Riprenderà domani presso la seconda sezione civile del Tribunale ordinario di Roma il processo civile intentato da Greenpeace Italia, ReCommon e 12 cittadine e cittadini italiani nei confronti di ENI e dei suoi azionisti Cassa Depositi e Prestiti (CDP) e Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), ritenuti responsabili di danni alla salute, all’incolumità e alle proprietà, nonché per aver messo, e aver continuato a mettere, in pericolo gli stessi beni per effetto delle conseguenze del cambiamento climatico a cui la società contribuisce da decenni come grande inquinatore.

Il procedimento, denominato dalle due associazioni “La Giusta Causa”, ha avuto inizio il 9 maggio del 2023, quando Greenpeace Italia, ReCommon e 12 cittadine e cittadini hanno presentato un atto di citazione nei confronti di ENI e dei suoi azionisti. Era stato poi interrotto nel luglio del 2024, dato che i proponenti avevano fatto ricorso alla Corte di Cassazione per stabilire se in Italia fosse possibile o meno istruire cause climatiche. ENI, CDP e MEF avevano infatti eccepito “il difetto assoluto di giurisdizione del giudice ordinario adito”, di fatto contestando la possibilità di procedere con una causa climatica davanti a una corte ordinaria.

Nel luglio del 2025, le sezioni unite della Suprema Corte hanno dato pienamente ragione a Greenpeace Italia, ReCommon e 12 cittadine e cittadini, confermando con un provvedimento di portata storica che nel nostro Paese si può chiedere giustizia climatica in tribunale.

Le due organizzazioni e le cittadine e i cittadini coinvolti nella causa – provenienti da aree già colpite dagli impatti dei cambiamenti climatici, come l’erosione costiera dovuta all’innalzamento del livello  del mare, la siccità, le ondate di calore, la fusione dei ghiacciai e altri eventi estremi – avevano chiesto al Tribunale di Roma l’accertamento del danno e della violazione dei loro diritti umani alla vita, alla salute e a una vita familiare indisturbata.

Gli attori che hanno intentato la causa domandano inoltre che ENI sia obbligata a rivedere la propria strategia industriale per ridurre le emissioni derivanti dalle sue attività di almeno il 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2020, come indicato dalla comunità scientifica internazionale per mantenere l’aumento della temperatura media globale entro 1,5 gradi Centigradi secondo il dettato dell’Accordo di Parigi sul clima. È stata infine chiesta la condanna del Ministero dell’Economia e delle Finanze, azionista influente di ENI, affinché sia obbligata ad adottare una politica climatica che guidi la sua partecipazione nella società in linea con l’Accordo di Parigi.

«Le tragedie dovute ai cambiamenti climatici sul territorio italiano sono oramai sotto gli occhi di tutti ogni settimana. Auspichiamo che il giudice Cartoni finalmente istruisca il dibattimento della Giusta Causa, cosicché ci potremo confrontare in aula sulle responsabilità climatiche di ENI, che continua a investire massicciamente nello sviluppo dei combustibili fossili, principale causa della crisi climatica che viviamo» ha dichiarato Antonio Tricarico di ReCommon.

«Per decenni le aziende del gas e del petrolio come ENI hanno ignorato i crescenti allarmi della comunità scientifica sull’impatto climatico dei combustibili fossili. Ora spendono ingenti cifre in operazioni di greenwashing – inclusa la sponsorizzazione delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina che prenderanno il via a giorni – nel tentativo di ripulirsi l’immagine. La Giusta Causa serve anche a smascherare le gravi responsabilità di ENI e dell’intera industria fossile, che cercano di ostacolare la transizione energetica mentre le persone soffrono per i danni climatici. È giunto il momento di far rispettare la Costituzione Italiana, che protegge l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni», dichiara Simona Abbate di Greenpeace Italia.