L’8 marzo è passato esattamente un mese dalla pubblicazione dell’ormai arcinoto (ma incredibilmente ignorato) scoop del giornalista investigativo Symour Hersh, circa le probabili responsabilità dell’Amministrazione Biden con il concorso della Norvegia, nel sabotaggio del gasdotto Nord Stream il 26 settembre scorso.

Ne abbiamo riferito anche su questo sito, dando per scontato che un’indagine così dettagliata nel descrivere un’operazione di sabotaggio programmata nei minimi particolari e a tutti gli effetti definibile un Atto di Guerra nei confronti di “governi alleati”, non potesse fare a meno di suscitare… rumore. Almeno qualche richiesta di chiarimento da parte dei nostri governi, in primis quello della Germania, particolarmente danneggiata dall’interruzione di rifornimenti di gas così abbondanti e convenienti da poter essere rivenduti con profitto. Per non dire del Parlamento Europeo, che su quella particolare infrastruttura, considerata prioritaria nel quadro delle Reti Trans-Europee e costata 6+8 miliardi di Euro (tra tratti off-shore e terra ferma), aveva investito ingenti contributi, con il  concorso di tutti i governi EU per cui anche nostri.

E invece niente. All’esibito disinteresse del mainstream di casa nostra come d’oltre-Atlantico, che a parte poche eccezioni ha disinnescato la notizia-bomba con toni di dileggio, si è aggiunto il tombale silenzio proprio di tutti. Non un vagito da parte delle associazioni di categoria, nonostante l’impatto di una simile emergenza sul fronte energetico in tutti i settori e neppure dai sindacati, in relazione a salari che con la scusa della ‘crisi energetica’ non si possono toccare. Neanche l’ombra di un’interrogazione in Parlamento. Nessuna Petition on Line da parte di quella che un tempo si definiva Opinione Pubblica o Cittadinanza Attiva…

E davvero non sapremmo immaginare un caso più esemplificativo di quella “guerra cognitiva” così puntualmente analizzata da Rita Vittori su questa stessa News Letter in un lungo articolo che per comodità di lettura abbiamo pubblicato in due puntate (qui la prima ed ecco la seconda): con le dinamiche pro/anti che facilissimamente si attivano sui social – o con le saracinesche naturalmente sbarrate sulle notizie scomodeo improvvisamente rialzate con ‘rivelazioni’ che sembrano fatte apposta per infittire ulteriormente la nebbia su un evento che, chiunque sia stato il responsabile, resta di inquietante gravità.

Ci riferiamo al rapporto diffuso dal New York Times insieme alle testate tedesche Ard, Swr e Die Zeit (qui l’accurato riepilogo su Il Fatto Quotidiano), secondo il quale il sabotaggio del gasdotto sarebbe l’opera di un non ben identificato gruppo “pro-ucraino” composto da sei persone (tra cui anche un russo e una donna, nel rispetto della par condicio), che si sarebbero servite di uno yacht noleggiato da una società di proprietà ucraina, con sede però in Polonia.

A sostanziare questo rapporto sarebbero delle indagini (non si specifica quali, né quando) condotte dalla US Intelligence (nozione quanto mai vaga), attingendo a fonti comunque anonime sia in Germania, che in Svezia e Danimarca (che effettivamente si attivarono sin da subito con inchieste separate, con risultati però ignoti a cinque mesi dall’accaduto). Inutile aggiungere che il rapporto esclude qualsiasi responsabilità da parte di Zelensky & entourage – e però scagiona sia la Russia che la Gran Bretagna… Per cui che dire? Sembra proprio un modo per togliersi dall’imbarazzo di un silenzio che dopo un mese dal ben più dettagliato scoop di Seymour Hersh stava diventando insostenibile, proponendo una contro-narrazione talmente vaga e poco credibile da assicurare la perfetta messa in moto delle ‘speculazioni’ pur di allontanare il più possibile la verità.

Una verità che però è entrata ormai tra le parole d’ordine del Movimento Pacifista americano, e che solo un’indagine seria, obiettiva, indipendente ed imparziale potrebbe stabilire. Come fin da subito e anche di recente, al G20 di Delhi, ha chiesto il governo di Mosca, con argomentazioni tutt’altro che di parte.

Perché al di là del ‘chi è stato’, al di là delle conseguenze sul piano economico per la Germania e per l’intera Europa e al di là dell’impatto ambientale provocato dalla messa fuori uso di quelle enormi condutture che per oltre 1000 km viaggiavano nei fondali del Mar Baltico (si parla di una fuoriuscita di 300.000 tonnellate di metano, equivalenti a 14 milioni di tonnellate di CO2), un simile evento verificatosi non certo fortuitamente, ma nell’ambito di un conflitto (nel caso specifico fra Russia e Ucraina) rappresenta un precedente di inquietante gravità “per qualsiasi infrastruttura transfrontaliera che d’ora in poi potrebbe diventare target di scenari di guerra”, come ha sottolineato l’economista Jeffrey Sachs durante il più recente Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il 21 febbraio scorso.

Un intervento che qui riproponiamo e da leggere senz’altro con attenzione, perché oltre a ribadire la necessità quanto mai urgente di un’indagine indipendente ed imparziale con la supervisione dell’ONU, descrive con una tale abbondanza di dettagli le specifiche tecniche e le protezioni di quelle tubature, oltre alle condizioni di difficile accessibilità di quel tratto di mare e relativi fondali, da rendere davvero poco credibile la versione del ‘gruppetto pro-ucraino a bordo dello yacht’ diffusa all’Intelligence US.

Testimonianza del professor Jeffrey D. Sachs alla sessione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 21.2.23 sulla distruzione del gasdotto Nord Stream [You Tube]

Trascrizione

Mi chiamo Jeffrey D. Sachs. Insegno alla Columbia University e sono un esperto di economia globale, intesa come commercio globale, finanza, infrastrutture e relative politiche. Sono qui presente oggi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a titolo personale. Non rappresento alcun governo né organizzazione nella relazione che sto per presentare.

La distruzione del gasdotto Nord Stream, avvenuta il 26 settembre 2022, costituisce un atto di terrorismo internazionale e una minaccia alla pace.  È responsabilità del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite indagare su chi possa aver compiuto quest’azione, al fine di consegnare i responsabili alla giustizia internazionale, ottenere un risarcimento per le parti danneggiate e prevenire che simili azioni possano ripetersi in futuro. 

Le implicazioni della distruzione del Nord Stream 2 sono enormi. Vanno considerate non solo le ingenti perdite economiche legate ai gasdotti stessi e al loro potenziale utilizzo futuro, ma anche l’accresciuta minaccia alle infrastrutture transfrontaliere di ogni tipo: cavi Internet sottomarini, gasdotti internazionali per il gas e l’idrogeno, trasmissione transfrontaliera di energia, parchi eolici offshore e altro ancora.  La trasformazione globale verso l’energia verde richiederà una notevole infrastruttura transfrontaliera, anche in acque internazionali. Tutti i Paesi del mondo devono avere la certezza che le loro infrastrutture non potranno essere compromesse da terzi. Non pochi Paesi europei hanno recentemente espresso preoccupazione per la sicurezza delle loro infrastrutture offshore.

Per tutti questi motivi, l’indagine del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulle esplosioni del Nord Stream è una priorità della massima importanza a livello globale.

La distruzione dei gasdotti Nord Stream ha richiesto un altissimo livello di pianificazione, competenza e capacità tecnologica. Entrambi i gasdotti Nord Stream 1 e 2 sono una meraviglia dell’ingegneria (si veda, ad esempio, qui e qui). Ogni sezione di tubo è in acciaio laminato di 4,5 cm di spessore, con un diametro interno di 1,15 metri. Il tubo è racchiuso in un rivestimento di calcestruzzo di 10,9 cm di spessore, per cui ogni sezione di tubo così rivestita di cemento pesa 24 tonnellate. Il gasdotto Nord Stream 2 si prolunga per 1.200 chilometra nel fondo del mare con ben 200.000 tubi.

Distruggere una condotta di acciaio laminato pesante, protetta da cemento, alla profondità di 70-90 metri, richiede tecnologie molto avanzate: per il trasporto degli esplosivi, per le procedure di immersione finalizzate all’installazione degli esplosivi e per la detonazione. Perseguire un simile piano senza essere scoperti, nelle zone economiche esclusive di Danimarca e Svezia, aumenta notevolmente la complessità dell’operazione. Come hanno confermato diversi alti funzionari, un’azione del genere non può che essere stata condotta da un attore di livello statale. E gli attori a livello statale in grado di compiere un’azione del genere, ovvero dotati della capacità tecnica e dell’accesso al Mar Baltico non sono molti: Russia, Stati Uniti, Regno Unito, Polonia, Norvegia, Germania, Danimarca e Svezia, singolarmente o in combinata. L’Ucraina non dispone delle tecnologie necessarie, né dell’accesso al Mar Baltico.

Un recente rapporto del Washington Post ha rivelato che le agenzie di intelligence dei Paesi della NATO hanno concluso che non ci sono prove di alcun tipo che la Russia abbia compiuto questa azione. Ciò corrisponde anche al fatto che la Russia non aveva alcun motivo evidente per compiere questo atto di terrorismo contro le proprie stesse e così importanti infrastrutture. Oltre al fatto che la Russia dovrà sostenere spese considerevoli per ripristinare gli oleodotti. 

Secondo quanto riferito, Danimarca, Germania e Svezia hanno già condotto delle indagini sull’azione di terrorismo che ha messo fuori gioco il Nord Stream. Si può quindi presumere che questi tre Paesi sappiano già parecchio delle circostanze che hanno reso possibili questo attacco. In particolare la Svezia ha forse più cose da riferire al mondo circa la scena del crimine, grazie ai sopraluoghi dei suoi sommozzatori. Tuttavia, invece di condividere queste informazioni, la Svezia ha tenuto segreti i risultati delle sue indagini al resto del mondo, rifiutandosi di condividere le sue conclusioni con la Russia e rifiutando un’indagine congiunta con Danimarca e Germania. Nell’interesse della pace globale, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe sollecitare la consegna immediata dei risultati delle indagini effettuate da quei Paesi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

A oggi esiste un solo resoconto dettagliato della distruzione del Nord Stream, quello recentemente documentato dal giornalista investigativo Seymour Hersh, sulle base delle informazioni da lui raccolte da una fonte anonima. Hersh attribuisce la distruzione del Nord Stream a una decisione ordinata dal Presidente degli Stati Uniti Joe Biden ed eseguita da agenti statunitensi nel corso di un’operazione segreta che Hersh descrive nei dettagli. La Casa Bianca ha definito il resoconto di Hersh “completamente e assolutamente falso”, ma non ha fornito alcuna informazione che contraddica in modo convincente il resoconto di Hersh, né ha offerto alcuna versione alternativa.

Prima e dopo la distruzione del Nord Stream, alti funzionari statunitensi hanno rilasciato dichiarazioni palesemente contrarie a quel gasdotto. Il 27 gennaio 2022, il sottosegretario di Stato Victoria Nuland ha twittato: “Se la Russia invade l’Ucraina, in un modo o nell’altro, il Nord Stream 2 non andrà avanti”. Il 7 febbraio 2022 il Presidente Biden ha dichiarato: “Se la Russia invade… di nuovo, il Nord Stream 2 non andrà avanti. Metteremo fine a tutto questo”. Alla domanda di una giornalista su come avrebbe fatto, si è limitato a rispondere: “Vi garantisco che saremo in grado di farlo”.

Il 30 settembre 2022, subito dopo l’attacco terroristico al gasdotto, il Segretario di Stato Antony Blinken ha dichiarato che la distruzione del gasdotto è “anche una straordinaria opportunità. È un’opportunità straordinaria per eliminare una volta per tutte la dipendenza dall’energia russa e quindi per togliere a Vladimir Putin la possibilità di rendere l’energia un’arma mediante la quale portare avanti i suoi disegni imperiali”. Il 28 gennaio 2023 il sottosegretario Nuland ha dichiarato al senatore Ted Cruz: “Sono molto soddisfatta, e penso che anche l’amministrazione lo sia, di sapere che il Nord Stream 2 è ridotto ora a un rottame in fondo al mare, come amate definirlo.”

Un simile linguaggio non è si addice affatto a un caso di terrorismo internazionale. Spero che gli Stati Uniti, insieme a tutti gli altri membri del Consiglio di Sicurezza, condannino questo inaccettabile episodio e si uniscano in un’indagine quanto mai urgente, guidata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, per appurare la verità su un simile crimine internazionale. Una verità ancora ignota al mondo, ma senz’altro possibile da accertare.  

Il mondo dipende più che mai dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che deve fare tutto il possibile per fermare l’escalation di una nuova guerra mondiale. Il mondo sarà al sicuro solo quando tutti i suoi membri permanenti collaboreranno diplomaticamente per risolvere le crisi globali, e non mi riferisco solo alla guerra in Ucraina, ma alle crescenti tensioni in Asia orientale. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è l’unica sede globale per questo progetto di pace. Oggi più che mai abbiamo bisogno di un Consiglio di Sicurezza dell’ONU sano e funzionante, che svolga la missione assegnatagli dalla Carta delle Nazioni Unite.

Un’indagine obiettiva del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con il contributo di intelligence di tutti i Paesi sull’azione di terrorismo che ha distrutto il Nord Stream, è quanto mai importante per la fiducia in questa organizzazione e, soprattutto per la pace e per lo sviluppo sostenibile a livello globale.

 

 

L’articolo originale può essere letto qui