Fatima ha 52 anni, è sposata, senza figli. All’una di notte del 3 luglio scorso, era sola in casa con la sorella, di poco più giovane, nubile. Il marito non c’era, era andato a fare visita ai genitori, spiega. L’irruzione dell’esercito israeliano nel campo profughi di Jenin era iniziata intorno alle 11pm quella sera. I bulldozer avanzavano per le strade strette del campo. I cecchini erano posizionati ovunque. I proiettili colpivano all’impazzata. Droni e apache sorvolavano i tetti con un frastuono tremendo. La casa delle donne si trova alla sommità del campo, una posizione strategica, di controllo. Era già stata scelta come base nel 2002, durante gli attacchi della seconda Intifada, ricorda la donna.  La storia si ripete ora, nel 2023: all’improvviso, oltre 50 militari fanno irruzione abbattendo la porta di ingresso con l’esplosivo.  Si genera una fitta nube di fumo e detriti. Appena si rischiara, il Pitbull al guinzaglio di un militare, viene liberato e si avventa sull’avambraccio di Fatima. La sorella immobile in un angolo, sotto tiro. Alcuni soldati ispezionano i due piani dell’abitazione, altri ridono guardando Fatima, paralizzata dalla paura e dal dolore, il cane non la molla.  Dopo circa 20 minuti, non trovando niente, i soldati decidono che può bastare, provano ad aprire la mascella dell’animale ma è bloccata nella morsa, come tipico di queste razze di cani. Solo un terzo soldato riesce ad aprire la bocca e il cane, libero, si riversa allora sull’altra preda, la sorella di Fatima. A quel punto i militari gli mettono la museruola. Separano le donne e iniziano a interrogarle:  “Dove sono le armi? Dove sono i bastardi della resistenza?” Fanno saltare in aria una parete. “Shut up and don’t make problems”, intimano loro. Le due donne vengono portate nel cortile di casa, lasciate lì, sotto il tiro dei cecchini fino al giorno dopo, senza acqua, cibo, cure. Fatima è diabetica, le lacerazioni sono profonde, sanguina, soffre. Quando vengono rilasciate con altri civili ostaggi nel quartiere, la strada per l’ospedale pubblico, che confina col campo, è bloccata dall’esercito: devono camminare oltre 3 km per raggiungere quello privato, nell’altra direzione, dove ricevono i primi soccorsi. Il caso di Fatima è gravissimo, rischia l’amputazione e il 5 luglio viene trasferita presso il Khalil Suleiman Government Hospital, l’ospedale pubblico di Jenin, dove resterà sino al 13 luglio. Al momento dell’intervista, il 3 agosto, la donna è ancora fasciata e ha bisogno di medicazioni. 

Fatima al centro, con la sorella e il marito

 

Fatima ha uno sguardo profondo, bellissimo, non ha versato una lacrima durante il racconto. Piuttosto si è preoccupata di accoglierci con un sorriso nella casa dove ha voluto tenere l’intervista sebbene non ci viva più perché inagibile. In totale, 430 case del campo sono state completamente distrutte nel raid e altre parzialmente. Nelle incursioni anche il poco oro e i soldi vengono  portati via, aggiunge. Svuotata di tutto, dentro e fuori, Fatima non si arrende e rivolge un messaggio, alle donne palestinesi e a tutte le donne del mondo: “Parlate del terrore e delle violenze che subite. La paura è propria di tutti gli esseri umani ma bisogna trovare la forza di superarla per raccontare. In Palestina viviamo un’occupazione barbarica, io sono psicologicamente distrutta, non dimenticherò mai, ma la denuncia è l’unica forma di riscatto e di solidarietà che noi donne possiamo e dobbiamo trovare, per restare unite, supportarci e vincere sull’odio e la violenza di questo mondo”

I casi di civili palestinesi attaccati da cani militari duranti i raid del 3 e 4 luglio scorsi nel campo profughi di Jenin, sono almeno 6. 

I cani militari, addestrati per attaccare fino a uccidere, sono in uso da decenni alle forze armate israeliane (e non solo). La prima unità canina, Oketz, risale al 1974. L’esercito considera i cani veri e propri commilitoni, spesso equipaggiati con giubbotti antiproiettili e telecamere in testa. 

Le aggressioni dei cani militari a carico di civili sono per lo più taciute dai media.

A partire dal 2012 sono sempre più frequenti i palestinesi che riportano assalti di cani. Hamzeh Abu Hashem, vittima di attacco nel 2014, a soli 16 anni, ha intentato una causa nei Paesi Bassi alla Four Winds K9, azienda che addestra e vende i cani a Israele, e una causa nei confronti del governo israeliano per l’uso che ne fa.

Con riferimento ai raid di luglio scorso, Medici Senza Frontiere riporta: “Il 6 luglio 2023, siamo entrati nel campo profughi di Jenin. Abbiamo trovato case distrutte, pazienti con malattie croniche bisognosi di cure. Abbiamo incontrato residenti le cui case erano state utilizzate come base per i soldati durante l’operazione. Un uomo ci ha raccontato che mentre i soldati erano in casa sua, un cane militare gli è saltato addosso facendolo cadere a terra. Diversi residenti hanno lamentato problemi con i cani dei soldati e ne abbiamo visti molti con morsi di cane”, Jovana Arsenijevic, coordinatrice delle operazioni di MSF a Jenin.

Un residente mostra la sua gamba al personale di MSF il 6 luglio 2023, dopo che i cani dei soldati gli hanno morso la gamba durante un’incursione nella sua casa. Copyright di @MSF