questo articolo appositamente redatto per Pressenza è una breve riduzione della documentata ed approfondita relazione illustrata lo scorso 8 Marzo dalla nostra redattrice, invitata dalla Fondazione SalvarePalermo ad aprire il ciclo di conferenze “Le signore dei beni culturali siciliani”, il cui primo incontro è stato dedicato ad Angela Lattanzi Daneu

 

La guerra in questi giorni sta sconvolgendo l’Europa e rischia di deflagrare in un nuovo conflitto mondiale mentre ha già sacrificato alla perversa logica del dominio tantissime vite. Urgente è anche la questione della messa in sicurezza dei beni culturali dai danni del bombardamenti: in Ucraina vi sono sette siti UNESCO e un immenso patrimonio paesaggistico, monumentale e artistico che rischia di essere seriamente compromesso, se non annientato, dal conflitto armato.

La figura di Angela Lattanzi acquista nuova attualità, quindi, per l’attività che svolse a favore della Biblioteca Nazionale di Palermo e di molte biblioteche della Sicilia occidentale nel quadro storico dell’Italia durante e dopo la seconda guerra mondiale, quando altre donne e alcuni uomini si adoperarono per trasmettere il patrimonio culturale italiano alle future generazioni.

Nata in Egitto il 5 ottobre 1901, il padre insegnava italiano e latino al liceo statale per italiani di Alessandria, Angela giovanissima veniva a contatto con la cultura internazionale di quella città nei primi decenni del XX secolo e imparava l’inglese, il francese, l’arabo e il greco moderno. Rientrata a Roma, si laureava in lettere antiche e si diplomava all’Accademia nazionale di Santa Cecilia in violoncello. Nel 1934 come bibliotecaria aggiunta della Casanatense di Roma si occupava di redigere il catalogo delle cinquecentine, e successivamente in Sicilia, presso la Biblioteca Nazionale di Palermo, si appassionava allo studio dei manoscritti miniati, un campo di ricerca che le riserverà un posto di rilievo in Europa: “È l’inizio del lungo studio di Angela – scriverà la figlia – sulla evoluzione e le <migrazioni> degli elementi decorativi dei libri antichi”. Ma nonostante i suoi interessi specifici, la Lattanzi concepì sempre le biblioteche “come servizio per tutti i cittadini”.

Notevole fu anche la sua attività didattica svolta presso la Scuola di paleografia dell’Archivio di Stato e la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo, dove insegnò storia della miniatura, e al Conservatorio Bellini della stessa città come docente di storia della musica. Ma per la figlia, che ci ha restituito la storia della madre in un romanzo, fu innanzitutto la “regina dell’Ordine Alfabetico”: a dieci anni il padre le aveva consegnato un vocabolario di latino, “il più prezioso e il più sacro di tutti i libri”. Da qui l’interesse per le biblioteche che la porterà alla Nazionale di Palermo negli anni immediatamente precedenti alla seconda guerra mondiale, quando venivano attuati i piani per la protezione del patrimonio bibliografico.

Già Ester Pastorello nel 1935 prima soprintendente bibliografica donna della Sicilia occidentale, si era occupata di individuare luoghi adatti, in caso di guerra, ad ospitare il patrimonio della Nazionale di Palermo. La Pastorello, per altro, in qualità di direttrice della Nazionale di Torino, durante i bombardamenti del ‘42 – ‘43, ebbe modo di sperimentare l’efficacia delle misure preventive che aveva adottato.

In quegli stessi anni ci furono funzionarie che oltre a preservare le opere dalla distruzione salvarono vite umane. A Milano, Fernanda Wittgens, la prima direttrice donna della Pinacoteca di Brera, si prodigò per mettere in salvo dipinti e sculture ma anche la vita di alcuni ebrei. Arrestata e condannata a quattro anni di carcere, in una lettera alla madre scriveva: “(…) perché non ho tradito la vera legge che è morale io sono provvisoriamente colpita. La legge dello stato si deve seguire fino a quando coincide con la legge morale; ma quando per seguirla bisogna diventare anticristiani, si deve sapere disubbidire a qualunque costo”.

D’altra parte Mussolini utilizzava il patrimonio artistico italiano per propagandare sé stesso, come un suo possesso personale – aveva “agevolato” l’espatrio in territorio tedesco di alcune opere d’arte per ingraziarsi gli alleati nazisti, mentre gli uomini e le donne che parteciparono alle operazioni di messa in sicurezza del patrimonio pensavamo di salvaguardare beni per l’intera umanità.

Pertanto la Wittgens aveva provveduto a ricoverare in un sotterraneo il catalogo della Braidense come le aveva chiesto la direttrice della Biblioteca Mary Buonanno Schellembrid, la quale nell’agosto del 1943, durante i bombardamenti che colpirono Milano e determinarono un grosso incendio nel Palazzo di Brera, entrava nella sede del Comando Tedesco e dava l’ordine “di intervenire immediatamente per salvare quel tempio di cultura”.

La memoria delle donne spessissimo ci viene restituita da altre donne, nel caso di Angela Lattanzi le pagine più belle le ha scritte la figlia Alessandra Lavagnino in Le Bibliotecarie di Alessandria. La Lavagnino, peraltro, ci ha consegnato anche il racconto della straordinaria attività per la salvezza del patrimonio artistico del padre Emilio e di altri funzionari e storici dell’arte in Un inverno 1943-1944.

Nel campo delle biblioteche furono le donne a dare il maggior contributo alla tutela e alla salvezza del patrimonio librario, bibliotecarie che in quel momento occupavano i posti apicali nell’amministrazione delle Biblioteche italiane, che di fronte alle disposizioni del regime fascista decisero da che parte stare.

Tra queste donne Nella Vichi Sansovino, direttrice della Biblioteca Nazionale di Roma, ricorderà anni dopo: “La Biblioteca (…) divenne piccolo centro di resistenza e assistenza silenziosa ma vivace, mentre sui tavoli si aprivano le carte del Lazio per seguire i progressi degli alleati e una piccola radio portata da casa e nascosta tra i libri, dava notizie”. Inoltre “i lettori ebrei furono sempre accolti nelle varie sale con nomi falsi”.

A Palermo negli stessi mesi Alberto Girardi, direttore della Nazionale, riceveva due lettere, una del Ministero che lo invitava a mettere al sicuro i libri più importanti e preziosi, l’altra era la chiamata alle armi. Angela Lattanzi, nella qualità di funzionaria di grado più alto, dopo la partenza del direttore, dovette far fronte alle urgenti disposizioni ministeriali.

Già nel 1941 Giraldi aveva dato avvio ai primi interventi per il ricovero dei volumi di pregio della Biblioteca sulle Madonie e lamentava alla Direzione Generale quanto fosse difficoltoso raggiungere Polizzi Generosa perché era “impossibile lo stabilire a priori la durata del viaggio” per il “servizio quanto mai irregolare di autobus” soggetto ad attese di “quattro o cinque giorni” mentre “un’auto corriera di 16 posti” arrivava a contenere “dalle 50 alle 60 persone, e questo in un percorso pieno di svolte e dislivelli”. Inoltre “nei mesi estivi” era difficile trovare un alloggio “in paese perché le 2 o 3 camere disponibili” erano riservate ai villeggianti e pertanto si vedeva “costretto dal mese di giugno” a interrompere le missioni.

Diversa risulta la percezione dello stesso compito da parte della Lattanzi, stando al racconto della figlia: “Un viaggio lungo e indimenticabile, dapprima in treno – un mattino d’inverno ch’era ancora notte – poi con la corriera blu delle Madonie su per gli stretti tornanti fra frutteti e pascoli, poi nella nebbia (…). A quello spettacolo – d’una città che si specchia nella nebbia! – Marta fu presa da improvvisa, lieta religiosità. Si trovò a ringraziare il Creatore e Signore del cielo e della terra, di tanto privilegio: essere stata scelta per poter salvare i suoi libri preziosi, in un luogo tanto bello”. Avrebbe messo al sicuro “gli Uffici della Beata Vergine, le Bibbie, gli Evangeliari manoscritti e miniati. Lei, la scomunicata”. Nel 1937, infatti, aveva ottenuto l’annullamento del matrimonio civile ma non di quello religioso con Emilio Lavagnino, per sposare Antonio Daneu, antiquario e collezionista siciliano.

Il 30 giugno del 1943 le bombe colpirono la Nazionale di Palermo, pochi giorni addietro Angela aveva lasciato la città per raggiungere la famiglia sfollata a Taormina. Elena Tamajo, bibliotecaria in servizio presso la Biblioteca subentrava alla Lattanzi come volontaria reggente da giugno a ottobre. L’incursione aerea su Napoli del 4 agosto 1943 causava anche qui lo sfondamento del tetto della Biblioteca Nazionale. Grazie all’opera della direttrice, Guerriera Guerrieri, i libri più importanti erano stati messi in salvo.

Dopo la guerra si procedette alla ricostruzione delle biblioteche bombardate e alla ricollocazione del patrimonio librario per riattivare i servizi. A Palermo la Lattanzi rientrava nell’ottobre dei ‘43 e collaborava con il tenente Perry B. Cott che in seguito scriverà al Direttore Generale per le Accademie e biblioteche: “Durante i cinque mesi in cui sono stato Direttore della Divisione per i Monumenti, le Belle Arti e Archivi del Governo Alleato a Palermo, la Biblioteca Nazionale era sotto la mia giurisdizione e avevo stretti rapporti con la Signora Daneu, della cui intelligenza, mirabile lavoro e capacità, ho la più grande ammirazione e rispetto”.

Tuttavia la reggenza della Biblioteca Nazionale di Palermo durante i quattro mesi successivi ai bombardamenti degenerò nella lite Lattanzi -Tamajo e “provocò l’accelerazione di un processo comunque destinato a compiersi di lì a poco: la separazione” delle biblioteche dalle soprintendenze, per cui la Lattanzi nel 1945 veniva nominata soprintendente bibliografica della Sicilia occidentale mentre Alberto Giraldi era confermato direttore della Biblioteca Nazionale di Palermo, facente funzioni Elena Tamajo. La Biblioteca verrà riaperta nel 1948 anche se i servizi bibliotecari erano stati temporaneamente riattivati nel ‘46 a Palazzo Mazzarino.

Dopo la nomina di Giovanni Maria Simonato direttore della Biblioteca Nazionale di Palermo nel 1954, la Tamajo presentava ricorso e chiamava in causa “la signora Daneu”. La lite tra le due donne rievoca un altro contenzioso di quegli stessi anni a Firenze: la Nazionale e la Soprintendenza bibliografica per la Toscana venivano riaffidate ad Anita Mondolfo, estromessa nel 1938 perché ebrea; di conseguenza Anna Saitta Revignas, che aveva ricoperto quei ruoli dal 1941 al 1945 con scrupolo e aveva salvato il patrimonio della Nazionale dalle razzie delle truppe tedesche, veniva retrocessa “a compiti di studio nella stessa biblioteca”.

A Palermo e in Sicilia l’attività ispettiva della Lattanzi “vasta e capillare” coinvolse la Fardelliana di Trapani, la Lucchesiana di Agrigento, la Liciniana di Termini Imerese e tante altre biblioteche “comunali, popolari ed ecclesiastiche” dell’Isola e per consentire anche agli abitanti dei centri minori di chiedere libri in prestito, la Lattanzi ottenne due bibliobus. Per tutti questi impegni era spesso lontano da casa, come racconta la figlia: “viaggiava in treno e in corriera, in ogni stagione, e questo in un’epoca in cui le automobili non c’erano (…). Indi pernottava in albergo, oppure, nei paesi ove l’albergo non c’era, era ospitata dai conventi di monache o all’ospedale”.

Nonostante gli impegni come soprintendente, Angela Lattanzi continuò a studiava fino alla fine dei suoi giorni (muore a Palermo il 24 aprile 1985) pervenendo ad affascinanti intuizioni, sottolinea la figlia che ricorda di quando tenne una conferenza a Vienna dal titolo Animazione e direzionalità delle iniziali italo-bizantine dove sosteneva che le lettera decorate degli antichi codici miniati “che appaiono <mosse> e sovente inclinate” avrebbero forma animata perché così i monaci amanuensi riuscivano a catturare l’attenzione dei giovani allievi.

Nel saggio del 1950 dedicato al Trionfo della Morte la Lattanzi ricordava i bombardamenti aerei che avevano colpito anche Palazzo Sclafani nel 1943 “lasciando il prezioso dipinto privo della copertura a volta che lo proteggeva” e pertanto fu necessario eseguire lo stacco dalla parete. Nell’analisi del Trionfo, notava, tra l’altro, che il pittore non aveva incluso “nel triste cumulo degli infelici già resi esamini” le donne che appaiono “con l’ombra del terrore negli occhi” mentre l’anonimo artista sembra abbia provato “pietà e simpatia per i giovani e le giovani”, allietati dalla natura e dalle arti.

Ai nostri giorni, la Lattanzi si sarebbe commossa nel vedere che durante la tragedia della pandemia centinaia di ragazze e ragazzi hanno trovato accoglienza e rifugio sicuro nella “sua” biblioteca: Adversis perfugium, secundis ornamentum, recita la lapide situata al di sopra dello scalone che porta ai servizi bibliotecari.

Nel 2018 le donne dell’UDIPalermo hanno lanciato una campagna per l’intitolazione della Biblioteca centrale della Regione siciliana a Angela Lattanzi, raccogliendo centinaia di firme anche di importanti esponenti della cultura italiana. Oggi Carmela Perretta, che è stata direttrice dello stesso Istituto per oltre un ventennio, nel ritenere che le Biblioteche di livello Nazionale non andrebbero denominate, propone invece l’intitolazione della Sala Lettura a Angela Lattanzi Daneu per “ attestare come sopravvivono durature le opere benefiche di pace” – così com’è riportato nella lapide posta al piano d’ingresso della Biblioteca – contro la guerra, contro ogni guerra.

 

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