“Negli ultimi anni in Italia le stufe a pellet sono diventate un must del riscaldamento domestico. Sono efficienti e hanno emissioni di particolato decisamente inferiori rispetto a stufe e camini a legna.” Questo abbiamo sempre sentito dire sul pellet.

Inizialmente prodotto dagli scarti della lavorazione del legno, oggi ricavato dal tronco intero, può essere definito come “biocombustibile addensato, generalmente in forma cilindrica, di lunghezza casuale tipicamente tra 5 mm e 30 mm e con estremità interrotte, prodotto da biomassa polverizzata con o senza additivi di pressatura”.

Il pellet è nato nel 1973 in seguito alla crisi energetica mondiale, permettendo alla ricerca tecnologica di trasferirne l’utilizzo dal settore dei mangimi a quello del riscaldamento.

Fra il 1977 e il 1978 vengono costruiti oltre 30 insediamenti industriali per la produzione del pellet nel Nord America (Canada e Stati Uniti). La vera produzione inizia negli anni Ottanta e negli anni Novanta in Canada viene inventata la prima stufa a pellet.

La norma UNI EN 17225-2 determina le specifiche e la classificazione del pellet di legno per uso industriale e non. La norma si riferisce solo al pellet di legno ottenuto dalle seguenti materie prime:

1) Bosco, piantagione e altro legno vergine;

2) Prodotti e residui dell’industria di lavorazione del legno;

3) Legno da recupero.

Dove sta l’ecosostenibilità del prodotto?

Il pellet in realtà è stata una trovata commerciale (una colonizzazione dell’immaginario, come direbbe Latouche): lanciare un combustibile per stufe di ultima generazione, in sostituzione dei ceppi di legno, rendendo così i consumatori dipendenti a vita dalle aziende produttrici. Se con la legna la gente si autogestiva, è obbligata a comprare il pellet: di questo ci siamo accorti pochi mesi fa, quando il suo prezzo è schizzato alle stelle. Per legittimare il pellet, negli anni, si è detto che comporta una serie di miglioramenti di tipo “ecologico, energetico e di gestione dell’impianto di riscaldamento rispetto alle stufe tradizionali”,  quando in realtà non viene mai detto quanto greenwashing c’è in queste parole e quanto si cela dietro la sua produzione.

Se è vero che i pellet possono essere prodotti da numerosi materiali di scarto come segatura e scarti di lavorazione di falegnameria, che in questo modo vengono rivalorizzati come combustibile di largo consumo, è anche vero che gli scarti finiscono e la richiesta è maggiore. Finiti gli scarti, si ricorre alle foreste e produrre pellet dalla deforestazione ha un’impronta ecologica maggiore rispetto alla produzione di legna da ardere da alberi secchi.

L’Italia è il primo mercato europeo per il consumo di pellet di legno, con oltre 3 milioni di tonnellate all’anno, di cui solo il 20% risulta prodotto nei confini nazionali e il restante importato. L’elevata importazione rappresenta un altro punto debole del mercato del pellet, che svilisce ulteriormente la narrazione di “prodotto ecologico”.

Da dove viene importato?

Il Canada è tra i primi produttori; qui il pellet viene realizzato usando esclusivamente legno di abete (80% rosso, 20% bianco) della zona orientale del Paese, la British Columbia. Le sue foreste stanno risentendo di questa speculazione. Ma c’è di più: le norme dell’Unione Europea e i sussidi nazionali che incoraggiano l’uso di biomassa legnosa (legna e pellet) per soddisfare gli obiettivi di “energia rinnovabile” stanno causando la distruzione e il degrado delle foreste europee. Lo conferma l’ultimo studio commissionato da Greenpeace Paesi Bassi, che analizza in particolare il caso dell’Estonia. Il Paese è il secondo esportatore europeo di pellet a uso energetico dopo la Lettonia. Tra i principali importatori di legno estone c’è anche l’Italia, insieme a Paesi Bassi, Belgio, Danimarca e Regno Unito.

 

Secondo il rapporto, Graanul Invest, il più grande produttore di pellet d’Europa, con sede in Estonia, è implicato nella distruzione di foreste ricche di biodiversità, nel prosciugamento di torbiere e nel taglio degli alberi lungo sponde fluviali, con conseguenze gravi anche sulla conservazione del suolo. Lo studio evidenzia come i criteri adottati dall’UE non siano sufficienti per fermare la perdita di biodiversità dovuta alla deforestazione.

https://www.greenpeace.org/italy/storia/14004/litalia-e-tra-i-principali-importatori-di-pellet-che-distrugge-le-foreste/

https://greenreport.it/news/aree-protette-e-biodiversita/il-lato-nascosto-del-pellet-gli-ambientalisti-cosi-gli-usa-esportano-milioni-di-alberi-in-europa/

Oggi si scopre che un altro Paese sta risentendo della produzione di pellet: la Romania. “Abbiamo dei clienti in Italia che chiedono quantitativi molto elevati di pellet e non riusciamo a soddisfare del tutto le loro richieste. Abbiamo una produzione media di 50-60 camion di legno al mese”. È un frammento della conversazione telefonica tra un agente sotto copertura dell’Environmental Investigative Agency (Eia) – che si è finto un potenziale acquirente – e un responsabile di ABC EcoForest, azienda che si definisce il maggiore produttore di pellet nella Romania occidentale, certificata con il marchio di qualità internazionale ENplus. Gli investigatori dell’agenzia americana, in collaborazione con Greenpeace Romania, hanno seguito i fornitori della legna di questa azienda scoprendo che il pellet viene prodotto riducendo in trucioli interi tronchi di alberi, tagliati in foreste di Natura 2000, la rete europea di siti protetti per la conservazione della biodiversità. L’inchiesta mostra una realtà che contrasta con quella descritta sul sito di ENplus, secondo cui il pellet certificato “si ottiene principalmente dalla segatura e da residui di segheria”.

Questa critica al pellet non vuole in alcun modo essere un incentivo alle soluzioni tecnocratiche alla crisi climatica (teleriscaldamento), che sarebbe un ulteriore colonizzazione dell’immaginario (altrettanto costosa), ma vuole proporre soluzioni ecologiche alternative che da anni i movimenti deep ecology propongono: indipendenza e autonomia energetiche locali, fonti energetiche che si possono creare autonomamente.

Come sempre il problema è costituito dalla globalizzazione, dall’industrializzazione su larga scala e da questa economia predatoria. É la quantità che crea l’impronta ecologica, l’impatto ambientale e la devastazione degli ecosistemi.

Ritornare al locale significa ritornare a essere Custodi e non Padroni delle foreste. Il termine custodia implica una “relazione” e anche un nostro ritorno a sentirci parte degli ecosistemi e non qualcosa di superiore e separato. Separarci dalla Natura ci ha condannato a vere e proprie dissonanze cognitive, finendo per pensare che le soluzioni dovessero avere un carattere messianico, calato dal cielo. La realtà è che spesso le soluzioni sono di fronte ai nostri occhi, ma non le vediamo. In una società contemporanea invasa da nuove colonizzazioni è facile perdere l’orientamento, dimenticarsi delle soluzioni eco/logiche e venire orientati verso altre spesso molte comode, raggiungibili e che ci danno l’idea di essere una panacea ai mali del mondo. La comodità è un desiderio tipico dell’uomo occidentale e il marketing ha giocato su questo entrando nelle nostre vite quotidiane in modo pervasivo e approfittando dei nostri bisogni. Il desiderio della “comodità” va decolonizzato, rivedendo le nostre pratiche e i nostri consumi. Dobbiamo riconcepire il nostro modo di vivere in questo mondo, soprattutto in quanto occidentali, in vista della crisi ecologica imminente.