli ed è arrivata oggi a produrre algoritmi, IA e uomini sempre più dipendenti dalle macchine, oltre all’ecocidio.

Sembra la Nave dei folli del pittore Hieronymus Bosch, senza vele e timone e carica di un’umanità impazzita. A differenza di quella Nave, però, ha una rotta ben definita e vele spiegate: si chiamano profitto, digitalizzazione e sfruttamento illimitato di uomini e biosfera.

Lelio Demichelis propone una critica radicale an-archica e demo-cratica al potere totalitario dominante, al sistema tecnico e alla nuova classe delle macchine.

Un libro decisamente controcorrente.

Tecno-archía, o la Nave dei folli. La banalità digitale del male / Derive Approdi – 2025

La Rete delle Alternative accoglierà Lelio Demichelis a Casale Monferrato (sala Giumelli – piazza C. Battisti, 1) alle 21:00 di giovedì 5 marzo prossimo:

“Dialogando con Alberto Deambrogio, Lelio Demichelis presenterà un testo che non è nichilista. Al contrario, è un appello accorato alla riscoperta della politica e dell’etica. Ci inviterà a tornare ad essere soggetti invece che utenti, a rivendicare il diritto all’errore, all’inefficienza, al silenzio. La sua è una resistenza umanistica che passa per la riappropriazione del linguaggio e del pensiero critico. In un’epoca dominata dall’algoritmo, Demichelis ci condurrà attraverso un’analisi lucida e coraggiosa del nostro presente, paragonando l’umanità contemporanea alla celebre Nave dei folli di Bosch: un’imbarcazione alla deriva, in balia di una razionalità tecnologica che sembra aver smarrito il senso dell’umano. Il sottotitolo, richiamando esplicitamente Hannah Arendt, solleva interrogativi urgenti sulla banalità digitale e su come la delega totale alle macchine stia riconfigurando il potere e la democrazia. La banalità digitale si manifesta nell’accettazione passiva degli algoritmi, nella delega alla nostra capacità critica a sistemi di calcolo e nella trasformazione della vita in un flusso ininterrotto di dati. Il male oggi non è un evento tragico e riconoscibile, ma un processo silenzioso di svuotamento dell’umano, una burocratizzazione dell’esistente mediata dagli schermi”.

L’incontro è anticipato dall’intervista pubblicata il 9 gennaio scorso su ALTERNATIV@

Contro la gabbia fatta di numeri, calcolo, calcolabilità del sistema capitalistico neoliberale – Tre domande a Lelio Demichelis

Alberto DeambrogioSpesso si parla di algoritmi come strumenti tecnici di controllo, ma lei introduce il termine tecno-archia per suggerire un vero e proprio regime ontologico. In che modo questa “archia” (questo comando) differisce dalle forme di totalitarismo del Novecento, e perché oggi l’obbedienza al sistema sembra passare attraverso la ricerca individuale di performance e autorealizzazione?

Lelio Demichelis: Differisce nel senso che è la Tecno-archía (totalitaria per sua essenza) ad avere permesso la nascita poi dei totalitarismi politici del ‘900. Ma totalitaria era anche la società tecnologica avanzata, come la definiva Marcuse negli anni ’60. Quindi gli algoritmi non sono solo strumenti tecnici di controllo, ma una delle forme tecniche ontologiche per il governo eteronomo della vita degli uomini in una società tecnica, dove l’uomo sta smettendo pure di pensare, lasciandolo fare alla IA. Ma tutto ha la sua radice nella modernità, nella rivoluzione scientifica e poi industriale e la Tecno-archía è iper-totalitaria e produce e sussume in sé anche totalitarismi apparentemente settoriali – come quello oggi digitale, ieri quello industriale e consumistico. Tecno-archía che si esprime nella ontologia della razionalità strumentale/calcolante-industriale, intendendo per ontologia il senso omologato e uniforme del come dover vivere, del cosa dover pensare e fare,di tutti e di ciascuno. È il potere archico non tanto di singoli uomini (come la monarchia o l’oligarchia), ma di un sistema di pensiero, del fatto sociale totale-totalitario della iper-modernità digitale, che ha chiuso tutti noi in una gabbia fatta di numeri, di calcolo e di calcolabilità, di pianificazione archica, di standardizzazione anche se tutto è offerto come sempre nuovo e diverso. E crediamo che questo sia razionale confondendo l’esatto matematico con il giusto morale – mentre è una razionalità irrazionale, una Nave dei folli– dove sfruttamento si affianca ad auto-sfruttamento, libertà a repressione, crisi climatica e sociale a edonismo e irresponsabilità.

A.D.Se la tecnica non è più un mezzo ma il fine ultimo che tutto sussume, che spazio rimane per il “politico” inteso come capacità di immaginare alternative? La tecno-archia ha definitivamente neutralizzato la dialettica tra capitale e lavoro, trasformandoci tutti in semplici “funzionari” di un apparato che non prevede più il dissenso?

L.D.: Apparentemente nessuno spazio, se il politico è stato tradotto/tradito in tecnico ed economico. Per ritrovare il politico dovremmo uscire dalla Tecno-archía – e questa uscita è per me il nuovo spazio politico e del politico da costruire. La democrazia, nella Grecia antica, nasce quando il demos prende consapevolezza del proprio potere (crazia e non archía) e depone l’oligarchia. Oggi vige ovunque il medesimo regime ontologico/teleologico (l’archía) di accrescimento illimitato e di volontà di onnipotenza. E quindi, deporre la Tecno-archía sembra essere l’unica e ultima possibilità rimasta, difficile ma necessaria. Purtroppo, in questo non ci aiuta il marxismo che non solo ha accettato il potere archico del capitalismo/neoliberalismo, ma da sempre rifiuta di comprendere il potere archico in sé e per sé della tecnica moderna e industriale – tecnica che mai libera l’uomo (rifiutando, essendo un potere archico, uomini liberi e autonomi, li vuole funzionali e produttivi sempre di più) –;ovvero è l’organizzazione tecnica della fabbrica e non la proprietà dei mezzi di produzione la causa dell’oppressione sociale, come scriveva Simone Weil e oggi tutta la società è diventata una fabbrica; e il taylorismo è l’ontologia tecno-archica che si fa prassi, oggi digitale e che ha scomposto la fabbrica, la classe operaia e lo stesso individuo (facendolo divisum) – e da ultimo la conoscenza, nel taylorismo cognitivo della IA – perché tutto possa essere così meglio sussunto/integrato nell’archía. Ovvero: le sinistre continuano a non voler capire che tra uomo, libertà, democrazia e biosfera da un lato e Tecno-archía dall’altro ogni compromesso (come tra capitale e lavoro) è controproducente.

A.D.Nel suo libro emerge l’idea di un’umanità che si adatta plasticamente alle esigenze della macchina. In questa mutazione antropologica, è ancora possibile rintracciare un “residuo umano” che sfugga alla logica dell’efficienza, o la nostra stessa psiche è diventata un’estensione del software globale?

L.D.: Questo adattarci alle macchine – alla Tecno-archía – è ben riassunto dal motto dell’Esposizione Universale di Chicago del 1933: La scienza scopre, l’industria (cioè la tecnica) applica, l’uomo si adegua. E da allora – in realtà dalla rivoluzione scientifica e poi industriale – ci siamo adeguati alla catena di montaggio, alla bomba atomica, alla flessibilità del lavoro e ora ci adattiamo all’intelligenza artificiale e alla crisi climatica, come se fossero dei dati di fatto e non dispositivi eternomi della Tecno-archía. Siamo cioè in un gigantesco deficit di democrazia (ovvio, essendo sussunti in un sistema archico), in un massimo di alienazione (se devo adeguarmi, non sono libero) e in un colossale sbilanciamento di potere. E sì, crediamo di poter decidere su quasi tutto, ma mai possiamo su scienza, tecnica e capitale (e la democrazia economica e industriale del ‘900 sono state parentesi presto richiuse, grazie al digitale e al neoliberalismo), cioè mai sui poteri che più impattano, ma archicamente, su di noi. E allora, non basta (ma è comunque doveroso) conservare spazi e tempi che sfuggano alla valorizzazione/mercificazione/efficientizzazione capitalistica-neoliberale e soprattutto all’integrazione tecnica; ma su tutto occorre attivare un nuovo conflitto/antagonismo che sia in primo luogo ontologico contro il potere archico – e se è vero che la critica alla modernità non è cosa nuova, radicalmente nuovo è considerarla un potere archico, come appunto faccio nel mio libro. Ma solo riconoscendola come potere archico si potrà forse generare un pensiero (ma per pensare bisogna leggere libri e non farli riassumere dall’Assistente IA) destituente anti-archico e insieme re-istituente demo-cratico e sempre an-archico. Cioè senza principi/fondamenti assoluti e totalitari (senza arché).

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