Dieci mesi ininterrotti, ogni giorno dalle 18 alle 19, caldo, freddo, pioggia, vento, in ogni data. In mezzo a una piazza piena quando accendevano l’albero di Natale, a bordo transenne quando passava la fiaccola olimpica, confondendosi nel finale di una manifestazione, così come sarà sicuramente anche il prossimo 25 aprile. Quella piazza dal 16 giugno scorso è anche nostra. Iniziammo in tredici, alla fine della primavera scorsa e ora siamo di nuovo in primavera. Se hanno iniziato portandoci bottigliette d’acqua, poi siamo passati al the caldo e ora stiamo tornando all’acqua. La notte di Natale come la vigilia di Pasqua, sommando alla solita presenza anche una coda notturna, sperando di smuovere coloro che entravano in Cattedrale, con ben poco successo. Il gemellaggio con Cagliari, dove da cinque mesi e mezzo, ogni giorno, resistono in piazza Jenne del centro del capoluogo sardo. E poi piccole e medie città hanno ripreso l’azione dello stare fermi in piazza per far sì che non si spengano i riflettori su Gaza e su tutta la Palestina assediata e violentata.

E poi le scritte giganti: a sostegno di Francesca Albanese, per la liberazione di Marwan Barghouti, in sostegno alla Global Sumud Flotilla, per la fine di un genocidio che non si è mai fermato, neppure un giorno. In ottobre leggemmo in piazza i nomi dei 20mila bimbi uccisi dal 7 ottobre, domani (venerdì 17 aprile) leggeremo i nomi dei prigionieri politici palestinesi. Non tutti sono reperibili, quindi abbiamo seguito l’invito di Francesca Albanese di leggere decine e decine di testimonianze raccolte.

L’altro ieri in piazza abbiamo scritto: “Ciao Carlo”. In onore di Carlo Monguzzi, consigliere comunale di questa città, impegnatissimo da sempre sul fronte ambientale, per la giustizia sociale e fin dal luglio scorso in piazza con noi tutte le volte che poteva. E’ venuto fino a che la sua malattia non gli ha impedito di partecipare. Lo ricordiamo anche da qui: grazie Carlo. Nei prossimi giorni porteremo avanti quella che è stata una delle sue più recenti battaglie: quella per far terminare il vergognoso gemellaggio tra Milano e Tel Aviv, fino a che non sarà cancellato.

Il 17 aprile, in piazza Mercanti, dalle 16.30 alle 20 leggeremo i nomi e daremo voce a coloro che soffrono le pene dell’inferno nelle carceri israeliane. Faremo uscire da quelle mura che trasudano sangue e dolore le voci di coloro per i quali dobbiamo batterci fino alla loro liberazione. Ieri si sono compiuti 24 anni dal giorno in cui venne incarcerato Marwan Barghouti, ma vanno ricordati tutti quegli uomini, quelle donne e quei ragazzini intrappolati nelle mani di aguzzini che sfogano il loro sadismo su corpi inermi, lontani da qualsiasi telecamera.

Da tempo non si può più entrare nelle carceri israeliane (che dopo il 7 ottobre 2023 si sono riempite all’inverosimile, anche con detenzioni “amministrative”, quindi senza che vi sia alcun capo di accusa, alcun processo, alcuna data di fine pena). Dei buchi neri.

Se il diritto internazionale è diventato carta straccia, il diritto per i palestinesi non è mai esistito. I check point erano i luoghi che rappresentavano benissimo i continui soprusi verso uomini e donne che avevano bisogno o semplicemente desideravano muoversi nel loro territorio. Se nelle carceri era ancora possibile “lottare”, soprattutto attraverso scioperi della fame, era possibile incontrare organizzazioni israeliane o internazionali per i diritti umani, ora questo non avviene più. La pena di morte che è stata inserita, solo per i palestinesi, nell’ordinamento giuridico israeliano, esisteva già da tempo, in forma invisibile, lenta, inesorabile. Corpi che spariscono, mai neppure consegnati alle famiglie. Desaparecidos.

Così continuiamo in piazza: con versi poetici al collo, con numeri sul genocidio, rinnovando l’invito a muoverci in tanti per fermare i criminali. La voce si sparge, non sfonda, ma passa per tutti i canali più impensabili, come un liquido arriva un po’ dappertutto. Abbiamo contato approssimativamente tra le 200 e le 300mila persone che sono passate per quella piazza e hanno visto da vicino o da lontano dei “matti” che stavano lì, fermi, in silenzio, immobili, distanziati. Siamo convinti che, chi più chi meno, qualche domanda se la sarà fatta. Alcuni si sono uniti a noi, molti ci hanno appoggiato.

Le provocazioni non sono mai mancate, una media di quasi una al giorno, più piccole, più forti, alcune logorroiche, altre più aggressive. Ci stiamo allenando (abbiamo anche fatto un corso di formazione con l’aiuto dei bravi attivisti di Ultima Generazione, ottimo incontro tra giovani e meno giovani) per gestire nel migliore dei modi situazioni di tensione. Ce la facciamo quasi sempre, possiamo migliorare certo.

Qualcuno ci chiede: “Fino a quando pensate di andare avanti?” La risposta, generata dopo una veloce discussione, è stata unanime: “Fino a quando ce ne sarà bisogno, fino a quando ce la faremo.”

Da qualche giorno è tornata anche la nostra grande vela in piazza. Ci si reimbarca con la flotilla. Da sempre si dice: “Peccato che a Milano non ci sia il mare”, ma in piazza Duomo c’è un porto aperto a tutti e tutte.