Nell’ultimo decennio, l’Italia ha fermato migliaia di persone solamente per aver guidato una barca che ha attraversato il Mar Mediterraneo: i cosiddetti ‘scafisti’. Sono state arrestate più di 3.200 persone, 1.000 di queste sono ancora in carcere.

In questo comunicato congiunto di Legal Clinic Roma 3, Arci Porco Rosso, ASGI, Antigone Campania, Mem.Med – Memoria Mediterranea, la denuncia dell’apertura di un nuovo processo a Napoli contro 3 capitani, in un’escalation di criminalizzazione nei confronti delle persone migranti che diventano i perfetti capri espiatori.

Il 14 febbraio ha preso avvio davanti al Tribunale di Napoli il processo a tre giovani uomini del Sud Sudan, in carcere da oltre 5 mesi per aver condotto un’imbarcazione in condizioni precarie, con a bordo 80 persone, dalle coste libiche fino al salvataggio nel Mar Mediterraneo.

Allo sbarco, il 28 agosto, i tre uomini, poco più che ventenni, sono stati sottoposti a interrogatori serrati, riconosciuti come capitani, quindi arrestati e tradotti nel carcere di Poggioreale. Come accade sistematicamente nei confronti dei capitani, l’applicazione della misura cautelare del carcere è stata motivata con l’assenza di una dimora stabile in Italia, che diviene sintomatica del “pericolo di fuga”, e con il “rischio di reiterazione del reato“. In altre parole, le circostanze in cui avviene la migrazione, e in particolare la fuga dalla Libia, vengono lette immediatamente attraverso la prospettiva del traffico internazionale di persone e gli schemi del reato associativo.

Sin dalle prime dichiarazioni, i tre capitani hanno ammesso le condotte loro imputate, ribadendo di aver agito in stato di necessità, per salvare se stessi e le altre persone a bordo. Per essere accusati e processati per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare non è necessario che vi sia un qualsivoglia fine di profitto, né servono prove dell’appartenenza a presunte organizzazioni di trafficanti. Le accuse, infatti, criminalizzano quelle azioni da cui – proprio come nel film “Io Capitano” di Matteo Garrone – può dipendere la vita o la morte di chi attraversa il mare per raggiungere l’Europa.

Il caso dei capitani sudanesi mostra quello che nel film di Garrone rimane sullo sfondo, ovvero il carcere che ogni anno in Italia attende allo sbarco centinaia di persone migranti. Come ricostruisce il progetto “Dal mare al carcere“, negli ultimi dieci anni sono, infatti, almeno 3.200 le persone arrestate e processate per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare.

Quella che colpisce i capitani è una giustizia politica che criminalizza le persone migranti facendone il capro espiatorio delle morti causate da confini sempre più fortificati, in una guerra contro le migrazioni dove gli apparati di militarizzazione delle frontiere sono schierati contro le persone in movimento. Ma si tratta anche di una giustizia razzista, che sottopone le persone migranti a processi sommari, in cui è sistematica l’adozione di procedimenti speciali e dove le difese, spesso d’ufficio, vengono menomate dalle difficoltà nel rintracciare i testimoni, dai costi delle perizie tecniche e dall’assenza di mediazione linguistica e culturale.

Quello che è cominciato il 14 febbraio a Napoli è quindi un processo a tre giovani che hanno attraversato il Mediterraneo per chiedere asilo in Europa, ma è anche un processo alla solidarietà che, come nei casi in cui sono accusate ONG e gli attivisti, lega in un filo rosso la criminalizzazione di ogni forma di aiuto nell’attraversare i confini.

Basta criminalizzazione. Chiediamo libertà per i capitani e l’archiviazione delle accuse.

 

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