Nella visione dominante dell’economia, gli individui pensano principalmente a loro stessi, perseguono un reddito per sostenere uno stile di vita agiato e la natura esiste per essere dominata dall’uomo. Questa visione dell’economia nata in Occidente, che ha origine con il paradigma cartesiano -newtoniano, è origine di ogni tipo di crisi ecologica, climatica, ambientale, alimentare e di consumo, oltre ad essere artefice di continue disuguaglianze sociali ed economiche. E’ da questo assunto che l’invenzione dell’economia ha distrutto e sta distruggendo il mondo. Di questo ne parliamo con Gloria Germani, ecofilosofa impegnata da sempre nel dialogo tra Occidente e Oriente, allieva della filosofa Caterina Conio, del filosofo Serge Latouche e dell’ecologista svedese Helena Norberg Hodge. Attiva nei movimenti ecopacifisti e deep ecology fa parte della Rete per l’Ecologia Profonda, di Navdanya International e dell’Associazione per la Decrescita. È praticante dell’Avdaita Vedanta (Via della Non-dualità), la più conosciuta fra tutte le scuole Vedānta dell’induismo. Attiva in ambito pedagogico nelle scuole steineriane, si è dedicata all’approfondimento dell’educazione non-dualista di Alice Project Universal Education di Valentino Giacomin. Le sue opere sono dedicate alla critica della visione moderna fondata sulla colonizzazione dell’immaginario che sta alla base del cosiddetto “sviluppo” della società industriale di massa, della “crescita economica” e del riduzionismo della “scienza occidentale”. Ha viaggiato molto in Asia, lavora da trent’anni nell’ambito dei media ed è riconosciuta come la maggior esperta del pensiero del giornalista Tiziano Terzani, curando moltissime biografie intellettuali tra cui – a maggio 2024 – l’ultima: “Tiziano Terzani contro la guerra. La verità del “Tutto è Uno” tra Oriente e Occidente”.
“Economia”, una parola dall’origine antica ma che nei giorni nostri ha avuto uno sviluppo completamente diverso. Quale è il suo significato etimologico?
Il nome “economia” esisteva già presso i greci e significava la norma – nomos – della casa – oikos. Riguardava il cibo, gli indumenti, le abitazioni e altre risorse che erano fonti di benessere, ma non erano isolate rispetto al tessuto della vita. Questa economia era totalmente distinta dalla krematistica, cioè la possibilità di fare soldi con i soldi. Tale pratica era condannata sia da Aristotele che dagli ambienti cristiani fino al Rinascimento, quanto negli ambienti islamici ed orientali[1]. Aristotele avvallava lo scambio naturale (merce-denaro-merce) perché corrisponde al vendere le proprie eccedenze per comprare ciò di cui si ha bisogno, ma condannava la pratica mercantile (denaro-merce-denaro) che corrisponde al comprare al minor prezzo possibile per rivendere al maggior prezzo possibile. Per Aristotele fare denaro con il denaro è un obiettivo inconciliabile con la ricerca del bene comune[2]. Infatti, come per Platone, «Un mondo fondato sul guadagno è inconciliabile con la cittadinanza e ancor meno con l’isonomia (eguaglianza) e beninteso con la giustizia[3]. La condanna totale del fare soldi con i soldi (l’interesse sul prestito), all’accumulo, all’avarizia, pervade tutte le civiltà: da Platone ad Aristotele, da Gesù a Buddha. Essa è ripresa dai Padri della Chiesa cristiana e ovviamente da San Tommaso d’Aquino. Il Corano espressamente vieta l’interesse sul prestito in quanto usura (riba)e questa indicazione è ancora rispettata, tanto che tra i mussulmani chi presta soldi diventa in qualche maniera socio dell’impresa e quindi partecipa ai guadagni ma anche alle perdite. In tale maniera, il denaro evita di diventare valore assoluto ed attore principale. Oltre al divieto di interesse sul prestito (riba), la Sharia prevede che si devono evolvere parte dei propri guadagni in carità (zakāt), che bisogna effettuare investimenti socialmente responsabili o leciti (ḥalāl), non rischiosi (gharār) e non di speculazione (maysir).
Se consultate qualsiasi sito web sulla finanza islamica, queste norme sono spiegate con il fatto che la religione islamica e la Sharia seguono norme di tipo etico, dando per scontato che questo sia un segno di arretratezza. Vedremo più tardi che questo distacco tra etica e scienza è uno dei grandi errori dell’Occidente. È interessante notare inoltre che la condanna dell’interesse sul prestito in varie culture riguarda lo stesso argomento: Il tempo. Esigere un interesse dando in prestito il denaro, significa lucrare sul tempo e il tempo è qualcosa di cui gli uomini non possono e non devono disporre. Come ci conferma la fisica quantistica, il tempo non ha esistenza di per sé.
Oggi però non sembra essere questa la definizione di “economia” che viviamo sulla nostra pelle. Di che economia si tratta?
Infatti, tutto cambiò in Europa con l’avvento della scienza cartesiana-newtoniana a metà 1700. Il nome più famoso legato alla nascita della nuova “scienza economica” è quello dell’inglese Adam Smith[4]. Professore di giurisprudenze e filosofia, «applicò i concetti newtoniani di equilibrio e di leggi di moto e li immortalò con la metafora della “mano invisibile” del mercato la quale, secondo lui, avrebbe guidato l’interesse egoistico di ogni imprenditore, produttore e consumatore dando luogo a quella che definì “l’ armonia naturale degli interessi”»[5]. Dunque un sistema composto da individualismi egoistici nella ricerca del proprio interesse egoico si sarebbe trasformato in un complesso armonico per tutti. “Smith e Ricardo sostenevano l’argomento “scientifico” per cui l’armonia si sarebbe realizzato perché così operavano “le leggi della natura”[6]. Bisogna notare che oggi il paradigma cartesiano-newtoniano è sempre saldamente operante: le “leggi di natura” sarebbero oggettive e regolerebbero la materia, cioè il mondo fuori, mentre l’uomo, il soggetto pensante indagherebbe queste leggi con il fine di scoprirle e di modificarle a proprio vantaggio. La prima cattedra di Economia fu istituita a Oxford nel 1825. Quindi non più di 200 anni fa, che sono pochissimi se guardiamo alla storia del mondo. All’epoca fu guardata con notevole sospetto da parte degli accademici che ne intuivano l’enorme capacità di fagocitare altri ambiti del sapere. Infatti i in due secoli è diventata la sovrana delle scienze con la sua unica e sola legge: la crescita economica ovvero la ricerca costante del profitto. Nel frattempo, altri concetti importanti si stavano muovendo insieme a quelli della nuova Economia moderna e riguardavano l’idea di individuo, di diritto, di legge naturale.[7] Il primo giurista ad Insegnare diritto all’Università di Oxford, William Blackstone che visse dal 1723 al 1780, dette la seguente definizione di proprietà privata: «Il solitario e dispotico dominio che un uomo pretende ed esercita sulle cose esterne del mondo, nella totale esclusione del diritto di ogni altro individuo nell’universo». Si noti quanto quest’affermazione sia una chiara emanazione della separazione tra il soggetto o “proprietario dispotico” e mondo esterno, ovvero tra res cogitans e res extensa di Cartesio. Inoltre fu determinate il ruolo di John Locke nello stabilire l’esistenza di un “diritto naturale” che servì a legittimare la colonizzazione del Nuovo Mondo (America del Sud e del Nord). «L’idea di dominazione legittima su una “terra vuota” fornì una potente giustificazione intellettuale allo sfruttamento del Nuovo Mondo, abitato da selvaggi che non veneravano alcun dio cristiano, privi di razionalità e di ogni idea di proprietà»[8]. Come hanno ben dimostrato il fisico Fritjof Capra e l’ecogiurista Ugo Mattei, la rivoluzione scientifica e la vittoriose applicazioni della meccanica newtoniana non avvennero nel vuoto. L’accumulo di capitali necessario per avviare le imprese industriali avvenne a spese di terre lontane. Le avventure in America Latina di Cristoforo Colombo, di Francisco Pizarro e di Fernando Cortés furono motivate dalla necessità di reperire oro e saldare i debiti contratti dai sovrani castigliani nelle neo-banche di Genova e della Svizzera. Insieme a Colombo viaggiava un notaio per testimoniare che la terra americana era terra nullius – terra di nessuno – e poteva pertanto essere occupata e appartenere alla Corona spagnola. L’oro e l’argento che in quelle terre non erano sfruttati, erano ugualmente res nullius e quindi a disposizione degli spagnoli. Si affermò l’idea che la terra senza un privato proprietario non appartenesse a nessuno, piuttosto che essere di tutti. Questa struttura giuridica regalò “il diritto naturale” di impossessarsi di terre e di merci in Africa, nelle Indie e nell’America del Nord. «Le creazioni giuridiche della modernità svolsero un ruolo notevole in queste estrazioni coloniali, attuate negando dignità giuridica alle istituzioni pre-esistenti basate sui beni comuni»[9].
Queste concezioni sul diritto naturale sono alla base della Dichiarazione francese dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789) per non parlare della Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America (1776) dove venne esaltato l’ideale di diritto individuale alla libertà. Sostenuto da potenti pensatori e intellettuali come Voltaire e Adam Smith – e scritto nella Dichiarazione d’Indipendenza del 4 luglio 1776 – il concetto di “ricerca della felicità” (the pursuit of happiness) fu sempre più visto come ottenibile attraverso un solido sistema di diritti di proprietà garantito da uno Stato con autorità militare ed esecutiva. Nella Costituzione degli Stati Uniti (1784) ci concretizzò l’idea che il diritto alla vita, alla libertà e alla felicità fossero strettamente legate alla proprietà privata e che discendessero da leggi naturali immutabili.
Oggi sentiamo parlare di molti tipi di economia: economia liberista, economia neoclassica, economia keynesiana, economia post-keynesiana, economia marxista etc… Molte sono conniventi al capitalismo, mentre altre lo criticano. Quale è il problema di tutte le concezioni economiche nate in Occidente?
Tutte queste visioni economiche partono da un presupposto dato per assodato e indiscutibile: la visione ereditata dall’illuminismo cartesiano-newtoniano, cioè che mente e materia siano due cose separate ( il famoso dualismo cartesiano). La realtà è quindi solo materiale. La mente dell’uomo studia la materia attraverso metodo scientifico (studio dei fenomeni, formulazione di ipotesi, sperimentazione) e la modifica per il proprio vantaggio/utile/profitto. Ogni oggetto perde il suo valore intrinseco all’interno della interconnessione complessiva, perde il suo valore gerarchico – ierarchicos, nel senso di ordine (archè) sacro (ieros) e diventa solo mera materia da manipolare a piacimento. Quindi il mondo diventa piatto, privo di valori e l’unico generatore di valore diventa il denaro. L’economia comanda su tutto.
Credo che sia molto importante la posizione di Latouche, professore emerito di Economia e fondatore della Decrescita. “Non si tratta di sostituire una “buona economia” a una “cattiva”, una buona crescita o un buono sviluppo a dei cattivi, dipingendoli come verdi, o sociali o equi […]. Crediamo che il desiderio “simpatico” dei Focolari di creare un’economia “civile” è illusorio perché la banalità del male fa parte dell’essenza dell’economico. Per esempio non c’è un altro capitalismo (buono) un altro sviluppo (umano, sostenibile ecc.) un’altra crescita (verde, sostenibile, ecc.), in breve un’altra economia. Per cambiare economia, si tratta di cambiare valori e quindi di deoccidentalizzarsi. Decolonizzare l’immaginario, cioè deseconomizzare la mente per ritrovare il senso della misura, ritrovare il bene comune e reinventare i beni comuni. Uscire dall’economia significa rimettere in discussione il predominio dell’economia sul resto della vita, nella teoria e nella pratica, ma soprattutto nelle nostre menti[10].
Quindi gli epiteti che vengono affibbiati all’economia – “civile”, circolare, “sostenibile”, keynesiana, marxista, green – sono un po’ degli specchi per allodole che aggirano la questione di fondo: bisogna uscire dall’economia moderna e dalla sua industrializzazione che sta alla base del collasso climatico.
Tuttavia io ritengo che l’economia moderna non avrebbe potuto assurgere al ruolo egemonico di oggi, senza basarsi sulla struttura e sul prestigio della Scienza moderna. Quindi la critica all’economia deve essere insieme una critica del sistema scientifico-tecnologico-economico.
Ogni giorno sentiamo parlare di economia ed i mass media ne parlano a partire dal presupposto che l’economia domina il mondo e che così debba sempre funzionare e sempre funzionerà. Ma questo purtroppo vale oggi per il nostro mondo occidentale e il suo tentativo di “occidentalizzare il mondo” con la globalizzazione. Qual è stata l’azione del colonialismo occidentale nella storia e quali “economie” ha distrutto? Su quali principi si basavano le altre “economie”?
Questa domanda è molto importante. La narrazione mediatica oggi ci parla dell’economia moderna come se fosse un dato assoluto, un universale valido in tutti i tempi e in tutti i continenti. Ma come abbiamo cercato di mostrare non è affatto così. Qui ci riallacciamo al discorso sulla Scienza appena accennato sopra. Con l’epoca dei Lumi, l’uomo europeo, occidentale ha creduto veramente di essere in possesso dell’unico, vero, sapere: la Scienza. In questa certezza confluisce anche l’antico retaggio cristiano. La certezza di essere l’unica vera religione e di doverla esportare ovunque, ad esempio con le crociate dei secoli XI-XIII. Tutta la storia e la narrazione del colonialismo risentono di questa impostazione. E’ il “Fardello dell’Uomo Bianco”, chiamato da Dio o dall’evoluzione darwiniana, a diffondere la civiltà, la scienza. La storia del colonialismo è stata ammantata da questa credenza trionfale, anche se adesso cominciano a uscire moltissimi studi che attestano le atrocità compiute a scapito di popoli indigeni che vivano in armonia con la Natura. Parliamo dell’eccidio di circa 100 milioni di indigeni d’America del Nord, lo sterminio delle culture del Sud America ma anche delle azioni efferati di olandesi, belgi, francesi ed inglesi in Africa e in Asia. Libri come “Sterminate quelle bestie”, “Cristoforo colombo e altri cannibali”, “La maledizione della noce moscata”[11] offrono tantissimi documenti storici di questi massacri compiuti dai colonizzatori prima in nome della superiore religione cristiana, e poi in nome del libero mercato. Si sta sviluppando anche un settore di ricerca sul “capitalismo razziale” ed è indubbio che la nascita della civiltà industriale è stata possibile sulla base del colonialismo nei continenti e dello sfruttamento della schiavitù, con la deportazione della popolazione nera dall’Africa all’America. Tuttavia la Storia scritta e insegnata nelle università e nelle scuole non dà spazio a questa cruda realtà, ma esalta le mirabili missione “civilizzatrici” dell’Uomo europeo. Ugualmente le varie specializzazioni in cui si esplica la scienza moderna – chiamata infatti “riduzionistica” perché riduce, segmenta la “realtà materiale” – tendono a leggere la varie materie dando ha ciascuna una valenza antica o universale. La scienza economia per esempio, va a rintracciare i primordi delle sue pratiche quali: domanda – offerta, risorse, denaro, mercato, nei tempi preistorici, anche se tali pratiche avevano un senso totalmente diverso. Così per esempio la chimica, la pubblicità (”scienze della comunicazione”) e le scienze psicologiche tendono a rileggere a ritroso le proprie origini in un passato autorevole, quando invece il sistema di senso era tutt’altro.
Ovviamente il sistema mediatico, che di fatto è un’industria, lo fa ancora di più e supporta sempre la modernità come l’apice dell’evoluzione. Come aveva ben compreso il grande sociologo e teologo francese – nonchè partigiano e precursore della decrescita – Jacques Ellul, l’informazione e l’intrattenimento svolgono un azione globale a favore delle tecniche moderne. L’intero sistema audiovisivo è costruito sulla pubblicità e ne dipende totalmente. A maggior ragione, i media sono sempre a favore dell’economia moderna.
Ovviamente le altre economie, o le economie precedenti a quella moderna si basavano fondamentalmente sulla comunità e sul reciproco sostegno. Marcel Mauss, con la sua importante opera “Saggio sul dono”, e poi il MAUSS (Movimento anti-utilitarista nelle scienze sociali) hanno dimostrato che il dono era il fondamento del legame sociale delle società arcaiche, dove esigenze ed intenti di natura essenzialmente relazionale e simbolica erano prioritari rispetto a finalità esclusivamente materiali ed economiche.
“Il denaro è diventato l’unico generatore simbolico di valori. Non sappiamo più che cosa è bello, vero, giusto, santo” – ha affermato il filosofo Umberto Galimberti. In un mondo in cui la politica non sembra contare nulla, l’economia sembra contare tutto e l’economia globale stessa evolve in base alle risorse tecniche, l’etica è ancora praticabile?
Certamente no. Galimberti, essendo fondamentalmente un allievo di Martin Heidegger, ha capito benissimo l’alienazione dell’uomo denunciata dal filosofo tedesco e l’epoca della tecnica a cui ci stavamo avviando a vele spiegate. Mi piace richiamarmi a Tiziano Terzani che aveva colto perfettamente già 30 anni fa che l’etica era scomparsa e che l’economia aveva preso il suo posto. Ovviamente denunciava con forza questa impostazione contro i tentativi di nascondere questa realtà e di ammantarla con la retorica delle buone intenzioni, delle Ong, della beneficienza, della cooperazione allo sviluppo. Ritengo che il suo testamento sia contenuto nella parole: «L’uomo è ormai succube dell’economia. Tutta la sua vita è determinata dall’economia. Questa secondo me sarà la grande battaglia del futuro: la battaglia contro l’economia che domina le nostre vite la battaglia per il ritorno a una forma di spiritualità – che puoi chiamare anche religiosità – a cui la gente possa ricorrere. Occorrono nuovi modelli di sviluppo, non solo crescita, ma parsimonia».
La politica è ormai silente e si affida solo alla crescita del PIL come unico fattore per gestire la cosa comune. Ma abbiamo perso tutte le basi della vera politica.
«Se un uomo trova un diamante, ha fortuna, se un uomo trova due diamanti, ha molta fortuna, se un uomo trova tre diamanti: è stregoneria» – recita un proverbio africano. Questo potrebbe essere un sunto per definire il capitalismo finanziario oggi, che continua a colonizzare il mondo generando soldi dai soldi attraverso i soldi. L’antropologo Marco Aime equipara i “trucchi di Wall Street” alla “stregoneria”. Cosa pensi a riguardo?
La finanziarizzazione dell’economia oggi, insieme al libero mercato, ha generato una forma di capitalismo ancora più rapace capace di generare profitti slegati dall’economia reale, alimentando la forbice delle disuguaglianze socio-economiche, fino a mettere in pericolo la Natura stessa. Però non sono d’accordo con questa distinzione fatta da Aime tra economia moderna e finanza, per cui l’economia moderna fondata sul mercato era “buona”, mentre la finanza non lo è. Preferisco davvero seguire la chiara visione di Latouche per cui la finanza è solo l’espressone finale dell’economia moderna, di quella crematistica – fare i soldi con i soldi – di cui parlava già Aristotele e su cui ci siamo soffermati prima.
La base dell’economia di oggi è il consumo. Il mondo globalizzato è fondato su produrre, vendere e consumare. Senza questa sequenza il mondo non andrebbe avanti. Esattamente come si produce, si vende e si consuma il superfluo; si producono, vendono e consumano anche armi e con loro le guerre. Non vi è qualcosa di perverso è irreversibile in questa concezione e cognizione dell’attività umana sulla Terra?
Grazie per questa domanda che coglie un punto importantissimo. Ho cercato di spiegare che l’economia moderna nasce da una compagine di pensiero che per brevità chiamiamo dualismo mente-materia o paradigma newtoniano-cartesiano. Nel XVIII secolo è avvenuta una rottura, non un evoluzione, come ci dice la narrazione corrente. Questa fu dovuta alla scomparsa del tabù di base che fino allora aveva guidato il mondo e anche l’Occidente: non bisogna toccare l’ordine naturale. [12] Come affermano vari studiosi, tra cui Weber, Dumont, Latouche, Toods ciò avvenne soprattutto per una involuzione del cristianesimo (sia nella variante cattolica che protestante) che si concentra sull’individuo e sull’utile e perde di vista la comunità e l’interconnessione che legano gli uomini ai loro luoghi, alle relazioni, al sostentamento collettivo. In questa maniera, la realtà ovvero la materia, diventa un mondo piatto, privo di valori. Il valore sommo diventa il denaro con cui gli individui attribuiscono valore a quella o a questa cosa (del tipo: I like, I don’t like). Non c’è più nessuna sacralità nel mondo, nessuna armonia intrinseca da rispettare. L’economia diventa scienza del valore oggettivato.[13]
“Giacché ogni valore ha un prezzo, e soltanto ciò che è commerciabile, merita considerazione, non esistono altri valori di quelli quotabili in Borsa”.[14] Questa è la legge intrinseca dell’economia e con ciò l’economia liquida qualsiasi considerazione etica. Questo è il motivo profondo per cui produrre e vendere cappotti è esattamente uguale a produrre e vendere armi. Ma anche produrre e vendere ogni tipo di pornografia, con film e siti, oppure affittare/vendere uteri per quella che viene definita gestazione per altri (Gpa).
Si tratta di cose che sarebbero assolutamente vietate per un’economia buddhista, induista o islamica. Per esempio l’economia buddhista chiarisce quali siano i retti mezzi di sussistenza (sammā ājīva) fin dall’inizio. Queste indicazioni fanno parte dell’Ottuplice Sentiero insegnato dal Buddha 2.600 anni fa (come quarta delle Quattro Nobili Verità). La retta sussistenza deve attenersi al non nuocere (ahimsā) cioè evitare ogni attività dannosa agli esseri viventi per cui, a quel tempo, erano vietate la caccia, la macellazione, la costruzione e la vendita di armi. Più o meno le stesse indicazioni sono al centro dell’induismo e sono racchiuse nel fondamentale concetto di Dharma. Derivato dalla radice dhr è “ciò che sostiene”, traducibile con la legge, l’ordine cosmico, e anche la retta via da seguire, il Dharma richiede un sostentamento onesto, nonviolento e rispettoso dell’ordine cosmico. Il lavoro deve evitare di danneggiare altri esseri viventi, la natura o la società.
E occorre chiarire ancora: queste non sono norme morali/religiose imposte alla realtà (come i nostri contemporanei si ostinano a credere). No, la vera realtà è l’interconnessione e l’impermanenza. L’ecosfera è formata da relazioni sottili e intrecciate e l’uomo non è il suo dominatore e signore, ma è parte integrante dell’ecosfera. Quindi rispettare e assecondare l’ordine naturale è di massima importanza.
I padri dell’Illuminismo non sono senza colpe. Fu infatti Immanuel Kant a stabilire che la vera conoscenza – la scienza – è possibile solo per i fenomeni, per i fatti concreti; l’etica invece rimaneva separata e distaccata dal conoscere. L’agire etico dunque rimase separato dalla conoscenza, che però al tempo rimaneva così certo che il filosofo di Konigsberg lo paragonava al “cielo stellato sopra di noi”[15]. Non per niente, alla fine del Settecento l’etica era ancora molto solida e il famoso “imperativo categorico” comandava: «Agisci in modo da trattare l’umanità, nella tua come nell’altrui persona, sempre come fine, e mai come semplice mezzo»; oppure: «Agisci come se la massima della tua azione dovesse diventare per tua volontà, legge universale della natura»[16].
La fisica quantistica ha mascherato da tempo molte cose date per certe da Kant (tra cui tempo e spazio assoluto, legge di non-contraddizione). Ma soprattutto, dopo quattro o cinque generazioni, l’imperativo categorico si è fatto sempre più flebile, e il profitto individuale e il ritorno d’investimento dettati dal “sapere economico” sono passati in pole position quali norme dell’agire.
Dunque, se per le norme economiche è lecito produrre e vendere armi ( come stiamo facendo anche in Italia con Israele), ne consegue che le useremo in guerra e le guerre non faranno che aumentare. Occorre pertanto uscire dall’economia moderna, come dice Latouche, se vogliamo davvero arrivare alla pace. Non ci sono altre soluzioni.
[1] Aristotele, Politica, 1, 26, Cfr. K. Polanyi, La grande trasformazione, cit., pp. 57 sgg e P. Scroccaro in Quaderni dell’Associazione Eco-filosofica, n. 51 (2019).
[2] Aristotele, Etica Nicomachea, 5, V.
[3] S. Latouche, L’invenzione dell’economia, succitato, p. 49.
[4] Adam Smith con Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle Nazioni (1776) e David Ricardo con Princìpi di economia politica e dell’imposta (1817) in cinquanta anni dettero forma alla “Scienza economica”.
[5] F. Capra e U. Mattei, Ecologia del diritto, cit., p. 114.
[6] Ivi, p. 115.
[7] F. Capra e U. Mattei, Ecologia del diritto, cit., pp. 73 sgg
[8] U. Mattei e L. Nader, Il saccheggio, cit., p. 73.
[9] F. Capra e U. Mattei, Ecologia del diritto, cit., p. 107.
[10] S. Latouche, Decostruire l’Economia, in Filosofia e Economia, (a cura di A. Totaro), Morcelliana, 2019; Cfr. anche L’economia è una menzogna, cit., pp. 34-35: «Lo sviluppo distrugge le società, distrugge la cultura, non è che una occidentalizzazione del mondo».
[11] S.Lindfqvist, Sterminate quelle bestie, Milano, 2003, D.J.Forbes, Christophe Colombe et autres cannibals, Paris, 2018; A.Gosh, La maledizione della noce moscata, Neri Pozza, 2021.
[12] J.Elllul, La tecnica: il rischio del secolo, p. 40 sgg.
[13] S.Latouche, Come reincantare il mondo, La decrescita e il sacro, Bollati Boringhieri, 2019, p.26.
[14] Ibidem
[15] I. Kant, Critica della Ragion Pratica, Laterza, Bari, 1974, pp. 197-8.
[16] I. Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, in Scritti morali, Torino, UTET, 1995, pp. 88.











