Navigando nel world wide web oggi la mia attenzione si è soffermata su due post pubblicati con LinkedIn. Uno è l’avviso di una compagnia di assicurazioni ai propri clienti, armatori e noleggiatori di navi ormeggiate o in transito nel Golfo Persico. L’altro è il testo scritto da un “ex Comandante in Capo della Squadra Navale, vertice del braccio operativo della Marina Militare”.
Palesemente, l’avvertimento che
Il crescente conflitto tra Israele, Stati Uniti e Iran ha aumentato significativamente i rischi per la sicurezza marittima nello Stretto di Hormuz. Segnalazioni di attacchi missilistici, avvisi VHF alle navi e attacchi contro petroliere hanno già spinto i principali operatori a sospendere o deviare i transiti. Con circa il 20% del petrolio globale trasportato via mare che attraversa lo Stretto, qualsiasi interruzione comporta seri rischi per i mercati energetici e le catene di approvvigionamento. La NNPC consiglia fortemente ai membri di evitare l’area dove possibile. Se le navi sono ormeggiate nella regione, i termini del noleggio – incluse le clausole di rischio bellico come CONWARTIME o VOYWAR – dovrebbero essere esaminati attentamente alla luce delle considerazioni di sicurezza e di allocazione dei costi. / Consequences of the Middle East Conflict for War Risk Coverage
è un segnale molto allarmante. Significa che la guerra nel Medio Oriente è una guerra mondiale a tutti gli effetti, soprattutto per le ricadute e implicazioni nei ‘gangli’ dell’economia planetaria.
Una ventina di giorni fa alla presentazione della mostra esperienziale Polvere di guerra – dalle macerie alla costruzione di pace in esposizione a Casale Monferrato fino al 29 marzo prossimo, la referente del gruppo volontari Emergency di Alessandria, Stefania Landini, aveva osservato:
La convinzione che l’umanità non smetterà mai di fare la guerra è l’errore che ci rende schiavi della guerra. Proprio come la schiavitù, che in passato consideravamo una ‘cosa normale’ e poi abbiamo sconfitto aborrendola, la guerra è un male che può essere debellato cominciando a smettere di pensare che sia ineluttabile.
Ieri, 21 marzo, ricorrenza del massacro di Sharpeville avvenuto nel 1960, cioè della data in cui la polizia sudafricana uccise 69 persone che partecipavano a una pacifica manifestazione di protesta contro l’apartheid, era la Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale e il segretario generale dell’ONU ha ammonito che nel mondo è ancora diffuso il razzismo, ‘pilastro ideologico’ dei ‘traffici’ di esseri umani, della ‘caccia’ ai migranti e agli esuli, delle persecuzioni etniche e dei conflitti bellici.
Oggi, leggendo l’avviso della compagnia di assicurazioni olandese NNPC Marine Insurance mi sono ricordata che l’abolizione della schiavitù è stata una rivoluzione culturale, sociale, politica ed economica cominciata proprio in seguito a un ‘caso’ che, analogamente, palesa la stessa verità.
Nel 1781 al massacro della Zong, cioè alla strage di 142 africani uccisi dall’equipaggio della nave, un ‘bastimento carico di’ schiavi che aveva perso la rotta, seguì lo storico processo con cui gli armatori olandesi, soci della Middelburgsche Commercie Compagnie, e i mercanti inglesi commercianti di merce umana tentarono di ottenere che la compagnia con cui avevano stipulato la polizza assicurativa li rimborsasse del danno che avevano subito.
La questione se fosse legittima oppure no la loro rivendicazione del risarcimento per la perdita di parte del carico, cioè degli schiavi ‘buttati a mare’ perché a causa dell’incidente di percorso sulla nave scarseggiavano acqua e viveri, scandalizzò l’opinione pubblica mondiale del XIX secolo, allora però composta dai pochi che leggevano le cronache pubblicate sui giornali e, oltre che in tribunale, discutevano del ‘caso giudiziario’ nelle aule di atenei, accademie e nelle sale di circoli e salotti, e lo schiavismo venne aborrito dalle nazioni più progressiste, in primis dalla prima ‘grande democrazia’ della modernità, gli USA, che paradossalmente ne faceva uso massiccio, infatti in cui l’abolizione della schiavitù fu una causa scatenante di una sanguinosissima guerra civile.
Come 245 anni fa, quando la verità che lo schiavismo fosse un business venne palesato dal contenzioso tra i trafficanti di ‘merce umana’, oggi a mostrare l’evidenza che gli effetti collaterali di una guerra sono da un lato i profitti del commercio di armi e dall’altro carneficine, devastazioni e catastrofi economiche è proprio il fatto che le compagnie assicurative ‘calcolano’ anticipatamente, perciò nelle polizze specificano di non rimborsare e risarcire, i danni provocati da eventi bellici.
Dal XX secolo in poi l’umanità ha condannato ogni forma di schiavitù, di discriminazione, asservimento e commercio delle persone, e in questi giorni Stefania Landini aveva paragonato tale progresso alla prospettiva di debellare la guerra dopo che era stato proiettato un video che ritrae il fondatore di Emergency, Gino Strada, mentre diceva “La guerra piace a chi non la conosce“.
Oggi di guerra si parla tanto e in tanti, ma pochi sapendo davvero di ‘cosa’ si parla e, come Gino Strada ha spiegato molto bene, a conoscere la guerra, ovvero a sapere che cosa sia e quali effetti produca, non sono i suoi artefici bensì le sue vittime, zittite dalle armi e dalle bombe che le colpiscono, feriscono e uccidono, e anche dal roboante chiacchiericcio sulla guerra che rimbomba nei media e nei socialmedia facendo un clamore assordante.
Alla ‘raffica’ di notizie su battaglie, attacchi, offensive e manovre militari che scandiscono le cronache quotidiane fanno eco i commenti di politici, opinion leader ed esperti, o sedicenti tali. Tante persone parlano tanto e molto saccentemente di geopolitica e di strategie politiche e militari mentre ad essere davvero esperti di guerra sono i civili martoriati dai conflitti armati e i soldati, semplici e di alto grado, che hanno combattuto o che sono impegnati sui campi di battaglia subendo le conseguenze delle decisioni di governanti e generali che fanno la guerra a tavolino e pianificano strategie e tattiche come in un gioco.
Di ciò sono edotta e consapevole perché da bambina ho letto e da adulta riletto molte volte il diario di guerra scritto da mio nonno, un fante che durante la prima guerra mondiale ha combattuto su molti fronti, in Italia come soldato semplice di un plotone che il 24 maggio 1915 varcò il confine con l’Austria, combatté a Bezzecca e nelle trincee in Lombardia, Veneto e Trentino – Alto Adige, quindi un ufficiale al comando di un battaglione di zappatori stanziato in Albania fino al settembre 1920. Facendo esperienza diretta e carriera ‘sul campo’, con l’avanzamento di grado mio nonno si accorse che i suoi superiori erano degli irresponsabili vanagloriosi e capì la gravità del proprio errore giovanile, cioè di aver sbagliato a pensare che l’intervento dell’Italia nel conflitto mondiale fosse necessario e ad arruolarsi volontariaramente convinto di fare il proprio dovere patriottico.
Come mio nonno cent’anni fa, in questi giorni un “ex Comandante in Capo della Squadra Navale, vertice del braccio operativo della Marina Militare” ha scritto delle parole che ritengo sia utile conoscere, capire e condividere:
Le guerre nascono dall’alto. La pace nasce dal basso.
Consapevolezza dei popoli, responsabilità dei cittadini e il ruolo delle società in un mondo in cui le decisioni sulla guerra sono ancora concentrate nelle stanze del potere.
Le notizie di queste ore raccontano che negli Stati Uniti sta emergendo una crescente inquietudine nell’opinione pubblica rispetto alla guerra con l’Iran. Anche alla Casa Bianca si percepisce che il consenso non è più così compatto come nelle fasi iniziali.
Non è la prima volta che accade nella storia.
Le guerre possono essere decise dai governi, ma la loro durata e la loro sostenibilità dipendono quasi sempre dal consenso delle società che quei governi rappresentano. Quando l’opinione pubblica inizia a interrogarsi, quando le persone smettono di accettare passivamente le narrazioni dominanti e cominciano a porsi domande, l’equilibrio politico cambia.
Ed è proprio qui che emerge un punto spesso sottovalutato.
Il vero terreno su cui si gioca il futuro delle nostre società non è soltanto quello della diplomazia o della forza militare. È il livello di consapevolezza delle persone.
Il livello di consapevolezza delle società
Una società poco consapevole è facilmente orientabile dalla paura, dalla propaganda e dalla semplificazione delle realtà complesse.
Una società consapevole, invece, è molto più difficile da trascinare in dinamiche distruttive.
La guerra prospera quasi sempre su alcune condizioni precise: la distanza tra i popoli, l’ignoranza reciproca, la paura dell’altro, la riduzione dell’avversario a caricatura.
Quando invece esistono legami reali tra le persone — culturali, scientifici, economici e umani — diventa molto più difficile costruire il racconto dell’inimicizia.
È per questo che sono sempre più convinto che la pace non possa essere affidata soltanto alle cancellerie, ai governi o agli equilibri di potenza.
La pace duratura nasce quando le società iniziano a riconoscersi tra loro.
Quando gli studenti studiano insieme. Quando i ricercatori collaborano. Quando imprenditori, professionisti, comunità e cittadini intrecciano relazioni che superano i confini politici.
È da queste reti invisibili che nasce la vera stabilità.
Il ruolo della consapevolezza
Ed è anche per questo che da tempo ho scelto di utilizzare questo spazio su LinkedIn per condividere riflessioni geopolitiche, analisi strategiche e considerazioni che nascono dalla mia esperienza.
Non con l’idea di indicare a qualcuno cosa pensare.
Ma con un obiettivo molto semplice e allo stesso tempo molto ambizioso: contribuire ad accrescere la consapevolezza.
Stimolare il pensiero libero. Incoraggiare le persone a ragionare con la propria testa. Invitare ad osservare la realtà internazionale senza paraocchi ideologici e senza appartenenze automatiche.
Viviamo in un’epoca in cui il dibattito pubblico è spesso dominato da narrazioni semplificate, polarizzazioni artificiali e logiche di schieramento.
La politica, inevitabilmente, risponde a dinamiche di consenso, di potere e di convenienza che non sempre coincidono con gli interessi profondi dell’umanità.
Per questo motivo diventa sempre più importante che le persone sviluppino autonomia di giudizio, spirito critico e capacità di comprendere la complessità del mondo in cui viviamo.
Dove nasce davvero la pace
Quando i popoli iniziano davvero a conoscersi, a parlarsi, a riconoscersi reciprocamente come parte della stessa comunità umana, la guerra smette di essere una scelta facile anche per i governanti.
Le guerre nascono quasi sempre dall’alto.
La pace, invece, nasce dal basso.
Nasce quando milioni di persone iniziano a pensare con la propria testa. Quando smettono di delegare completamente ad altri il destino del mondo. Quando comprendono che la storia non è qualcosa che accade sopra di loro, ma qualcosa a cui partecipano ogni giorno.
Ed è forse proprio da qui che può iniziare il vero cambiamento.
Non dalle stanze del potere.
Ma dal risveglio delle coscienze.
Su questi temi continuerò a condividere analisi più strutturate nella newsletter geopolitica Mappe del Potere, che nelle prime 24 ore ha superato i 1500 iscritti.
Non è un risultato che mi colpisce per il numero in sé – i numeri sui social hanno sempre un valore relativo – ma per ciò che rappresenta.
Significa che esiste un numero crescente di persone interessate ad approfondire, a comprendere la complessità del mondo e a sviluppare uno sguardo libero dalle semplificazioni e dalle appartenenze automatiche.
Se questo spazio di riflessione sta crescendo, la soddisfazione non deriva dai like, ma dal fatto che l’impegno nel diffondere conoscenza, consapevolezza e pensiero critico sta iniziando a trovare ascolto.
Ed è forse proprio da qui che può nascere qualcosa di buono.
Non dall’eco delle polemiche quotidiane.
Ma dalla crescita silenziosa della consapevolezza.
Paolo Treu, 11.03.2026


Paolo Treu, 11.03.2026








