La Presidenza del Consiglio ha consegnato alle Commissioni parlamentari, secondo la legge 185/90, il documento che illustra “l’esportazione, l’importazione di materiale di armamento”. Gianni Alioti, attivista e ricercatore di «The Weapon Watch», ci aiuta a comprendere, con chiarezza, i termini di una questione assai complessa ma determinante. L’intervista integrale, pubblicata su ‘Settimana News’ https://www.settimananews.it/politica/quanto-guadagnano-mercanti-morte/ è curata da Giordano Cavallari. Ve ne proponiamo alcune parti importanti (ndr) .

Cosa prevede la legge 185/90 riguardo al Documento recentemente presentato dalla Presidenza del Consiglio alle Camere?

La Legge 185/90 all’art. 5 prevede che ogni anno la Presidenza del Consiglio invii al Parlamento una relazione in ordine alle operazioni autorizzate e svolte nell’anno precedente per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento.
La relazione contiene moltissime informazioni, dati e tabelle che servono in primis a deputati e senatori, ma anche alla società civile e ai media, per esercitare un controllo democratico sul commercio di armi.

Una “merce” non paragonabile alle altre, il cui commercio per lunghissimi anni è stato occultato dietro il segreto di Stato, sia durante la monarchia e il regime fascista, sia dopo la liberazione e l’avvento della repubblica, sino al 1990.

La Legge 185/90 è stata il risultato di una lotta condotta dal 1976 da settori del sindacalismo metalmeccanico e da molte associazioni e movimenti – specie di matrice cristiana – per il controllo dell’esportazione di armi.

Fondamentale fu il ruolo di denuncia dei missionari in Africa e la Campagna contro i mercanti di morte coordinata da tre riviste: Missione Oggi dei Missionari Saveriani, Nigrizia dei Missionari Comboniani e Mosaico di Pace della sezione italiana del movimento internazionale Pax Christi.

Spiegaci il meccanismo delle autorizzazioni sull’import-export di armi.

La Legge 185/90 prevede all’articolo 1 che qualsiasi esportazione, importazione, transito, trasferimento intracomunitario (nell’ambito dei paesi UE) così come l’intermediazione di materiali d’armamento, nonché la cessione delle relative licenze di produzione e la delocalizzazione produttiva, debbano essere soggetti ad autorizzazioni e controlli dello Stato.

Lo Stato ha affidato questo compito all’Unità per le Autorizzazioni dei Materiali di Armamento del Ministero degli Esteri (UAMA) sia per quanto concerne l’interscambio dei materiali d’armamento (esportazione e importazione) sia per il rilascio delle certificazioni per le imprese e per gli adempimenti connessi alla materia; mentre sul transito nei porti e negli aeroporti di materiali d’armamento provenienti da altri paesi e destinati a paesi extra-europei c’è tuttora un rimpallo di responsabilità su chi lo debba fare.

Nei fatti, come denunciato più volte da The Weapon Watch – l’osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei con sede a Genova – nessun transito è stato autorizzato e documentato negli anni, perché nessun transito chiede di essere autorizzato.
Questa è una cosa gravissima perché non solo viene aggirata e svuotata la Legge 185/90, ma anche il trattato internazionale sul commercio delle armi, Arms trade treaty (Att), al quale l’Italia ha aderito dal 2013, che vieta il transito di armamenti verso Stati che violano il diritto umanitario.

In ogni caso, tutti i transiti (compresi quelli intra-comunitari tra i paesi UE) sono sottoposti al rispetto delle disposizioni di pubblica sicurezza che rimettono tale compito al Ministero dell’Interno tramite le prefetture territorialmente competenti.

Il Ministero dell’Interno e le Prefetture conoscono con anticipo i traffici d’armi e perciò dovrebbero predisporre misure di controllo ad hoc e, in determinati casi, non lasciarli passare. Ciò solitamente non avviene.

Nel marzo 2026 si sono registrate alcune positive novità dovute all’azione dell’Agenzia delle Dogane e della Guardia di Finanza, che hanno sequestrato alcuni carichi di munizioni ed equipaggiamenti militari nei porti di Ancona e di Genova.
Nel porto di Gioia Tauro, hanno ispezionato e bloccato (su segnalazione del sindacato USB) diversi container che trasportavano componenti in acciaio balistico prodotti in India e destinati alla fabbricazione di armi in un’azienda del gruppo israeliano Elbit Systems (tra i primi 30 al mondo per fatturato militare).

Di cosa ci informa la relazione presentata in questi giorni alle Commissioni parlamentari?

Nel 2025 le autorizzazioni per importazioni di materiali d’armamento hanno raggiunto quasi due miliardi di euro, con un aumento del 171% negli ultimi 4 anni; a differenza delle esportazioni, le importazioni riguardano esclusivamente materiali dai paesi extra-UE (i principali sono Svizzera, Stati Uniti, Regno Unito, Kuwait e Israele).
Mentre i materiali d’armamento provenienti dai paesi UE non prevedono alcuna autorizzazione.
Le importazioni effettuate direttamente dall’Amministrazione dello Stato o per suo conto per la realizzazione di programmi di armamento e di equipaggiamento delle Forze armate e di polizia, a loro volta, non sono incluse nelle autorizzazioni rilasciate da UAMA, in quanto possono essere consentite direttamente dalle Dogane.
Il dato più controverso sulle importazioni di materiali d’armamento dai paesi extra-UE è la crescita rilevante di quelle provenienti da Israele.
Nel 2025 hanno raggiunto un valore di 85 milioni di euro, pari al 4,30% del totale delle importazioni.

Si tratta soprattutto tecnologie digitali per la sorveglianza, per la gestione dati, per il C3I (comando, controllo, comunicazione e intelligence) ecc.: un dato incoerente con la scelta dell’Italia di non concedere, dall’ottobre 2023, nuove licenze all’export verso Israele (una scelta questa rispettosa della Legge 185/90, valutata positivamente dalla stessa Rete italiana Pace Disarmo).

Tuttavia, i dati contenuti nella Relazione dell’Agenzia delle Dogane confermano che forniture di materiali d’armamento a Israele sono continuate anche nel 2025: forniture autorizzate da licenze emesse prima dell’ottobre 2023, nonostante la normativa preveda che fossero sospese.
Nel 2025 risultano movimentati verso Israele oltre 22,6 milioni di euro di materiali d’armamento, comprese attività di supporto logistico, manutenzioni, pezzi di ricambio ecc. legate, soprattutto, ai grandi contratti di fornitura di caccia addestratori e di elicotteri prodotti e venduti a Israele da Leonardo.

In materia di autorizzazioni all’export di armi italiane sui mercati internazionali, la relazione evidenzia che il 2025 ha segnato un nuovo record: +19,14% rispetto al 2024. Il valore dell’export ha raggiunto 9,16 miliardi di euro.

L’Italia vende ora più armi, collocandosi al 6° posto tra i maggiori esportatori al mondo, dopo USA, Francia, Russia, Germania, Cina e davanti a Israele, Gran Bretagna, Corea del Sud e Spagna.
Negli ultimi quattro anni (dal 2022 al 2025) il volume delle autorizzazioni all’export è cresciuto addirittura dell’87%.

Per l’ennesima volta, sono smentiti tutti coloro che, in ambito militare, politico e industriale, continuano a chiedere di depotenziare la Legge 185/90, perché limiterebbe gli affari dei fabbricanti d’armi in Italia nell’esportazione all’estero.

Il fatto che anche nel 2025 oltre la metà delle armi per le quali è stata autorizzata la vendita (il 62,38%), sia destinata a paesi extra UE non appartenenti alla NATO, dovrebbe semmai aprire una riflessione critica sui casi di violazione delle norme.

Se si applicassero i criteri stringenti (e spesso i divieti espliciti) previsti dalla Legge 185/90 e dal Trattato Att per le esportazioni verso i paesi in stato di conflitto armato e/o di grave violazione del diritto umanitario, il nord Africa e l’area medio-orientale non sarebbero al primo posto tra le regioni destinatarie delle armi italiane.

Per impedire la modifica della Legge 185/90 è fondamentale che l’opinione pubblica e la società civile diano il loro pieno sostegno alla campagna “Basta favori ai mercanti di armi”.

E, al contempo, spetta ai movimenti rilanciare la “campagna di pressione alle banche armate”, sostenuta da quest’anno anche dalla CEI, affinché cresca la sensibilità e la partecipazione all’invito di non utilizzare, per i propri risparmi e la gestione dei propri conti correnti, le banche coinvolte nella produzione o nel commercio di armi.”