Venerdì 6 febbraio 2026 lavoratrici e lavoratori portuali di almeno 21 scali tra Mediterraneo e Nord Europa incroceranno le braccia nello sciopero internazionale “I portuali non lavorano per la guerra”, opponendosi al traffico di armi, alla militarizzazione delle infrastrutture e ai piani di riarmo, intrecciando diritti del lavoro e responsabilità etica delle economie globali.
Contemporaneamente, Medici Senza Frontiere (MSF) rischia di dover cessare le proprie attività nella Striscia di Gaza entro il 28 febbraio 2026, per il rifiuto di fornire alle autorità israeliane l’elenco dei propri operatori locali, imposto dalle nuove normative israeliane alle organizzazioni umanitarie.

Due eventi diversi per forma e contesto, ma che convergono su più piani: entrambi hanno una dimensione internazionale e vedono come protagonisti difensori dei diritti umani, figure centrali per la tenuta democratica e sempre più esposte a processi di criminalizzazione.

Nel mondo globalizzato di oggi, parlare di diritti umani e agire oltre i confini non significa “ficcare il naso negli affari altrui”, ma assumersi un impegno riconosciuto da strumenti giuridici internazionali e da pratiche consolidate di solidarietà transnazionale. Fare rete, agire nel proprio territorio in connessione con movimenti di resistenza altrove, significa rafforzarsi reciprocamente e imparare da chi affronta, in contesti diversi, difficoltà simili. Per difendere i diritti umani, si può sia restare a casa sia spostarsi all’estero: nessuna scelta è meno legittima dell’altra.

Agire dentro e fuori le istituzioni: una falsa dicotomia

Questo articolo nasce anche da una discussione accesa, ancora senza accordo, sulla contrapposizione tra chi agisce “dentro” e chi “fuori” dalle istituzioni. Un binomio diffuso, ma fuorviante. L’idea che il progresso dei diritti umani o della giustizia sociale possa essere ottenuto solo dall’interno delle strutture ufficiali o solo attraverso la pressione esterna non regge alla prova dei fatti.

La storia mostra che trasformazioni profonde nascono dall’interazione tra azione interna ed esterna alle istituzioni. Nel Sudafrica dell’apartheid, la mobilitazione interna degli studenti di Soweto nel 1976 e le rivolte successive nei quartieri urbani si combinarono con campagne di boicottaggio e divestment promosse da reti civili all’estero, contribuendo a isolare il regime e a preparare la liberazione di Nelson Mandela. Questi esempi evidenziano come la resistenza possa assumere forme diverse — dal gesto quotidiano alla mobilitazione collettiva globale — e che nessuna singola strategia sia sufficiente da sola. L’esperienza storica mostra anche che chi difende diritti universali spesso rischia repressione e criminalizzazione, mentre mantiene aperto uno spazio di responsabilità sociale. Questo stesso principio guida oggi lavoratori portuali e i medici di msf, operatori umanitari, giornalisti come Linda Maggiori e volontari che, in contesti diversi, cercano di proteggere diritti e vite, intrecciando azioni locali e reti internazionali di solidarietà.

Al cuore dello sciopero dei portuali c’è la volontà di trasformare i porti europei in spazi civili di pace, non in snodi per il transito di armi. Sui moli di Genova, Bilbao, Tangeri e di molti altri scali, le rivendicazioni salariali e di sicurezza sul lavoro si intrecciano con la richiesta che queste infrastrutture non alimentino il genocidio in corso nella Striscia di Gaza, dove la popolazione palestinese è lasciata inerme, senza accesso al cibo, all’acqua potabile, alle medicine e ai carburanti, con enormi difficoltà nel sistema sanitario e sotto bombardamenti israeliani.

Nel porto di Ravenna cittadini e difensori dei diritti umani, tra cui la giornalista Linda Maggiori e l’avv. Andrea Maestri, hanno denunciato la totale mancanza di trasparenza sul transito di armamenti e materiali pericolosi in Romagna, come nel caso della nave New Zealand diretta a Haifa. Esposizioni e accessi agli atti evidenziano che le autorità non forniscono informazioni preventive né controlli successivi, senza chiarire se siano rispettate le norme italiane sulle esportazioni di armamenti (legge 185/1990). Anche il progetto europeo Undersec, che coinvolge il porto di Ravenna e partner israeliani, è stato criticato per scarsa trasparenza. La reazione delle istituzioni resta difensiva, senza risposte né dati verificabili.

Se lo Stato non sa quante armi transitano nei porti italiani, come può tutelare la sicurezza della popolazione dai rischi di esplosioni e incidenti?

In questo quadro, tra criminalizzazione del dissenso e mancanza di trasparenza, la pluralità delle forme di azione non è un limite, ma una risorsa. Non si tratta di relativismo o dispersione, ma del riconoscimento che nessuna pratica isolata è sufficiente a difendere diritti, cambiare contesti o mantenere aperto uno spazio di responsabilità collettiva. L’azione sociale non si esaurisce nell’associazionismo formale: attraversa scelte quotidiane, dal lavoro alle relazioni, gesti ordinari.

Anche nel campo umanitario questa pluralità è evidente. MSF, una delle principali organizzazioni mondiali di assistenza medico-umanitaria, si trova oggi in una situazione critica a Gaza: la decisione israeliana di porre fine alle sue operazioni, a seguito della mancata presentazione degli elenchi del personale, riflette un uso delle normative denunciato dalle ong internazionali come minaccia alla sicurezza degli operatori e alla continuità dell’assistenza sanitaria. Nel 2025, MSF aveva condotto quasi 800.000 consultazioni ambulatoriali e assistito circa un terzo dei parti nella Striscia, oltre a gestire una quota significativa dei servizi ospedalieri.

Chi sono i difensori dei diritti umani

Non sono figure mitiche o “santi civili”, ma persone comuni: cittadini, sindacalisti, giornalisti, contadini, insegnanti, lavoratori di ogni settore, poeti, popoli indigeni, volontari. Persone che promuovono diritti fondamentali e rendono visibile ciò che altrimenti resterebbe invisibile. Il loro intervento comprende il monitoraggio e la documentazione delle violazioni, l’informazione pubblica, l’advocacy e la pressione politica, l’educazione e l’arte, il boicottaggio mirato e varie forme di disobbedienza civile. In molti contesti di conflitto e crisi, queste azioni contribuiscono in modo concreto a proteggere e salvare vite innocenti.

Questo impegno è riconosciuto e tutelato da strumenti del diritto internazionale come ICCPR (1966), ICESCR (1966), CAT (1984), ICERD (1965), la Dichiarazione ONU sui difensori dei diritti umani (1998)¹ e, in Europa, dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) con la sua Corte, ratificata da tutti gli Stati membri dell’UE.

Esperienze come Operazione Colomba, la Global Sumud Flotilla o la testimonianza di Vittorio Arrigoni mostrano come la protezione civile dal basso e il monitoraggio partecipato, oltre a costruire ponti tra comunità locali e reti internazionali, siano fondamentali per proteggere e salvare vite di innocenti in contesti di conflitto e crisi.

Eppure oggi queste figure sono sempre più criminalizzate. In Italia, proposte legislative come i cosiddetti ddl sicurezza e il ddl antisemitismo rischiano di colpire volontari, attivisti, giornalisti e movimenti sociali. A livello globale, rapporti delle Nazioni Unite e osservatori indipendenti segnalano un aumento di persecuzioni e arresti arbitrari. In un clima di crescente criminalizzazione mediatica e giudiziaria, questi attivisti incarnano l’ultimo baluardo di resistenza civile contro sistemi che tradiscono la democrazia e scivolano verso forme di repressione tipiche dei regimi dittatoriali.

I difensori dei diritti umani non sostituiscono le istituzioni, ma mantengono aperto uno spazio di responsabilità sociale, segnalano crepe nei sistemi giuridici e politici e riducono il costo umano del cambiamento. Dalla cittadinanza attiva alle reti territoriali, dal consumo critico alle campagne di boicottaggio, queste pratiche mostrano come le ingiustizie raramente derivino dall’assenza di leggi, ma più spesso dalla cattiva applicazione, dalla corruzione, dal conflitto d’interessi e dalla mancanza di trasparenza.

Siamo in una fase storica di forti tensioni globali, attraversata da crescenti disuguaglianze economiche e da crisi che mettono a dura prova la tenuta democratica. Secondo il World Inequality Report 2026, il 10% più ricco della popolazione mondiale detiene circa tre quarti della ricchezza globale, mentre la metà più povera ne possiede appena il 2%. Il rapporto di Oxfam Nel baratro della disuguaglianza (gennaio 2026) segnala inoltre che la ricchezza aggregata dei miliardari nel 2025 ha raggiunto livelli record, ampliando ulteriormente il divario tra ricchi e poveri e mettendo a rischio la stabilità delle società e la partecipazione democratica.

In questo contesto di crescenti disuguaglianze e tensioni, ogni azione individuale o collettiva contribuisce a costruire il tessuto del cambiamento e del miglioramento sociale, tanto a livello locale quanto internazionale. È in questo tessuto che risiede la forza dei difensori dei diritti umani.

E mentre il disaccordo su chi agisce dentro” e chi fuori” resta sospeso, la bussola rimane chiara: i diritti umani e la solidarietà guidano le nostre scelte, a prescindere dal punto di partenza e dalla modalità di lotta. Le idee e gli ideali sono immortali: anche quando chi li difende viene incarcerato, criminalizzato o ucciso da un sistema oppressivo, da leggi ingiuste e da un braccio armato che obbedisce ciecamente ai comandi di chi non si sporca le mani, di chi svende e inquina il proprio territorio mentre parla di patriottismo.  Sopravvive lesempio di chi ha resistito e ciò che hanno seminato: una sete di giustizia che cambia forma, ma non si estingue.

MARRICHIWEU!
Per il popolo Mapuche significa: “per uno che cade, dieci si alzeranno”.

Petizione: Fuori le armi da porti, ferrovie e aeroporti italiani  Campagna promossa da BDS Italia

Nota a piè di pagina

  1. La Dichiarazione ONU sui difensori dei diritti umani (1998), il Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR, 1966), il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (ICESCR, 1966), la Convenzione contro la tortura (CAT, 1984) e la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale (ICERD, 1965) riconoscono la legittimità dell’azione dei difensori dei diritti umani in gran parte del mondo. La CEDU, ratificata da tutti gli Stati membri dell’UE, permette ai singoli di rivolgersi alla Corte contro violazioni dei diritti fondamentali, come è avvenuto in Italia e Spagna per la protezione dalla discriminazione, la libertà religiosa o la tutela delle vittime di traffico umano. In contesti come Russia e Turchia, la Corte ha contribuito a difendere libertà di espressione e protezione dalle discriminazioni, mostrando quanto sia prezioso questo livello aggiuntivo di tutela. La Russia, sospesa dal Consiglio d’Europa dal 2022, non ha più accesso a questo strumento.