Oggi le informazioni ci vengono fornite in maniera destrutturata e spesso ci sfugge il quadro generale. Riguardo all’Iran, dai media apprendiamo che è in corso una rivolta popolare, che il regime di Teheran sta reprimendo con la forza. Dall’altra parte, sempre i media ci informano che Trump ha minacciato di intervenire duramente, anche militarmente.

Daniele Perra spiega che:

“Una prima fase di manifestazioni più o meno spontanee legate al carovita (in larga parte dovuto al pesante regime sanzionatorio statunitense) e a una crisi ambientale che ha ridotto le forniture idriche, soprattutto nella capitale; una seconda fase, invece, di rivolta aperta nei confronti del ‘regime’ e di guerra ibrida (colpisce l’utilizzo di lanciafiamme da parte dei ‘rivoltosi’). Dico ‘più o meno spontanee’ perché la tempistica del loro inizio (subito dopo l’incontro di Washington tra Trump e Netanyahu) lascia non pochi dubbi ed ombre… il Mossad ha candidamente affermato di essere presente sul terreno nelle strade delle città iraniane.”

Secondo Jeffrey Sachs:

“Il meccanismo è ormai noto. Gli Stati Uniti impongono sanzioni, schiacciano l’economia, provocano disordini interni. Poi arriva il messaggio: se reprimete quei disordini, andremo in guerra contro di voi. È un gioco vecchio, uno schema collaudato del manuale operativo americano. Prima si strangola l’economia, poi si alimentano tensioni sociali; se lo Stato reagisce, quella reazione diventa il pretesto per tentare il rovesciamento del governo, in nome della ‘protezione del popolo’.”

Queste osservazioni non intendono in alcun modo giustificare il regime di Teheran, la cui crisi non dipende solo da fattori esterni, ma è anche la conseguenza di profonde contraddizioni interne. Tuttavia, l’interferenza di potenze straniere può solo produrre disastri ancora più gravi. A rendere la situazione particolarmente delicata è il fatto che ci troviamo in una regione altamente militarizzata. L’Iran è una potenza regionale di primo piano, dotata di una forte influenza geopolitica e di ingenti risorse naturali. Per questo è da tempo nel mirino della politica statunitense. Oggi, però, ciò che preoccupa maggiormente Washington è la collaborazione dell’Iran con Cina e Russia.

Secondo l’analista Jiang Xueqin:

“L’Iran è il perno geografico e strategico di un sistema commerciale eurasiatico alternativo. Se questa alleanza si consolidasse, gli Stati Uniti perderebbero l’accesso commerciale al continente eurasiatico e il sistema basato sul dollaro crollerebbe. Per Washington questa è una questione di vita o di morte. Non è necessario vincere le guerre, ma creare abbastanza caos da impedire la nascita di un ordine alternativo.”

“Il mondo è interconnesso. Un conflitto in Medio Oriente potrebbe chiudere lo stretto di Hormuz, scatenando una crisi energetica globale. Le conseguenze si propagherebbero in Europa, Asia e oltre, secondo un classico effetto domino.”

“Tutto questo si inserisce in un quadro di decadenza occidentale. Come osservava Oswald Spengler, le civiltà nascono, crescono e muoiono. L’Occidente mostra tutti i segni della fase terminale: iperurbanizzazione, collasso demografico, disuguaglianze estreme, guerre combattute tramite proxy, decadenza culturale e perdita di coesione sociale.”

Ecco dunque il quadro più ampio, un quadro certamente molto preoccupante. Da queste riflessioni emerge con chiarezza che il declino degli Stati Uniti – e, di conseguenza, dell’Europa – non è soltanto retorica.

Già negli anni ’90, Silo parlava di una rivoluzione inevitabile e meccanica del Sistema, sottolineando però che la direzione che avrebbero preso gli eventi sarebbe dipesa “dall’intenzione degli individui e dei popoli, dal loro impegno a cambiare il mondo”.

Il futuro è incerto e molte sono le strade che si aprono davanti a noi. Ogni fine, tuttavia, contiene anche un nuovo inizio, e ogni azione volta alla pace, alla nonviolenza e alla collaborazione tra le persone e i popoli può aprire un nuovo cammino verso il futuro.