L’economia di guerra e la crisi climatica non sono fenomeni separati, ma parti dello stesso sistema: mentre il pianeta si surriscalda e gli ecosistemi collassano, governi e istituzioni continuano a investire risorse crescenti nel riarmo, rafforzando un modello che accelera la devastazione ambientale e sociale.
È l’evidenza che emerge da “Guerra al Pianeta! L’economia di guerra e i suoi impatti sull’ambiente e il clima”, la monografia a cura di A Sud e Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali in collaborazione con Associazione Culturale 46° Parallelo, che analizza il legame strutturale tra industria bellica, crisi ecologica e disuguaglianze globali, mettendo in luce come la militarizzazione non sia una risposta alla crisi, ma uno dei suoi principali motori. La pubblicazione racconta come il comparto militare sia tra i più energivori e opachi dell’economia globale, con un impatto climatico enorme e spesso non contabilizzato, e come l’aumento della spesa militare si concentri proprio nei paesi maggiori responsabili delle emissioni climalteranti.
Negli ultimi due decenni la spesa militare mondiale è cresciuta in modo significativo e si concentra soprattutto nei Paesi che contribuiscono maggiormente alla crisi climatica. Solo dal 2000 al 2023 la spesa globale per gli armamenti è aumentata dell’85%, con i primi 15 Paesi per investimenti nella difesa che concentrano oltre l’80% delle spese mondiali e corrispondono esattamente agli stessi 15 che generano quasi due terzi delle emissioni climalteranti. Dove aumentano le spese militari, si concentrano maggiori emissioni.
La sovrapposizione tra i principali investitori nel riarmo e i maggiori emettitori di gas serra non è casuale: un’economia militarizzata consuma energia e materie prime con la stessa rapidità con cui produce disuguaglianze e instabilità. La guerra, inoltre, produce effetti ambientali che si estendono ben oltre la durata dei conflitti.
“Le operazioni militari, si legge nella monografia, devastano territori, contaminano suoli e acque, distruggono infrastrutture e sistemi agricoli e sociali. A ciò si aggiungono le emissioni legate alla ricostruzione delle città rase al suolo, alle operazioni di bonifica e alla riattivazione delle economie locali. I conflitti contemporanei non rappresentano soltanto tragedie umanitarie ma sono anche disastri ecologici di enorme portata”.
Nei primi 36 mesi dell’invasione russa su larga scala dell’Ucraina si stima siano state rilasciate in atmosfera circa 237 milioni di tonnellate di CO₂ e, nei primi 60 giorni appena dell’assalto israeliano su Gaza ne sono state prodotte altre 281.000. La relazione tra guerra e crisi climatica non riguarda però soltanto le aree di conflitto.
Anche in tempo di “pace” l’apparato militare globale consuma quantità enormi di energia e risorse. Basi militari, flotte navali, aviazione, sistemi logistici e produzione di armamenti di pendono in larga misura dai combustibili fossili. Questa dipendenza energetica non è un dettaglio tecnico: è parte integrante dell’organizzazione del potere globale contemporaneo.
Quando parliamo di “sicurezza energetica” (come succede di questi tempi), entriamo nel campo delle strategie per il mantenimento del potere politico-militare: una dottrina che orienta scelte, alleanze e interventi. Serve a giustificare l’uso della forza per garantire la continuità di un modello energetico fondato sui combustibili fossili.
“Nel discorso dominante, si sottolinea nel report, l’energia non è pensata come un bene comune da trasformare, ma come un interesse strategico da difendere. Non è una lettura forzata: storicamente, la sicurezza energetica nasce come questione militare. Dal secondo dopoguerra in poi, l’accesso stabile a petrolio e gas diventa un elemento centrale delle strategie di difesa degli Stati industrializzati. La protezione delle rotte marittime, dei punti di strozzatura e delle infrastrutture estrattive entra progressivamente nelle dottrine militari, soprattutto nelle politiche di sicurezza delle potenze occidentali. La cosiddetta Carter Doctrine lo dice in modo esplicito: l’accesso al petrolio del Golfo Persico è un interesse vitale, da difendere con ogni mezzo, forza militare compresa”.
Gli eserciti sono quindi strumenti di difesa armata degli interessi fossili e allo stesso tempo figurano tra i maggiori consumatori istituzionali di combustibili fossili al mondo. Aerei militari, flotte navali, mezzi corazzati, basi permanenti, esercitazioni, catene logistiche globali: tutto questo funziona grazie a petrolio, gas e derivati. Senza questi flussi energetici, l’apparato militare contemporaneo semplicemente non esiste. Questo consumo produce emissioni sistematiche, paragonabili a quelle di interi Stati. Eppure resta in gran parte invisibile. La monografia è divisa in due parti: la prima approfondisce il legame tra sistema fossile, industria bellica e politiche di riarmo; la seconda propone focus geografici che mostrano come questi processi si manifestano concretamente nei territori, tra conflitti, estrazione di risorse e devastazione ambientale.
Un articolo della monografia dal titolo “Capannoni che diventano arsenali”, a cura di Alessandro Coltré, si occupa nello specifico del caso italiano, passando in rassegna il caso di Anagni, in provincia di Frosinone, a pochi metri di distanza da un’area di servizio dell’autostrada del Sole, ove la demilitarizzazione sta lasciando il passo alla produzione di polveri di artiglieria e munizioni di medio e grosso calibro, quello di Castelfranco Veneto, ove le cisterne stanno cedendo il passo ai proiettili e quello del Sulcis Iglesiente, ove la RWM, l’azienda italiana controllata dal gruppo tedesco Rheinmetall, ha ricevuto la Valutazione d’Impatto Ambientale che consentirà il raddoppio degli impianti per aumentare la produzione di bombe, droni e munizioni.
Qui per scaricare la pubblicazione: https://asud.net/risorsa/guerra-al-pianeta-monografia/.











