Palermo, l’altra liberazione

25.04.2021 - Redazione Palermo

Palermo, l’altra liberazione

Il 25 aprile del 1945 Palermo, come altre città italiane, si presentava sfigurata dai bombardamenti aerei delle truppe alleate del ‘43.

La costa e il Castellammare erano stati duramente colpiti dagli ordigni, così come i quartieri a ridosso della marina, contrassegnati da antiche chiese e nobili dimore, tra queste la “Casa Lampedusa” rievocata con dolorosa e sconsolata rassegnazione della perdita da Giuseppe Tomasi ne I Racconti .

Anche i quartieri sotto il Palazzo dei normanni si presentavano devastati dalle bombe, la strada principale della città antica, il Cassaro, era stata fortemente compromessa dai raid aerei anche perché proprio lungo quel corso, dinanzi al monumentale piano dei Bologni, il magnifico palazzo dei principi di Belmonte era stato trasformato nella sede del Fascio. Poco distante, lungo il medesimo asse, ancora oggi risultano visibili le macerie di palazzo Papè Valdina, tristissima testimonianza della guerra di fronte alla Biblioteca centrale della Regione siciliana, già Nazionale, ospitata all’interno del Collegio Massimo dei Gesuiti.

Insomma il 25 Aprile del 1945 sembrava avesse vinto la Morte che aveva falciato donne, uomini, bambini, civili abitazioni, tuguri e palazzi, conventi e chiese: ogni essere vivente e ogni oggetto che era passato sotto la sua ombra brutale era stato atterrato. Ma malgrado lo spettro della morte si aggirasse ovunque, quella giornata segnava la fine della guerra.

Si procedette, innanzitutto, a rimettere in piedi i palazzi pubblici diruti e alla ricostruzione delle città italiane parteciparono le donne che durante il conflitto, con gli uomini al fronte, avevano tenuto in vita musei, biblioteche, istituti culturali, luoghi simbolo della civiltà, assoggettati e sviliti dall’ideologia fascista. Per Palermo, ricordiamo Iole Bovio Marconi, la sua eccezionale opera volta alla salvaguardia e alla tutela del patrimonio artistico e storico come direttrice del Museo di Palermo, e Angela Lattanzi Daneu che, nella qualità di reggente della Biblioteca Nazionale, aveva messo in salvo i volumi più prestigiosi dell’Istituto prima dei bombardamenti e poi, dopo il ’45, da Soprintendente, aveva riaperto le biblioteche siciliane colpite dalla guerra, restituendo loro la funzione di istituti di studio e lettura. Nel 1948, a soli 5 anni dai bombardamenti anglo-americani, grazie all’impegno della Lattanzi, il Collegio Massimo dei Gesuiti risorgeva dalle macerie, in memoria della sua restituzione alla comunità degli studiosi delle scienze, delle lettere e delle arti, una lapide veniva posta su una parete dell’androne che, ancora oggi, fa osservare come la rinascita della Biblioteca attesta che le opere di civiltà sopravvivono alla distruzione della guerra.

Non si trattava, infatti, solo di recuperare edifici pubblici e ripristinarne le funzioni originarie era necessario rifondare la cultura e quindi riorganizzare la scuola. Al tal proposito appare illuminante il dibattito parlamentare attorno alle sorti del complesso di Villa Gallidoro a Palermo, attuale Istituto scolastico Giuseppe Garibaldi.

La Villa costruita alla fine dell’Ottocento, sita nei quartieri della città moderna, era stata acquistata nel 1928 dalla gioventù balilla, grazie alla donazione ricevuta di oltre due milioni di lire da parte del Comune di Palermo, che per tale cifra aveva contratto un mutuo pari alla stessa somma con la Cassa di risparmio “Vittorio Emanuele” per le provincie siciliane. Cosa fossero questi presidi di educazione fascista, denominati successivamente “gioventù italiana del littorio” (GIL) che puntellavano l’Italia da nord a sud, va detto utilizzando le agghiaccianti parole dell’epoca: “una fucina unica degli uomini ardimentosi del domani“, ovvero, una fabbrica di soldati pronti alla guerra e alla morte, perché la gloria della patria, secondo l’ideologia del fascismo, si alimentava con il sangue dei giovani eroi. D’altra parte nelle scuole elementari e medie le materie afferenti al trivio e quadrivio rivestivano carattere secondario rispetto allo sport e all’educazione fisica, se dobbiamo dare il giusto peso a quel che abbiamo appreso sui manuali dell’epoca, “che i programmi di concorso per i maestri rurali, mentre omettevano volutamente la filza solita delle opere pedagogiche ponderose, raccomandavano vivamente l’accurata lettura e il commento dei discorsi del duce”.

Villa Gallidoro, che per oltre un ventennio era stata una sede della GIL – per tale uso negli anni ’30 veniva edificata una palestra al suo interno – che aveva forgiato i corpi adolescenziali di tanti giovinetti per la guerra e plagiato le loro giovani menti per ottenerne l’obbedienza, era passata nel dopoguerra sotto la responsabilità del Commissario liquidatore, e sarebbe dovuta transitare –  come del resto tutto il patrimonio dell’Ente acquisito tramite denaro  e donazione di immobili pubblici –  al Ministero interessato, nella fattispecie l’istruzione.

Nel 1956, tuttavia, la “gioventù italiana” continuava ad esistere e amministrava il lascito della dittatura fascista come meglio credeva, tanto che aveva più volte intimato al Comune di Palermo lo sfratto dei locali adibiti a scuola media all’interno della Villa Gallidoro.

Questi in breve i fatti che portarono Salvatore Russo, docente di lettere classiche presso il liceo Umberto di Palermo, eletto senatore nelle liste del partito comunista come indipendente, a presentare nel gennaio del 1956 un disegno di legge che aveva ad oggetto il trasferimento  della proprietà dell’immobile denominato Villa Gallidoro al Comune di Palermo. D’altra parte, faceva rilevare il professore Russo, la liberalità del Comune nei riguardi della GIL non era stato un atto spontaneo ma “effetto manifesto di un ordine del partito fascista” tant’è che “la somma donata (…) era presa in prestito, perché il Municipio di Palermo era in quel momento deficitario”.

Durante la seduta del 6 luglio 1956 Russo, spiegava come si fosse, in ultimo, arrivati a un bivio pericolosissimo per il destino di Villa Gallidoro, in quanto il Comune veniva sfrattato perché L’Ente intendeva “guadagnare di più con quell’immobile” e infatti – continuava il senatore – aveva “cominciato ad organizzare cinema e balletti” e con ogni probabilità pensava di “vendere l’edificio per realizzare una forte somma”.

In sostanza, riteniamo utile ricordare l’impegno di Donne e Uomini (fra i quali quelli da noi sopra menzionati) che a ridosso della Liberazione, ma anche dopo, si sono spesi per la salvaguardia del patrimonio culturale e per il rilancio della rete formativa pubblica (scuole e biblioteche, in primis), liberando le nuove generazioni dalla ideologia funerea del nazifascismo.

kappagi

 

Categorie: Cultura e Media, Educazione, Giovani
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