>  rassegnanews sulle soggettiv₳zioni del meticciato meridioglocal  <

 

 Khaled El Qaisi è stato scarcerato. Lo hanno deciso i giudici israeliani della corte di Rishon Lezion 

Khaled El Qaisi è a Betlemme a casa di un parente. Ieri l’altro, in tarda mattinata, era stato lasciato dalla polizia a un posto di blocco militare israeliano alle porte di Ramallah. Non ha ancora avuto contatti telefonici diretti con la famiglia in Italia ma la moglie Francesca Antinucci ha detto di essere stata rassicurata sulle sue condizioni. Khaled, ha ribadito Antinucci, non è agli arresti domiciliari ma non può lasciare il Paese ed è a disposizione delle autorità israeliane per ulteriori indagini. Al momento non è possibile fare previsioni su cosa avverrà l’8 di ottobre quando i giudici israeliani dovranno decidere se rimettere in piena libertà lo studente italo-palestinese, arrestato il 31 agosto, e farlo rientrare a Roma. Le indagini israeliane sul suo conto quindi non sono concluse e per la sua liberazione sarà pagata una cauzione. Ricordiamo i fatti: Il 31 agosto assieme alla moglie e al figlio Kamal di 4 anni, Khaled, al termine di un periodo di vacanza a Betlemme, stava attraversando il valico per la Giordania diretto ad Amman da dove un paio di giorni dopo tutta la famiglia sarebbe rientrata a Roma. Al controllo bagagli fu improvvisamente ammanettato e portato via senza spiegazioni. Non si è mai saputo nulla sui motivi dell’arresto che restano oscuri.

aggiornamenti su PagineEsteri

 

Quaderni della Decrescita, n.1 –  “Capitale naturale \ Capitale umano \ Capitale sociale. tutto è Capitale!”   Il sistema sociale, economico e politico oggi dominante è sempre più pervasivo, totalizzante ed onnicomprensivo: un processo im\materiale colonizzato dall’immaginario capitalista

Dalla introduzione alla monografia raccolta nel numero 1 della rivista Quaderni della decrescita. In questo primo quaderno si cerca di indagare non solo le cause ma anche gli effetti devastanti del modo complessivo di rapportarsi alla natura, affrontando l’intreccio del tema generale – “tutto è Capitale” –  sotto diversi approcci, in particolare: dalla filosofia alla storia; dall’ecologia all’economia; dalla sociologia al diritto. Di seguito un breve estratto del temario del collettivo redazionale QdD

La concettualizzazione della natura come capitale non è priva di criticità e implicazioni, ovviamente. Innanzitutto, l’idea che la natura (“vivente” e “non vivente” – cioè morta – secondo una bizzarra tassonomia usata dai contabili) sia un insieme di beni (stock) e servizi (flussi) ecosistemici la pone come un oggetto esterno e separato dall’osservatore umano. Da qui il passo è breve nel considerarla “res”, materia, risorsa cui l’umanità può attingere per il proprio esclusivo tornaconto. Torna qui in mente un classico tra i classici della letteratura ambientalista, John Muir: «Ci viene raccontato che il mondo fu creato appositamente per l’uomo – una congettura non corroborata dai fatti. Numerosi uomini rimangono spiacevolmente sorpresi quando trovano nell’universo divino qualcosa, non importa se viva o morta, che in qualche modo non possono mangiare o rendere – come dicono – utile ai propri fini» (J.Muir. Il posto dell’uomo nell’universo, 1916). Il rischio evidente di una postura antropocentrica è quello di perdere di vista le relazioni vitali che legano indissolubilmente tra loro ogni entità sulla faccia della Terra. Il rischio successivo è quello di perdere il senso del limite nella smania di sfruttare al massimo i sistemi naturali che, per quanto immensi e munifici, non sono illimitati o, per usare un’espressione oggi in voga, sono iscritti in “confini planetari”. Infine, il pregiudizio antropocentrico porta a sopravvalutare e mitizzare le capacità di controllo/dominio dei processi naturali da parte dei gruppi dominanti del genere umano. E qui entrano in scena gli strumenti della governance del mondo: le tecnoscienze e – in particolare – l’economia. Serve quindi iniziare cercando di capire quali sono le origini dell’approccio riduzionistico e utilitaristico.

leggi introduzione QdD su comune-info

 

Brasile, la bancada ruralista all’attacco delle terre indigene

Rilanciamo la news di di Laura Burocco (Dinamo Press) in merito all’approvazione del senato di una norma incostituzionale – sostenuta dai rappresentanti politici dei latifondisti e aventi interesse nella agroindustria – che ha scavalcato la decisione presa dalla Corte Suprema. Nella fattispecie si  tratta del limite posto in essere per il riconoscimento delle terre indigene soltanto a quelle precedenti al 1988. Sulla questione si attende la decisione del Presidente Lula che dovrebbe essere presa sostanzialmente entro due settimane. Intanto, come nota Laura Burocco, “è già iniziata la campagna per fermare questa legge”

Il 27 settembre, il Senato Federale ha scavalcato la decisione del Tribunale Supremo STF e ha approvato la PL 2903/23, che trasforma in legge la tesi del Marco Temporal, proposta, difesa dai latifondisti e investitori della agroindustria, secondo la quale gli indigeni avrebbero diritto solo alla terra che era in loro possesso il 5 ottobre 1988, data di promulgazione della Costituzione federale mettendo a rischio le terre indigene già delimitate e rendendo quasi impossibili nuove demarcazioni. Mentre la Corte Suprema STF, nell’ambito del Ricorso Straordinario (RE) 1017365, ha dichiarato, con 9×2, l’incostituzionalità del Marco Temporal e ha respinto la tesi di utilizzare la data di promulgazione della Costituzione Federale del 1988 come arco temporale per la delimitazione delle terre dei popoli originari, con 43 voti favorevoli e 21 contrari, il progetto di legge 2903/23 crea un quadro temporale per la delimitazione delle terre indigene non solo contraddicendo la decisione della Corte Suprema Federale (STF) ma anche della Costituzione brasiliana. Il disegno di legge prevede anche l’allontanamento forzato degli indigeni dalle loro terre, la realizzazione di basi militari, autostrade, impianti e centrali idroelettriche sulle terre indigene e il contatto forzato con le popolazioni isolate. Tutto questo senza la necessità di consultare preventivamente le comunità o la Funai, ente governativo preposto alla tutela dei diritti indigeni. Usando un termine coniato dall’allora ministro dell’ambiente del governo bolsonarista, Ricccardo Sales, la bancada ruralista (i rappresentanti politici dei latifondisti e aventi interesse nella agroindustria ) ha tentato passar a boiada  (aggiornamento delle leggi al fine di promuovere la flessibilità degli standard ambientali per far avanzare l’agroindustria).  Il progetto (PL 2903/23) è infatti proseguito al Senato (dove è stato approvato dal presidente Sergio Pacheco) con una discussione parallela – sostenuta della bancada ruralista e l’opposizione governativa –  a quella del STF evidenziando non solo il clima ostile e combattivo tra legislativo e giudiziario ma la complessa situazione che il governo affronta al Congresso. Lula fronteggia, infatti, Pacheco al senato e Arthur Lira alla Camera dei Deputati. Ogni cosa che Lula vuole deve essere negoziata con questi signori e gli interessi che essi rappresentano e questo vuol dire cedere milioni o miliardi della spesa Statale a deputati o senatori che li spenderanno in progetti utili per la loro rielezione e, sovente favoriscono il proprio portafoglio, la propria impresa.

dinamopress/news

 

La guerra non può essere giusta: don Milani e il dovere di disobbedire

«“L’obbedienza non è più una virtù”: l’insieme dei documenti che ricostruiscono le ragioni di don Lorenzo Milani al processo per apologia di reato, non è solo un documento storico centrale nella lotta italiana per il riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare, ma anche un insieme di scritti “profetici”, intendendo per profezia, secondo l’insegnamento capitiniano, l’anticipazione della realtà futura nella presente attraverso l’educazione all’impegno morale necessario a realizzarla»

Com’è noto, le vicende che portarono al processo a don Milani hanno origine dal comunicato stampa dei cappellani militari in congedo della Toscana pubblicato su La Nazione il 12 febbraio 1965. In esso, dopo aver accomunato in un omaggio «referente e fraterno» tutti i caduti d’Italia, auspicando che «abbia termine ogni discriminazione e ogni divisione di parte di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise» (con un implicito riferimento alla riabilitazione dei caduti fascisti che «si sono sacrificati per il sacro ideale della Patria»), i cappellani accusano di «insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta obiezione di coscienza, che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà». Come racconta Marco Labbate ne L’obiezione di coscienza nell’Italia repubblicana, il ritaglio del giornale arriva a Barbiana il 14 febbraio e, come accade con tutti i quotidiani che arrivavano nell’impervio borgo del Mugello, viene letto insieme ai ragazzi. E qui scattano, nel maestro, l’indignazione e il dovere di dare una risposta che abbia anche valore educativo. «Dovevo bene insegnare come il cittadino reagisce all’ingiustizia» – spiegherà nella lettera ai giudici, nella quale racconta la genesi della risposta incriminata – «come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto» (I care è la celebre scritta sul muro della scuola): poiché nessun altro aveva reagito alle parole infamanti dei cappellani «allora abbiamo reagito noi». Si tratta di un insegnamento pratico di etica della responsabilità, del farsi carico personalmente di un impegno morale in vece di altri: la responsabilità del bene. Questo è il compito specifico della scuola, rivendica don Milani, che è diversa dall’aula del tribunale, perché mentre i giudici devono applicare le leggi in vigore, «la scuola invece siede tra passato e futuro e deve averli presenti entrambi», non solo formare il senso della legalità, ma anche il senso politico, cioè «la volontà di leggi migliori», formando al rispetto delle leggi giuste e all’impegno per cambiare quelle sbagliate. Attraverso il voto, lo sciopero, la parola, l’esempio. È questo il compito profetico dei maestri, che devono essere capaci di scrutare i “segni dei tempi”, prevedere «negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in modo confuso». Ma la profezia che anticipa la realtà futura nella presente è da sempre guardata con sospetto, accusata di “apologia di reato”, come nel caso di don Milani, o di corruzione dei giovani, come l’accusa rivolta a Socrate, la cui figura è tra le letture di Barbiana attraverso l’Apologia e il Critone. Così come lo sono i Vangeli, l’autobiografia di Gandhi, lo scambio epistolare tra Claude Eatherly, uno dei piloti di Hiroshima, e il filosofo Günther Anders. La risposta del priore di Barbiana e dei suoi ragazzi, dunque, non si fa attendere: è una lettera aperta ai cappellani militari, diffusa in dattiloscritto e pubblicata integralmente il 23 febbraio sulla rivista comunista Rinascita (e poi sul numero di marzo di Azione nonviolenta, la rivista del Movimento Nonviolento, commentata da Aldo Capitini). Nella lettera vengono fissati alcuni elementi di riflessione che sono acquisizioni civili fondamentali, seppur non ancora universalmente riconosciute. Dapprima la celebre apertura progressiva del concetto di patria, da nazionalista a internazionalista e classista: «se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altra»; e poi l’avvertimento che quello di patria è un concetto non rigido ma fluido, del quale i nostri figli un giorno rideranno, come oggi si ride della patria borbonica. Inoltre il tema della centralità dei mezzi per affermare il proprio concetto di patria: «nobili e incruenti», come lo sciopero e il voto, quelli promossi da don Milani; armi ed eserciti, «orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove», quelle benedette dai cappellani.

tratto dall’articolo di Pasquale Pugliese [volerelaluna]

 

Intervento di Dante Schiavon sulla dimensione ontologica della Terra: oggetto di studio di mille discipline sembra occupare nell’immaginario collettivo un fugace e piccolo spazio celebrativo solo in occasione della “giornata mondiale”  ad essa dedicata

Proponiamo lo stralcio dell’articolo La frammentazione del pensiero ecologista, pubblicato su Salviamo il Paesaggio, con il quale – al di là dello specifico territoriale relativo al “caso veneto” – Schiavon ci offre un approccio critico universale, diverso dalla logica dominate della crescita capitalistica e dello sfruttamento illimitato delle risorse naturali del pianeta: la “terra essere vivente” quale dimensione ontologica e non soltanto come funzionalità ecosistemica”

Se non si comprende la “dimensione ontologica” della terra come “essere che vive e fa vivere altri esseri viventi” e come “spazio vitale” dove si origina la vita avremo sempre una visione mutilata della realtà della natura e non saremo in grado di progettare nessun futuro per il pianeta e nemmeno forme armoniche di convivenza fra tutti gli esseri viventi: uomini, piante, animali. In questo grande vuoto culturale e antropologico circa il valore della terra, che la “prassi antropocentrica” ha ridotto a “merce” e a un banalissimo “fattore produttivo” utile a incrementare il PIL, precipitano temi come la biodiversità, i cambiamenti climatici, le nuove epidemie, ecc. L’opinione pubblica non riesce a cogliere non solo la “dimensione ontologica”, ma nemmeno la “dimensione biologica” della terra.  Infatti, quando si ragiona sulla “perdita di biodiversità” il primo pensiero va  ai grandi mammiferi e non  al rischio di estinzione di numerosissime specie presenti  nei primi 40 centimetri di quello “strato”  che non è  altro che la “pelle del pianeta”. E, nonostante si stimi che due terzi di tutte le specie vivano nel suolo, meno che meno il pensiero va agli infinitesimali “microrganismi” che costituiscono l’anello di congiunzione tra la salute del terreno, il benessere degli alberi e delle piante, il benessere dell’uomo, il benessere degli animali. Il vuoto culturale che accompagna la mancata percezione della dimensione “ontologica” e “biologica” della terra (suolo) si ripercuote inevitabilmente anche sulla sua dimensione “geomorfologica”, “fisica”, “geografica”: intesa proprio come “spazio fisico vitale” per la vita di tutti gli esseri viventi. Anche   sulla vicenda legata alla reintroduzione/ripopolamento in natura degli animali selvatici emerge questo vuoto culturale, sia in coloro che intendevano utilizzare il ripopolamento di selvatici a scopo turistico-commerciale, sia in coloro che si battono per salvarli da propositi di abbattimento. Non credo che al momento della reintroduzione/ripopolamento di animali selvatici sia stata fatta alcuna considerazione e alcuna valutazione   sulla  presenza/esistenza  di   habitat ed areali di adeguate estensioni, idonei per disponibilità di cibo (andrebbe abolita la caccia), non frammentati “dall’antropizzazione turistica” (consumo di suolo in aree protette, infrastrutture, strade,  strutture ricettive in alta quota, impianti, piste per lo sci, ecc.) e “dall’antropizzazione produttiva primaria”  (pascoli, agricoltura di montagna, attività selvicolturali con tagli massivi nei  boschi e scomparsa del sottobosco, strade forestali, ecc.). Come non penso siano stati oggetto di valutazione i colpi mortali inferti dagli effetti dei cambiamenti climatici (siccità, incendi, Vaia e venti a 120 km/h, ecc.)  sugli spazi vitali necessari alla fauna selvatica. Una sommatoria di “situazioni limite” che non sono state considerate e che inevitabilmente avrebbero poi portato a quello che sta accadendo: una situazione complicata, dolorosa, sofferta, dove incombe l’involuzione della “diffidenza” in “confidenza” da parte degli animali selvatici.  In questa vicenda, che si dipana pericolosamente e rischia drammaticamente di finire fuori controllo, il dibattito si è attorcigliato attorno al tema della “gestione” e non su quella preventiva “valutazione ambientale strategica” sulla presenza o meno dello “spazio vitale” necessario per mantenere e “gestire” la “diffidenza” degli animali selvatici verso l’uomo. Purtroppo  nel momento in cui una  politica ignorante  decide  di restringere le aree verdi e naturali o di antropizzare aree protette in nome  del PIL  e della cosiddetta “valorizzazione turistica” (basti pensare agli effetti delle  Olimpiadi 2026 sugli habitat montani  dell’area delle Tofane e di cui non parla nessuno)  siamo una sparuta minoranza a “lottare” contro il “consumo di suolo naturale”, contro la “cementificazione” e  contro  le “fake laws” (false leggi)  che incentivano e legalizzano il consumo di “suolo  naturale”  affermando il contrario.

articolo integrale su Salviamo il Paesaggio

 

 COMMENTI \ INCHIESTE \ REPORT \ CONFLITTI \ ALTERMERIDIONALISMO

toni.casano@pressenza.com