Una riflessione sul 25 aprile

I capi mancavano in Israele; mancavano, finché non venni io, Debora, finché non venni io, come una madre in Israele. Si sceglievano nuovi dèi e la guerra era alle porte“.

Giudici 5,7-8

Le parole di una donna giudice, consigliera militare, profetessa e poetessa. Una donna che guiderà alla vittoria il suo popolo sul re cananeo Sisara che, fuggiasco, sarà poi ucciso da un’altra donna, Giaele. Una storia della Bibbia poco nota. Ma che pone in risalto il ruolo delle donne nella liberazione del popolo. Un monito a riconoscere questo ruolo anche per noi, che viviamo in una società garantita da una Costituzione che il popolo italiano ha recentemente rifiutato di modificare a colpi di maggioranza. Un richiamo a non dimenticare che – dobbiamo sempre ricordarlo – la Repubblica italiana è donna.

Esattamente ottant’anni fa si era in campagna elettorale per il referendum istituzionale, chiamato a scegliere tra monarchia o repubblica, e per eleggere i membri dell’Assemblea costituente. Per la prima volta votavano le donne. Mai successo prima in Italia. Ottant’anni fa le nostre nonne erano in assoluto le prime italiane a votare. Dopo vent’anni di fascismo, che aveva relegato la donna italiana in una posizione sempre più subalterna, la guerra partigiana la vide protagonista a pieno titolo e rese inevitabile il riconoscimento di un ruolo paritario. Io ho ancora conosciuto cape partigiane, che hanno avuto la responsabilità militare di centinaia di uomini. E se fai la guerra come un uomo, allora perché non potresti votare come un uomo?

Il diritto di voto alle donne non era scontato, nemmeno nel campo “progressista”: perché la donna, meno razionale e più umorale – dicevano – avrebbe potuto nutrire affetto e attaccamento alla monarchia. Ma non andò così. Il voto femminile fu massicciamente repubblicano. Grazie a madri, mogli, figlie e sorelle che in mezzo secolo avevano visto partire i loro uomini per la Libia, per il confine alpino, per l’Etiopia, per la Spagna, per la Jugoslavia, per la Grecia, per la Russia (mezzo secolo di guerre di aggressione prima monarchiche e poi monarchico-fasciste); uomini che non sono tornati, o che sono tornati mutilati, malati, psichicamente disturbati.

Grazie alla storia e al voto di queste donne la nostra Costituzione repubblicana dice: “L’Italia ripudia la guerra”. La loro autorità nasce dall’esperienza delle donne della Resistenza, che seppero assumerla quando i capi si dileguavano, l’autorità mancava, il re fuggiva, c’era il disordine, l’arbitrio, le truppe tedesche e i fiancheggiatori fascisti. Ecco allora le Debore d’Italia che, con forza e democraticamente, ripristinano l’autorità, ci donano una Costituzione senza falsi dèi, senza teste coronate e senza capi supremi, e una Costituzione contro la guerra. Una Costituzione che può sempre essere migliorata e che nasce come l’abbraccio di una donna, un abbraccio che vuole essere ampio, accogliente, vasto.

 

Emanuele Fiume

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