Più volte, in questi anni, sul web, è stata rilanciata la leggenda secondo cui, il 3 gennaio 1962, Papa Giovanni XXIII – rifacendosi al decreto originale del Sant’Uffizio emesso da Papa Pio XII nel 1949 – avrebbe scomunicato l’allora trentaseienne e già a capo della Repubblica caraibica Fidel Castro, in linea con il decreto del 1949 che vietava ai cattolici di appoggiare la “dottrina del comunismo materialista e anticristiano”.
Con la cosiddetta «scomunica ai comunisti» di Pio XII, ovvero il celebre decreto del Sant’Uffizio pubblicato il 1° luglio 1949 e de facto cancellato (formalmente mai revocato) col nuovo Codice di diritto canonico del 1983, devono ritenersi scomunicati gli iscritti al Partito Comunista e tutti coloro che appoggiano o sostengono gli ideali socialisti, comunisti e rivoluzionari. Il decreto considerava peccato grave leggere o propagare la stampa comunista e i fedeli “colpevoli” di simili comportamenti erano scomunicati, ovvero: non erano ammessi ai sacramenti, non potevano accedere all’eucarestia ed erano considerati addirittura apostati, vale a dire rei di avere abbandonato la fede cattolica. Al momento della sua emissione – in un’Italia che pativa ancora le pesanti conseguenze del conflitto mondiale – il decreto scatenò forti reazioni tra i comunisti italiani e anche a livello internazionale e destò forti perplessità sia perchè negli ambienti cattolici alcuni si erano avvicinati al PCI sia perché era stato emesso senza alcun preavviso o preparazione.
Secondo quanto detto in questi anni, Papa Roncalli non solo non tolse la scomunica di Pio XII ai comunisti, ma anzi addirittura formalmente fece di tutto per inasprita. Sempre secondo quanto si riferisce, mentre il decreto del 1949 comminava la scomunica a coloro che si iscrivevano a partiti comunisti, filocomunisti o alleati con essi, quello del 25 marzo 1959 l’avrebbe estesa anche a coloro che semplicemente votavano per tali partiti.
Si tratta di una bufala, una leggenda metropolitana nata proprio in seno ad alcuni ambienti più conservatori delle gerarchie ecclesiastiche vaticane, che consideravano il provvedimento già operativo sulla scorta del decreto emanato nel 1949 da Pio XII che, di fatto, vietava ai cattolici di iscriversi a partiti comunisti o dare loro appoggio in qualsiasi maniera, specialmente con il voto (1).
Papa Pio XII si limitò a promulgare il documento emesso dal Santo Uffizio, ma non ci fu nessun inasprimento da parte di Giovanni XXIII. Il 3 gennaio 1962 si diffuse la voce di una scomunica direttamente da parte di Giovanni XXIII nei confronti di Castro, ma mai ci fu prova scritta di questo provvedimento. Anche spulciando il settimo volume dell’edizione critica dell’Istituto per le scienze religiose di Bologna, non si troverà alcun accenno: né quel giorno, né prima, né dopo. La famosa scomunica al Líder Máximo che rimbalza da anni nei media di tutto il mondo, più che mai citata in vista del viaggio apostolico di Benedetto XVI a Cuba avvenuto dal 26 al 28 marzo 2012, non c’è mai stata.
Nel 2012, cinquanta anni dopo, l’allora segretario di Giovanni XXIII, Monsignor Loris Capovilla smentì la notizia della scomunica da parte del Santo Padre: «Questa parola, “scomunica”, non esiste nel vocabolario giovanneo. Perché continuino a tirarla fuori, non l’ho capito». Oltretutto questo atto, che tra l’altro colpirebbe chi si trova all’interno della comunità cristiana, sarebbe stato formalmente inutile in quanto Castro, con l’adesione alla ideologia comunista, aveva già violato i precetti stabiliti nel decreto del 1949.
«Giovanni XXIII ha aperto una fessura nel muro di odi, divisioni e guerre», sospirava monsignor Capovilla il 28 marzo 2012 a Il Corriere della Sera. «Anche durante la crisi dei missili a Cuba, nell’ottobre 1962, la sua mediazione spirituale e la sua preghiera furono decisive». Eppure, in Vaticano, c’era chi sperava in una linea più dura, anche per ragioni tutte italiane. Per questo nacque la leggenda: «A parlare ai giornali di scomunica a Castro, richiamando il decreto del 1949, fu all’inizio del ’62 l’arcivescovo Dino Staffa, che più tardi fu creato cardinale da Paolo VI», spiegava il teologo Gianni Gennari, il «Rosso Malpelo» che su Avvenire teneva la rubrica Lupus in pagina: «Si voleva usare la cosa a fini interni, in Italia era in vista il primo centrosinistra. A questo serviva la voce della scomunica a Castro. E il Papa ne rimase molto dispiaciuto».
L’obiettivo di Staffa era lanciare un monito nei confronti del centrosinistra che si stava formando, oltre ad essere un chiaro segnale ai fedeli cattolici di Cuba, esortandoli a revocare ogni consenso nei confronti della Rivoluzione cubana, ed un segnale a tutti quei cattolici che si stavano avvicinando al socialismo e al PCI (2). Un modus operandi totalmente contrapposto a quello di Papa Roncalli, il cui pontificato coincise con l’inizio del centro-sinistra in Italia (governi Dc-Psdi-Pri con appoggio socialista):un’apertura politica che non fu ostacolata dalla Chiesa, a differenza del passato.
In un periodo di tensioni globali e di Guerra Fredda, l’atto di scomunica a Castro avrebbe sottolineato ancor di più il profondo contrasto tra la Chiesa cattolica e il comunismo, considerato incompatibile con i principi cristiani. Il pontificato di Roncalli si concentrò sull’opposto: superare la “guerra fredda” interna alla Chiesa, concentrandosi sul dialogo sociale piuttosto che sulla contrapposizione ideologica.
Quando all’inizio del 1959 Fidel Castro prese il potere, in Vaticano arrivò la notizia che missionari e suore erano andati via da Cuba. Roncalli, Papa da un paio di mesi, ne parlò con il cardinale Domenico Tardini e dopo l’udienza mi a Capovilla: «non ho mai visto il Segretario di Stato così irritato». E come mai? Capovilla disse al Corriere: «Perché non si scappa. Non si scappa mai. E il Santo Padre era d’accordo con Tardini. Se ci mandano via, come poi è accaduto, allora dobbiamo andare. Ma la Santa Sede non prende mai l’iniziativa di rompere i rapporti diplomatici, non lo ha mai fatto».
Ecco che quando il 17 settembre 1961 furono espulsi da Cuba 132 sacerdoti e il vescovo ausiliare dell’Avana, Eduardo Boza Masvidal, Papa Roncalli ne parlò all’udienza generale («Detto tutto ma in forma moderata», scrive nel diario) denunciando «prove e sofferenze» nella nazione nonché l’«esodo, in parte imposto, in parte subito come minor male» di sacerdoti e religiose: «Confidiamo ancora che il buon volere, la calma delle decisioni, la ricerca sincera di salvaguardare i valori della civiltà cristiana abbiano il sopravvento su affrettate deliberazioni».
Non è certo il tono di chi si prepara a lanciare scomuniche o a elargire condanne. Vi è infatti da sottolineare che una eventuale scomunica contro Castro non sarebbe mai stata nello stile e nel modo di Giovanni XXIII. Roncalli era un uomo del suo tempo sul piano teologico ma molto aperto sul piano sociale: si parla di una forte attenzione alle istanze sociali, ai poveri e ai lavoratori, frutto della sua origine contadina e della sua visione pastorale aperta al dialogo. La sua sensibilità si concentrava sulla dignità umana e la giustizia sociale, spesso trascurate nel dibattito politico, differenziandosi dalle rigide chiusure anticomuniste del suo predecessore, Pio XII.
Giovanni XXIII fu anche il papa che indisse il Concilio Vaticano II e contribuì a modernizzare la Chiesa, svecchiandola di vecchi privilegi, concentrandosi su uno sguardo molto più ecumenico.
In campagna elettorale, il 20 marzo del 1963, Palmiro Togliatti tenne un discorso a Bergamo, dal titolo Il destino dell’uomo, da cui emerge l’intento di costruire un ponte con quel mondo cattolico che vive “una svolta riformatrice” sotto il Pontificato di Giovanni XXIII.
Pochi giorni dopo, l’11 aprile, il Santo Padre promulga l’Enciclica Pacem in Terris nella quale si rivolge “a tutti gli uomini di buona volontà e li richiama a uno sforzo comune al fine di attuare il valore supremo della pace”. Giovanni XXIII distinse – da uomo del suo tempo convinto delle sue opinioni – tra l’errore (l’ideologia falsa) e l’errante (la persona), aprendo di fatto al dialogo con movimenti storici ispirati a ideologie diverse, inclusi socialisti e comunisti, purché finalizzati al bene comune. Non è un caso che quella Enciclica ricevette anche l’apprezzamento di Pietro Nenni, leader del Partito Socialista Italiano.
Le parole di Togliatti a Bergamo ebbero grande risonanza, pro e contro, anche dentro la Chiesa stessa. Negli ambienti vaticani ci fu chi accusò il Papa di aver regalato, prima con l’udienza dell’autunno precedente al genero di Krusciov, e poi con la Pacem in terris rivolta “a tutti gli uomini di buona volontà”, qualche milione di voti ai comunisti.
D’altronde bisogna ricordare che il mondo cristiano cattolico che solidarizzava con la sinistra era veramente ampio: dai teologi della liberazione ai preti operai, dai dirigenti di Lotta Continua di stampo cattolico alle correnti interne alle ACLI interessate ad un socialismo cristiano, per non parlare del Movimento Cristiani per il Socialismo (3) che vide al suo interno personalità di grande spessore culturale come la partigiana Lidia Menapace e il teologo Giulio Girardi, quest’ultimo addirittura autore di un meraviglioso libro intitolato Che Guevara visto da un cristiano. Il significato etico della sua scelta rivoluzionaria.
Tutto questo per sottolineare come in pontificato di Papa Giovanni XXIII, pur non approvando la Rivoluzione cubana – che piaceva comunque a molti cattolici progressisti – non concepì minimamente la scomunica a Fidel Castro.
La leggenda della scomunica ferì Roncalli e creò molti disguidi diplomatici ed aggiunse un’ulteriore dimensione ideologica e spirituale alle sfide politiche dell’epoca. Infatti la notizia della scomunica continuò a circolare e venne creduta anche dallo stesso Castro che, peraltro, aveva già abbandonato la fede cattolica.
La bufala non giovò sicuramente in quegli anni immediatamente dopo la rivoluzione, dove i rapporti tra Cuba e Vaticano non erano certo idilliaci. Solo nel corso degli anni le relazioni si sono ammorbidite al punto che sia Giovanni Paolo II che Papa Francesco hanno incontrato Castro nelle loro visite a L’Avana.
(1) Il riferimento al voto non è mai stato formalmente indicato nel documento del Sant’Uffizio del 1949, ma venne stampato a chiare lettere sui manifesti con cui vennero tappezzate le chiese italiane: un modo per far accettare pubblicamente all’opinione pubblica cattolica il fatto di non avvicinarsi a simpatie socialiste nè con l’ideale nè con il voto. Il decreto non è mai stato revocato formalmente. Qualcuno lo ritiene implicitamente decaduto all’esito del Concilio Vaticano Secondo ma ciò si porrebbe in contrasto proprio con lo stesso Concilio laddove condanna le dottrine atee e materialiste.
(2) C’è da dire che, per venire incontro alle esigenze di alcuni cattolici vicini o aderenti a esso, il Partito Comunista Italiano non richiedeva l’adesione all’ideologia del materialismo dialettico, ma solo una generica adesione al programma del partito.
(3) Movimento Cristiani per il Socialismo un’organizzazione politica e culturale nata all’inizio degli anni Settanta originariamente in Cile come aggregazione di cristiani progressisti a sostegno della candidatura a presidente del socialista Salvador Allende. In Italia il primo convegno nazionale dei “Cristiani per il socialismo” si tenne a Bologna nel settembre del 1973, proprio nei giorni tragici della caduta e della fine di Salvador Allende. Il gruppo raccoglieva cristiani di sinistra ed esponenti dell’associazionismo cattolico che avevano vissuto con entusiasmo l’esperienza di apertura e rinnovamento della Chiesa cattolica seguita al Concilio Vaticano II e che vedevano con interesse l’idea di una “via cristiana al socialismo” e di un “socialismo dal volto umano”. Il movimento ebbe un’adesione significativa, ma vita breve e venne osteggiato dalla Chiesa cattolica. A poco a poco il movimento, per le sue posizioni molto progressiste (NO all’abrogazione del divorzio, NO all’abrogazione dell’aborto), divenne espressione esclusiva dei “cattolici del dissenso”. Negli anni successivi molti dei suoi esponenti svolsero attività politica, aderendo a diversi partiti della sinistra (PCI, PSI, DP, Il manifesto, Rifondazione Comunista).
Fonti:











