Cosa significa esattamente la locuzione attraverso la quale si esprime l’eroica resistenza del popolo di Cuba? In cosa consiste questa resistenza? Di ritorno dalla recente missione a Cuba, con la partecipazione alla missione della Flotilla di solidarietà, il Convoy “Nuestra America” per Cuba, la domanda più ricorrente è, come si può facilmente intuire, “qual è la situazione a Cuba?”. Non che le volte precedenti, di ritorno dai vari viaggi che mi hanno portato a Cuba in occasione di eventi politici o conferenze internazionali, tali interrogativi non venissero formulati; tuttavia questa volta la differenza è di contesto, vista la rinnovata aggressività che gli Stati Uniti stanno concentrando contro Cuba, con l’aggravamento del più che sessantennale criminale bloqueo, un atto di violazione del diritto internazionale tra i più esecrabili, con l’appesantimento di oltre 240 misure coercitive unilaterali, anch’esse illegali e condannate dal diritto internazionale e dalla relatrice speciale delle Nazioni Unite sul tema dell’impatto delle misure coercitive sui diritti umani delle popolazioni interessate, con la proclamazione del tutto fasulla, pretestuosa e assurda, di Cuba come inusuale minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti, e poi ancora con il blocco petrolifero ed energetico mirato, ancora da parte degli Stati Uniti, a paralizzare la vita sociale e produttiva a Cuba, ad assediarne l’esistenza e ad affamarne la popolazione.
Per contestualizzare l’osservazione, vale a dire dare un contesto a ciò che si può osservare muovendosi per l’Avana e parlando con le persone, occorrono almeno un paio di considerazioni preliminari. La prima, di carattere generale: Cuba è un’isola di circa 110 mila kmq, grosso modo l’equivalente della Bulgaria e poco più di un terzo dell’Italia, e ha una popolazione di circa 10 milioni di abitanti, grosso modo quelli dell’Ungheria, quanti la sola Lombardia in Italia. Quanto al blocco energetico e petrolifero, senza andare troppo lontano, proviamo a mettere a fuoco tutto ciò che, nel nostro appartamento o nel nostro studio, è collegato all’impianto elettrico: lampade e lampadari, computer e televisori, qualunque tipo di elettrodomestico o di strumento elettrico; poi, con una piccola proiezione, tutto ciò che è all’esterno, dal condominio, a tutti i servizi pubblici, a partire dagli ospedali, a tutti i mezzi di trasporto non elettrici. Il petrolio cubano copre solo il 40% del fabbisogno e, com’è noto, l’Isola è sostanzialmente priva di risorse energetiche; di conseguenza, la carenza di carburante che il blocco determina impatta profondamente sull’Isola, già fortemente condizionata dagli effetti del pluridecennale bloqueo, che la privano, tra l’altro, di strumenti, apparecchiature, macchinari.
È questo il contesto nel quale siamo chiamati a verificare la pertinenza di quella espressione, resistenza eroica. L’assenza di carburante ha determinato una conseguenza diretta e una misura immediata: la conseguenza è stata la rapidissima crescita dei prezzi del carburante e, di conseguenza, dei taxi “tradizionali”: se prima, una vettura dall’aeroporto a Centro Habana poteva costare tra i 20 e i 30 dollari, adesso per il medesimo trasporto la richiesta è di 50 dollari; la misura immediata assunta dal governo è stata quindi a più livelli, gli automobilisti possono acquistare fino a un massimo di 20 litri di benzina, tutte le attività che richiedono energia da carburante sono state riorganizzate e si è registrata una formidabile spinta verso l’energia solare con la moltiplicazione di pannelli e kit a energia fotovoltaica. All’Avana tutto questo è evidente: il traffico stradale è sensibilmente ridotto; i taxi continuano a percorrere le strade della capitale, ma si assiste alla moltiplicazione dei cosiddetti “tricicli” elettrici che sono in realtà delle vetture tipo apecar calessino a sei posti, come pure sempre più diffusi sono i motorini elettrici, in gran parte di produzione cinese. Ovviamente, uno schema analogo, di tipo alternativo, basato su energie da fonti rinnovabili, riguarda anche altri settori della vita pubblica a Cuba: i pannelli e i kit fotovoltaici sono sempre più diffusi, la Cina ha già donato 5 mila sistemi fotovoltaici che le autorità cubane hanno immediatamente provveduto a installare, entro il 2028 saranno completati 92 parchi solari anche questi di produzione cinese; in generale, l’accelerazione nell’installazione e nell’utilizzo del fotovoltaico a Cuba è senza precedenti e procede a un ritmo che non ha eguali in altri Paesi.
Anche questo si vede all’Avana, tra batterie che vengono alimentate, installate e sostituite, e una straordinaria abilità, che tutti a Cuba possiedono, di costruire, riparare, sostituire, modificare, installare, con il poco che si ha a disposizione. In generale, è tutto basato su questo concetto, ottenere il massimo con il poco che si ha. Qualcuno ha detto “una resistenza che si fa con il cacciavite” (altro strumento onnipresente nella quotidianità di Cuba), ma più in generale si può parlare di una resistenza che è possibile proprio grazie al funzionamento del sistema: c’è poco, dunque sprechi non sono possibili, e occorre individuare le priorità, per fare in modo che il poco sia concentrato in funzione delle priorità, assegnato in base alle priorità: il servizio di trasporto continua a funzionare per tutti, ma se le linee vengono ridefinite e gli autobus sono meno di quanti ne servirebbero, aumentano in proporzione gli autobus riservati al trasporto dei lavoratori e degli studenti, perché, com’è naturale pensare, sono i lavoratori a garantire la produzione e a tenere in piedi il Paese, dunque questo servizio è prioritario. Sembra logico, ma quanti Paesi occidentali adotterebbero la medesima logica?
Gli ospedali devono fare fronte a black out e carenze di macchinari e di strumenti, ma sono sempre, costantemente operativi, e il governo ha disposto, per quanto riguarda l’approvvigionamento energetico, l’installazione di 10 mila sistemi fotovoltaici per scuole, ospedali e presidi sanitari e di 5 mila sistemi destinati a luoghi sociali come case di cura, case di infanzia e servizi comunitari. All’Avana, la domenica pomeriggio, in Habana Vieja e Centro Habana, ci si imbatte in scuole aperte, pur in un contesto in cui, a causa della difficoltà energetica, è stato introdotto un sistema di turnazioni, perché, come la salute, anche l’istruzione, a Cuba, è un pilastro, e fa parte di un sistema che, nel suo complesso, è orientato ai bisogni del popolo, non al privilegio di pochi. “Tutto per il popolo”, è un’altra delle espressioni che si sentono ripetere a Cuba. La “canasta básica”, basata sulla “libreta” fornisce tutti i prodotti base (riso, fagioli, zucchero, olio e caffè) a prezzo politico e anche se, nel corso degli ultimi anni, a causa degli effetti dei blocchi e della guerra economica, la quantità di prodotti è diminuita e i prezzi sono aumentati, questa garantisce il minimo a tutti. A Cuba non si muore in strada. Potremmo dire lo stesso nelle metropoli del ricco Occidente? Pianificazione, priorizzazione e organizzazione sono le parole d’ordine in un sistema che è appunto pianificato e organizzato proprio perché socialista.
E torniamo allora alla domanda iniziale: sì, Cuba è in piedi e resiste, e ciò che si vede all’Avana conferma entrambe le affermazioni: che l’impatto del blocco e della guerra economica è pesante e provoca restrizione e sofferenza, e che ci troviamo qui di fronte a un popolo degno e cosciente, a cui il governo si rivolge con onestà, senza negare i problemi e cercando soluzioni, e che sa benissimo quali sono le cause della difficoltà e dei black out: l’aggressione scatenata dalla prima superpotenza militare del pianeta contro un’isola grande poco più di un terzo dell’Italia e con una popolazione pari a quella della sola Lombardia.











