Il 19 febbraio è un giorno di lutto per l’Etiopia. E’ il giorno che ricorda gli eccidi compiuti dagli italiani durante la dominazione fascista. Ma l’Italia non ha mai chiesto scusa per quelle stragi né ha mai fatto i conti con il suo passato colonialista in Africa. Una storia di sopraffazione e di violenza che è stata sempre rimossa dai nostri governanti.
A questa tradizione si è attenuta anche la premier Giorgia Meloni che nei giorni scorsi è stata ad Addis Abeba per il secondo vertice Italia-Africa e dove ha avuto colloqui con il primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali. Nessun accenno, neppure questa volta, al nostro passato razzista e ai nostri crimini coloniali.
La rimozione è iniziata subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale. A differenza dei crimini nazisti che, con il Processo di Norimberga, hanno visto non solo la punizione dei colpevoli ma anche l’occasione per una riflessione collettiva su quel tragico periodo storico, nulla di simile è avvenuto nel nostro Paese.
Nella Conferenza di Pace di Parigi del 1946 la delegazione italiana, guidata dal presidente del consiglio Alcide De Gasperi, cercò inutilmente di ottenere la restituzione all’Italia delle sue colonie del periodo prefascista – Eritrea, Somalia e Libia – come riconoscimento e compenso del contributo del nostro Paese alla sconfitta del nazifascismo.
Secondo il governo italiano andava fatta una distinzione tra l’avventura fascista e il dominio coloniale precedente perché quest’ultimo, attraverso gli investimenti economici, avrebbe favorito il progresso delle colonie, accreditando l’Italia come il Paese più capace a condurre il Corno d’Africa verso l’autogoverno.
La delegazione etiopica non si limitò ad opporsi alle rivendicazioni territoriali dell’Italia ma chiese che venissero processati per crimini di guerra molti esponenti militari e politici della dittatura fascista che si erano resi responsabili di stragi orrende durante la dominazione coloniale.
Ma la richiesta degli etiopi venne respinta dalle potenze vincitrici, soprattutto dagli angloamericani che vedevano in alcuni personaggi, come il generale Badoglio, un possibile baluardo per la lotta al comunismo.
Gli etiopi ridussero allora le loro richieste, limitandosi a presentare alla Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra solo dieci casi, tra i quali emergevano i nomi di Pietro Badoglio, Rodolfo Graziani, Guido Cortese ed Enrico Cerulli, ovvero le personalità più direttamente coinvolte negli eccidi.
Ma la Commissione delle Nazioni Unite, pur riconoscendo l’accuratezza della documentazione presentata dagli etiopi, accettò la richiesta di estradizione solo per Badoglio e Graziani. Il primo era accusato di aver impiegato armi chimiche vietate dagli accordi internazionali. Il secondo di aver scatenato una brutale repressione attraverso la quale furono massacrati migliaia di civili inermi.
Si era intanto arrivati al 1949. Tutto lasciava sperare che almeno i principali responsabili fossero sottoposti a processo. Ma il governo italiano respinse la richiesta di estradizione e così nessuno ha mai pagato per quei crimini.
Pietro Badoglio morì per un attacco di asma nella sua casa a Grazzano il 1° novembre 1956 e gli vennero riservati anche i funerali di Stato. Rodolfo Graziani, invece, venne processato ma non per gli eccidi in Etiopia bensì per aver collaborato con l’esercito occupante tedesco dall’8 settembre 1943 fino al termine del conflitto nella sua qualità di Ministro della Guerra della Repubblica di Salò.
Condannato a 19 anni di carcere, Graziani se ne vide condonare subito 13, ma scontò solo quattro mesi in quanto venne conteggiato il periodo della carcerazione preventiva. Tornato alla vita civile Graziani continuò a professare le sue idee fasciste e nel marzo del 1953 ebbe come riconoscimento la presidenza onoraria del MSI.
Ma quali furono i crimini commessi dagli italiani in Etiopia? Le Forze Armate italiane, agli ordini di Badoglio e su espressa autorizzazione di Mussolini, utilizzarono ampiamente il gas iprite vietato dal Protocollo di Ginevra del 1925. A Badoglio è attribuita la responsabilità di aver ordinato almeno 65 bombardamenti all’iprite per un totale di oltre mille bombe C-500-T. Inoltre, Badoglio era accusato di aver bombardato ospedali della Croce Rossa.
Quella che è passata alla storia come “la strage di Addis Abeba” avvenne il 19 febbraio 1937. Quel giorno ci fu un attentato della resistenza etiope che aveva come obiettivo il viceré d’Etiopia Rodofo Graziani. L’attentato provocò sette morti e circa cinquanta feriti. Graziani si salvò ma rimase seriamente ferito.
La reazione fu spietata. Il segretario federale del partito fascista Guido Cortese, che aveva sostituito Graziani in quanto in ospedale, fece distribuire armi a tutti gli italiani incitandoli alla mattanza. Gli etiopi vennero trucidati con tutti i mezzi a disposizione: a fucilate, con impiccagioni e a colpi di bastone, ma anche legati ai camion e trascinati lungo le strade. Molti, tra cui anziani, donne e bambini morirono bruciati vivi nelle loro capanne date a fuoco. Si calcola che le vittime furono tra le 20 e le 30.000.
A questa strage seguì quella compiuta nella città santa di Debrà Libanos. Qui, su ordine di Graziani, vennero massacrati i monaci cristiani di osservanza copta, solo perché sospettati di aver protetto gli attentatori del 19 febbraio. Le esecuzioni sommarie vennero attuate dal generale Pietro Maletti al quale furono intitolate delle strade in diversi Comuni italiani, rimosse solo da pochi anni. Il numero dei monaci uccisi non è certo ma si calcola che furono tra 1400 e 2000.
Alcuni ministri italiani della Difesa, come Roberta Pinotti e Lorenzo Guerini, avevano assunto l’impegno di rendere omaggio alle vittime dei crimini italiani in Etiopia ma non se n’è fatto nulla. Niente scuse, dunque, né risarcimenti, né restituzione dei beni artistici che furono rubati agli etiopi dall’esercito italiano. La memoria di quell’epoca sanguinosa continua ad essere velata, se non apertamente oscurata, anche nella Repubblica democratica ed antifascista di oggi.
Ma c’è chi invece, stando al governo, mantiene viva la memoria dell’Italia fascista e coloniale che fu. Come l’attuale ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida, ex cognato di Giorgia Meloni, che nell’agosto del 2012 prese parte ad Affile, in provincia di Roma, all’inaugurazione del mausoleo dedicato a Graziani e sul quale campeggia la scritta “Patria – Onore”. Nell’occasione Lollobrigida non seppe nascondere la sua ammirazione per il “Maresciallo d’Italia” affermando che per lui, e non solo per lui, Graziani (detto anche “il macellaio del Fezzan”) sarà sempre “un punto di riferimento”.










