Credo che un progetto di educazione alla pace nelle scuole di cui mai come oggi si sente la necessità, per l’aumento di disagio e aggressività nelle classi e in uno scenario globale che va verso il riarmo e la guerra, vada affrontato a tre livelli.
Il primo livello è quello degli spazi fisici e dell’impianto pedagogico. Risulta abbastanza difficile infatti introdurre l’educazione alla pace in un ambiente fisico e di apprendimento che esprime messaggi di segno opposto, all’insegna dell’autoritarismo. Le scuole spesso fanno pensare al modello fordista di produzione trasferito in ambienti che dovrebbero “produrre” sapere e creatività. L’insegnante-caporeparto che detta le consegne e gli studenti-operai che eseguono, ovvero ascoltano e ripetono.
Ma non basta il paragone della scuola con uno stabilimento industriale con tutta la paccottiglia di linguaggio pseudo-aziendalista che ne consegue e che si è affermato da molti anni, con crediti e debiti, performance, efficienza, efficacia, prodotti, risultati, ecc. Le scuole a partire dalla impostazione degli spazi fisici possono essere accostate facilmente anche a carceri, caserme, uffici ministeriali, ospedali.
I riti ci sono tutti: l’intervallo – ora d’aria, le note, le punizioni, la campanella, il conto alla rovescia verso la fine dell’anno scolastico che ricorda il conto dei giorni all’alba dei militari di leva, le bocciature. E poi potremmo continuare con le metafore di don Milani della scuola come ospedale che cura i sani o di fabbrica in cui il tornitore non può permettersi di buttare via i pezzi venuti male.
Ho presente un test che invitava a distinguere dalla foto quale fosse l’immagine della scuola in mezzo a una serie di foto molto simili di una caserma, un monastero, un ospedale, una struttura di uffici ministeriali. Era difficilissimo. In tutte le foto si vedeva un ampio e lungo corridoio e una serie di porte (aule, uffici, celle, camere) che si aprivano ai lati. Ma in effetti nella scuola tradizionalista che si è trascinata fino ai giorni nostri nonostante Montessori, don Milani e tanti altri educatori illuminati, una conformazione degli spazi non distinguibile da quella di una caserma o della agenzia delle entrate possiamo ritenerla normale. L’esperienza che ho fatto io nel mio percorso di insegnante che ha attraversato alcuni decenni dagli anni ottanta alla fine degli anni dieci del nuovo millennio parla d’altro. Parla di eliminazione delle cattedre e della disposizione a airbus dei banchi dove si vedono solo l’insegnante le nuche dei compagni e di profonda modificazione metodologica. Cooperative learning, didattica esperienziale, abolizione delle insufficienze, trasformazioni radicali nella valutazione, didattica inclusiva, interdisciplinare e improntata alla cittadinanza attiva, modifica dei tempi e degli ambienti di apprendimento, legame con il territorio, outdoor education, sono i variegati elementi che favoriscono anche la comunicazione nonviolenta e l’educazione alla pace. Gli studenti insomma che diventano protagonisti che partecipano in modo assembleare alla scelta dei percorsi didattici, il forte legame con il territorio e poi la fruizione regolare degli ambienti esterni e naturali favoriscono la concentrazione, la creatività, il rilassamento, la cooperazione, l’inclusione e per contro diminuiscono aggressività e demotivazione. Questo è il primo livello di educazione alla pace che è intrinseco quindi a una modifica di spazi e metodi di insegnamento.
C’è poi il secondo livello quello che potremmo chiamare di educazione alla pace attraverso l’educazione alle relazioni. Non si può parlare di risoluzione non armata di conflitti tra i popoli e gli Stati se prima non si fa pace in classe, se non si trova modo di mettere al centro l’educazione alle relazioni. Certamente in questo un ruolo fondamentale dovrebbe averlo la famiglia, e la società nell’insieme dovrebbe tendere in tale direzione. Ma se tanti giovani un supporto della famiglia non ce l’hanno o se sono sviati da messaggi provenenti da mille altre fonti, internet in primis, non rimane che la scuola.
Se non c’è nemmeno la scuola allora è il baratro che a volte si manifesta in modi estremi come nel caso dello studente di La Spezia ucciso in classe o di quelli che suicidano non resistendo al bullismo a cui sono sottoposti. Il problema è sempre esistito ma è indubbio che sia più acuto e diffuso negli ultimi anni. La presenza pervasiva degli smartphone e dei social nella vita dei ragazzi, lo stress post traumatico collettivo seguito al dramma del lockdown da Covid, il terrore del futuro, il senso di impotenza, hanno accresciuto il problema. Ed ecco che assumono dimensioni enormi l’incapacità di accettare frustrazioni, di non ottenere soddisfazioni immediate, la ricerca di sicurezza nel gruppo che a volte è pure un branco, l’adesione a miti negativi.
Famoso ultimamente il taglio “malessere alla 41 bis” che si ispira ai boss rilanciato da tik tok. E allora è fondamentale che gli insegnanti non lascino il problema fuori dalla porta o lo nascondano sotto al tappeto e dicendo “E’ roba da sociologi, psicologi, servizi sociali, forze dell’ordine…”. E’ invece precisamente roba da insegnanti che sono educatori non chiamati solo a insegnare la tecnica della loro disciplina. Abbiamo visto che la soluzione scelta è a volte non la più semplice ma la più semplicistica: mettiamo i metal detector nelle scuole. Deleghiamo alla tecnologia quello che dovrebbero fare gli educatori, scegliamo la soluzione mediaticamente più d’impatto, come è nello spirito dei tempi, securitaria, repressiva, senza incidere sul vero problema.
E il vero problema è quello di ragazzi, carnefici e vittime, trascurati dalla scuola che pensa solo a una delle sue mission: insegnare le materie scolastiche, dare voti, rispondere alla crescente domanda di compilazione di moduli. Tipo questo: “Per una maggiore trasparenza, efficienza ed efficacia nel monitorare i progetti previsti nel PEI/PTOF si chiede a ogni docente/team/CdC/GLO di compilare il FORM al seguente link…”
Ecco allora che i docenti sommersi dalla burocrazia e da una pletora di username, codici alfa-numerici, password, link, sigle, non trovano più il tempo e l’energia per la cosa più importante, guardare in faccia i propri alunni per chiedere loro come stanno quando magari hanno l’inferno dentro mentre in silenzio seguono la lezione.
Qualche anno fa in una classe avevo avuto a che fare con una chiara situazione di bullismo femminile collettivo verso una compagna. Una cosa strisciante che però aveva assunto connotati man mano più gravi fino a indurmi con una collega a una decisione drastica. Non si poteva continuare a occuparsi di numeri relativi e teorema di Pitagora e equazioni con le loro incognite, quando l’incognita vera di cui preoccuparsi e da decifrare era quella interna a certi comportamenti. E così è lampeggiato chiaro nella mia mente il segnale Stop! Nella mia mente e in quella di una collega e insieme abbiamo dedicato tempo e energie per cercare di affrontare collettivamente con le dirette interessate e i compagni quel problema attraverso creatività e tecniche collaudate di risoluzione dei conflitti, esattamente inserendo il tutto nel tempo scuola mattutino.
E arriviamo poi al terzo livello. Se ci fermassimo ai primi due livelli pensando che sia sufficiente fare educazione alle relazioni per fare educazione alla pace sarebbe come fermarsi all’educazione affettiva senza occuparsi di educazione sessuale. Sarebbe come pensare che sia sufficiente essere persone pacifiche e in grado di gestire le relazioni per costruire un futuro di pace. Non è così, oltre alla dimensione personale interpersonale c’è quella sociale e politica che richiede azioni ed elaborazioni di ordine superiore. Considererei due diversi approcci per attività di educazione alla pace della scuola a questo livello.
Innanzitutto quello storico per affermare la necessità che la scuola in un modo sempre più piccolo non si chiuda come parrebbero definire le nuove Indicazioni Nazionali in una dimensione strettamente regionale intendendo con questo la storia nazionale ma si apra alla trattazione della molteplicità di situazioni interconnesse a livello globale. Solo con la conoscenza si eviteranno negazionismi, ignoranza, chiusura in ideologismi. Quindi lo studio di situazioni che permeano anche il confronto culturale e politico attuale come il conflitto israelo-palestinese, quello russo-ucraino e naturalmente il nuovo ordine mondiale seguito alla elezione di Trump alla presidenza degli USA. Inoltre si dovrebbe guardare la gamma di conflitti che sono stati affrontati senza il ricorso alle armi e alla guerra facendo capire che la storia non è una sequenza di eventi bellici intervallati da periodi di assenza di guerra perché il ricorso alle armi non è stata storicamente l’unica via per affrontare i conflitti interetnici, tra i popoli, tra gli Stati.
Non c’è stata solo la liberazione nonviolenta dell’India dall’imperialismo inglese attraverso l’azione di Gandhi ma anche ad esempio le meno note lotte di resistenza civile della Danimarca e della Norvegia contro i nazisti, oppure quella di Praga ‘68 contro l’invasione sovietica, fino alle misconosciute decine di casi vincenti della resistenza nonviolenta dei cittadini ucraini nei primi giorni dell’invasione russa nel 2022. Quindi dovrebbe esserci anche l’esposizione a scuola delle tecniche usate in questi casi quando la resistenza civile è stata ben organizzata: sciopero, non collaborazione, boicottaggio, dialogo, non umiliare l’avversario, disobbedienza civile, ecc..
La ricercatrice USA Erica Chenowet in un suo testo del 2023 ha analizzato dettagliatamente tutti i conflitti degli ultimi 100 anni dimostrando dati alla mano come quelli affrontati attraverso la resistenza civile invece che con il ricorso alla violenza abbiano avuto successo in percentuale doppia. L’idea che uno Stato e il suo popolo siano più sicuri quanto più sono armati perché così esercitano una efficace azione di deterrenza può essere confutata da quella opposta che sostiene invece che più uno Stato è pacifico e meno è armato meno viene percepito come una minaccia dagli altri.
Il secondo approccio improntato alla cittadinanza attiva riguarda l’analisi di quanto è possibile fare come giovani cittadini per mettere in pratica quanto è stato elaborato in decenni di ricerche e iniziative concrete nel campo della nonviolenza e della resistenza civile. In una prospettiva di sicurezza multidimensionale nata sulla scorta di attività delle ONG e anche di organismi istituzionali come i caschi bianchi dell’ONU è stato ad esempio deliberata dal Parlamento Europeo nel 2001 il Corpo Civile di Pace Europeo (CCPE) che dovrebbe avere importanti compiti nella prevenzione e nella gestione non militare dei conflitti, un’organizzazione che dovrebbe ora più che mai essere resa operativa secondo le modalità pensate da Alex Langer nel 1994.
Ma molto può essere fatto dai giovani anche impegnandosi nel servizio civile sia nazionale che internazionale e nelle ONG. Quindi il ruolo della scuola è fondamentale anche in questo secondo livello, senza fare propaganda o imporre alcunché ma caso mai favorendo la piena conoscenza, lo spirito critico e il senso di responsabilità civile negli studenti, ad ogni livello e in ogni grado di scuola, che è poi il compito principe del sistema di istruzione.
In definitiva, e lo dico con assoluto rispetto per le forze armate, alla domanda di lavoro di giovani non si può rispondere solo con “Vieni nell’esercito”, non si può risolvere l’ansia per un futuro incerto con lo spot “Arruolatevi!”.
Un futuro di pace, con più granai e meno arsenali si inizia a costruire nelle aule scolastiche.










