Dal fiume al mare, uno slogan che può avere diverse interpretazioni sia per i palestinesi che  per gli israeliani. Può essere foriero di esclusivismi, oppure di liberazione per entrambi i popoli. Una alternativa alla ormai vuota retorica dei “ due Stati”, improponibile di fronte a ciò che è accaduto dopo il 7 ottobre e all’annessione della Cisgiordania. Può significare la condivisione di un territorio martoriato da decenni di occupazione colonialista, di guerre e stragi, da parte dei due popoli inevitabilmente destinati a vivere insieme, del resto come avveniva un tempo, prima che il virus nazionalista, sionista, sotto l’incalzare di pogrom, persecuzioni e poi la Shoah, contaminasse una civiltà assiale, una cultura universalista, plurale. 

“Dal fiume al mare” è il titolo della bella autobiografia di Widad Tamimi, pubblicata recentemente da Feltrinelli. L’autrice è figlia di una madre americana di origine ebraica, e di un padre palestinese nato a Hebron nel 1948, contemporaneamente alla nascita dello Stato di Israele, vittima anche lui della Nakba, profugo ad Amman e poi nel 1967, dopo la “Guerra dei sei giorni”, emigrato a Milano, città dove  da anni è apprezzato pediatra, nonché presidente della comunità palestinese della Lombardia, e  a Milano è nata Widad nel 1981.

Widad si definisce “apolide”, “spirito nomade”, e nel narrare la sua storia e quella della sua famiglia, ci propone attraverso riflessioni mai banali, un viaggio dentro un conflitto secolare, complesso, con uno sguardo non ambiguo su chi opprime e chi è oppresso, ma nella consapevolezza  che abbiamo a che fare con una vicenda  multiforme, caratterizzata da due popoli che hanno vissuto entrambi  la tragedia di essere i paria della storia, fatto i conti con sopraffazioni e stragi, fino a quando uno dei due ha pensato che una terra abitata da sempre da civiltà, culture, religioni diverse, potesse essere di sua proprietà. Tamimi ricorda come lo slogan che dà il titolo al libro, negli anni Sessanta, quando quella terra era sotto tre amministrazioni (Israele, Egitto e Giordania) esprimeva un “desiderio di liberazione” non “la volontà di cancellare gli israeliani”. Sottolinea come fu “il Likud nel 1977” ad affermare “Tra il mare e il Giordano ci sarà solo la sovranità israeliana”,

Del resto l’elemento identitario è stato ed è centrale in tutta la vicenda. Non a caso le due società hanno visto gradualmente diventare preminente il fondamentalismo religioso, Israele sin dalle sue origini, i palestinesi, un tempo unico popolo laico della regione, con l’ascesa di Hamas, anche grazie all’appoggio iniziale, come è noto, del governo israeliano.

L’autrice invece ha avuto la fortuna di nascere in una famiglia dalle forti radici laiche: il nonno materno, ebreo triestino, antisionista come la madre, il padre Khader lontano da una visione religiosa. Una infanzia caratterizzata a dieci anni dal trauma della scomparsa della madre, morta suicida.  

“Una famiglia mista” unita nella condanna nei confronti dell’occupazione israeliana, che ha dato alla giovane Widad un’impronta plurale, la capacità di fare i conti con le sue origini, affrontando le vicende storiche in questione con la determinazione di rifuggire facili semplificazioni, nella consapevolezza della complessità di questo conflitto, un punto di vista che le ha creato problemi e accuse da entrambi i fronti, come era capitato alla madre.

Widad Tamimi vive ora in Slovenia dove il nonno materno, rifugiatosi negli Usa in seguito alle leggi razziste del ’38,  andò ad abitare nel 1945. E’da anni impegnata nell’affermazione dei diritti umani e dopo il 7 ottobre  è attiva nell’accoglienza nella  e cura dei bambini palestinesi e delle loro famiglie. Nel contesto terribile dove ci troviamo a vivere, ritiene che solo l’incontro tra i due popoli e non lo scontro sia la via di uscita. Nella consapevolezza che solo una pace basata sulla giustizia possa essere la prospettiva reale.

In un dibattito al padre Khader è stato  chiesto: ” Potrà mai amare Israele?”.

Risposta: “Non è una questione di amore e di odio, ma di giustizia”.