In occasione dell’Assemblea degli azionisti di Intesa Sanpaolo, ReCommon mette in luce l’elevata esposizione della prima banca italiana al settore dei combustibili fossili e pubblica una lettera sottoscritta da alcuni investitori, i quali sollecitano il management di Intesa a rafforzare il livello di ambizione dei propri impegni sul clima e l’ambiente.

L’Assemblea degli azionisti, che si terrà a porte chiuse per il terzo anno di fila nonostante lo statuto del gruppo preveda modalità di partecipazione telematiche che non vengono concesse, costituisce un’ importante occasione per svolgere azionariato critico e incalzare la banca sulle proprie pratiche di greenwashing.

In tal senso, un gruppo di investitori, ha inviato una lettera (https://www.recommon.org/wp-content/uploads/2022/04/Investors-letter_Intesa-Sanpaolo.pdf) all’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, esprimendo preoccupazione per il forte coinvolgimento della banca nel comparto dei combustibili fossili, nonostante i primi impegni presi dalla banca sul settore del carbone e dell’oil& gas non convenzionale. I firmatari della lettera sono Ecofi Investissement e Bank fur Kirche und Caritas, entrambi membri della rete Shareholders for Change, e ACTIAM, top asset manager olandese con asset gestiti pari a 20 miliardi di Euro che ha recentemente annunciato il proprio disinvestimento da TotalEnergies, esprimendo preoccupazione per il coinvolgimento della società francese nel devastante progetto EACOP (East African Crude Oil Pipeline, in fase di realizzazione in Uganda e Tanzania).

Nel solo 2021, Intesa Sanpaolo ha finanziato i settori del carbone, del petrolio e del gas con 6,4 miliardi di dollari*. Sul fronte del carbone, un’esposizione trainata soprattutto dalla sottoscrizione di bond (sestuplicata tra 2020 e 2021), modalità di finanziamento tra le meno regolate in circolazione, dal momento che le società dell’industria fossile possono impiegare i proventi legati ai bond per scopi generici, il più delle volte il proprio core business. Tra i finanziamenti, spiccano i 136 milioni di euro alla sudafricana Sasol e, soprattutto, i 226 milioni alla tedesca RWE, società più inquinante d’Europa. Per quanto riguarda gli idrocarburi, tra il 2016 e il 2021 il gruppo di Corso Inghilterra ha concesso 5,5 miliardi di dollari a sei delle otto società dei combustibili fossili che figurano nelle tre principali classifiche della Global Oil and Gas Exit List: Chevron, Exxon, Equinor, Gazprom, Shell e Total. Per quanto riguarda gli investimenti nel business fossile, al 1 gennaio 2022 ammontano a 4 miliardi di euro.

Tale elevata e crescente esposizione al business fossile è frutto di impegni per il clima che risultano vaghi, poco incisivi e limitati. Alla luce di tali fattori, il gruppo di investitori ha scritto a Intesa con la richiesta di migliorare la propria policy sul carbone – in modo particolare includere tutti i servizi finanziari e prevedere una data di phase out dall’intero comparto carbonifero – e ampliare l’applicabilità della propria policy su petrolio e gas estratti con pratiche non convenzionali, in primo luogo escludendo la possibilità di finanziare progetti nell’Artico onshore, come quelli della società russa Novatek, che Intesa Sanpaolo ha finanziato (Yamal LNG, 2016) e si è impegnata a finanziare (Arctic LNG-2, 2021).

«Anche quest’anno non è stato possibile incalzare di persona il management della banca sugli impegni limitati presi in materia di clima e ambiente», commentano Daniela Finamore e Simone Ogno di ReCommon. «Poca ambizione, troppe lacune e scappatoie che permettono ad Intesa di continuare a sostenere, in maniera crescente, l’industria dei combustibili fossili. Per questo motivo è la banca fossile n.1 in Italia. Anche chi investe nel gruppo di Corso Inghilterra chiede un repentino cambio di rotta che sia in linea con l’urgenza richiesta dalla crisi climatica».

*I dati, aggiornati al 01.01.2022, sono stati elaborati da ReCommon sulla base della ricerca finanziaria condotta da Profundo B.V (www.profundo.nl)