Il Bhutan è sempre stato conosciuto come un paese pacifico, lontano dagli interessi coloniali per il suo territorio montuoso non semplice da vivere e non agevole come terra di transito, lontano dalle logiche di mercato e dalle influenze degli stati confinanti, molto attento all’ecosistema e alla ricchissima biodiversità.

Queste caratteristiche fisiche e morfologiche lo hanno salvato dagli interessi di conquista di altri paesi, come è avvenuto per tutti gli stati confinanti e così il regno è rimasto nella serenità delle sue montagne e valli in un modo quasi intatto per secoli.

La conservazione dell’ambiente è uno dei quattro pilastri della filosofia della felicità nazionale lorda; come previsto dalla stessa costituzione, il Bhutan ha scelto di conservare il 60 per cento della sua terra sotto la copertura forestale. Al momento ben il 71 per cento è coperto da foresta, anche se alcune parti del paese sono in espansione c’è la ferma intenzione di monitorare le costruzioni edilizie, che devono tra l’altro rispettare lo stile architettonico tradizionale. Secondo i dati del WWF la protezione del territorio rappresenta la percentuale più alta di tutti i paesi asiatici, in cui la maggior parte delle foreste sono intatte e intrecciate con fiumi che scorrono liberamente. «La prova di questo impegno per la conservazione è ovunque in Bhutan. Le persone di questo regno buddista possono mantenere un diritto di nascita fondamentale: vivere la vita in un ambiente sano». Più volte mi è capitato di assistere a giornate dedicate alla pulizia delle strade, gli abitanti di un determinato distretto sono invitati ad offrire il loro contributo volontario, con il coinvolgimento anche di alcune classi scolastiche; esempi semplici e partecipati di come prendersi cura insieme dell’ambiente.

Per secoli il regno himalayano è stato lontano dalla percezione del mondo, in modo duplice, anche il mondo esterno è stato lontano dalla loro percezione. Bisogna aspettare al 1970 affinché al primo turista straniero venga data autorizzazione ad entrare nel regno e solo dopo di allora, nel 1999 è stato permesso l’uso della televisione e di internet agli abitanti.

Il Bhutan è molto attento a controllare il suo territorio e le attività che si svolgono all’interno, non sono incoraggiate ad esempio attività economiche da parte di persone di altre nazionalità e non esistono Mcdonald o mega store frutto dell’economia globalizzata. Anche gli indiani che non hanno bisogno di visto per entrare nel paese devono comunque dichiarare all’entrata qual è la loro proposta di visita. È chiaro quanto i bhutanesi vogliano essere i referenti e abitanti quasi assoluti del loro paese. Per permanere qui è necessario un visto che non viene rilasciato se non c’è un contratto di lavoro o collaborazione dovuta a qualche progetto, tra cui il volontariato o lo studio.

Senza entrare nel merito di questioni politiche e geopolitiche, la percezione che ho parlando con le persone delle relazioni con i paesi vicini è questa: lunga storia di amicizia fatta di stima e aiuto reciproco con l’India, disinteresse e ‘fastidio’ nei confronti della Cina, che negli ultimi decenni avrebbe anche creato delle dispute territoriali nelle zone di confine tra Bhutan e Tibet (purtroppo occupato dalla Cina).

Ancora oggi le scelte della famiglia reale e del governo, nato nel 1998 per volere del quarto Re che decise di cedere alcuni poteri all’assemblea nazionale, vanno in questa direzione: proteggere la cultura e l’autenticità del popolo, aprire sì il paese al turismo, ma farlo in modo consapevole, responsabile, senza la massa e la folla, in un modo non “pienamente libero” ma controllato. Visitare in Bhutan non è per tutte le tasche, infatti per ottenere il visto di ingresso al paese bisogna prenotare con un tour operator locale un viaggio organizzato, che si può concordare sulla base degli interessi e che può essere fatto anche individualmente, per una durata che in genere non supera i dieci giorni o le due settimane. La cifra giornaliera comprensiva di guida, spostamenti, cibo, pernottamento, visita dei posti è di circa 250 dollari al giorno.

La scelta di “preservare” il posto e non affidarlo alla massa dei turisti, insieme all’idea di incentivare un turismo eco-responsabile ha sicuramente tanti lati positivi, dall’altro però con queste cifre c’è il rischio che diventi un turismo per “eletti”. Ho potuto osservare quanto in realtà il turismo sia centrale per molte attività; Thimphu, la capitale del Bhutan, ha una zona estesa dedicata esclusivamente all’artigianato locale fiorente grazie al turismo e negozi e gallerie che non credo possano essere facilmente accessibili per la maggior parte degli abitanti locali. A questo si aggiungono tutta una serie di hotel, ristoranti e caffè rivolti sicuramente ad una clientela piuttosto benestante. Oltre alla capitale, in cui sono presenti molte delle agenzie turistiche che organizzano i tour, ci sono diverse cittadine che rientrano nel classico percorso turistico del paese in cui si possono trovare diverse tipologie di sistemazione, dai resort più esclusivi, ad hotel a tre stelle a forme di esperienze autentiche a contatto con le famiglie, come home stay e fattorie rurali.

Questo mi permette di fare delle riflessioni: 1) il turismo non è una attività marginale per il paese, almeno non negli ultimi dieci anni, ma è a rappresentanza di una classe turistica alta; un po’ per provocazione mi verrebbe da chiedere se esiste un modo ‘altro’ per fare in modo che eco-turismo e conservazione autentica possano basarsi anche su altri fattori e scelte e non solamente attraverso una selezione in rapporto ai costi. Qualche volta mi è capitato che qualcuno mi chiedesse se fossi un “turista” con l’aria di chi vuole farti i conti in tasca, perché nella loro percezione, che tento di interpretare, il turista che paga 250 dollari al giorno spende in 24 ore ciò che per loro richiederebbe mesi di lavoro. 2) I servizi commerciali per i turisti aumentano e creano in un certo senso una disparità sociale fatta di cose che non sono alla portata della maggior parte delle persone locali; 3) si parla molto dell’autenticità, ma molte cose sono costruite per il turista, come i percorsi organizzati in cui molto spesso non si ha modo di entrare in contatto con le persone locali e le reali scene di vita quotidiana del paese, e in cui la guida che accompagna è sempre presente. Se il turista deve entrare nel paese quasi in punta di piedi per non creare grande impatto nella società perché c’è tutta questa ‘costruzione’ dietro?

Forse bisognerebbe ripensare e analizzare meglio questi aspetti, affinché venga conservato il bello del paese in un modo che crei beneficio per tutti, senza inasprire differenze sociali, ripartizione della ricchezza e anche frustrazione per cose che per tanti sono inaccessibili, e al tempo stesso rendere più godibili quelle che sono le reali ricchezze culturali, tradizionali e valoriali.

Concludo dicendo, sempre basandomi su esperienze dirette fatte in un periodo in cui il paese è chiuso al turismo e quindi con l’osservazione accurata di luoghi e persone, che un ruolo molto decisivo viene tutt’oggi svolto dalle nuove tecnologie e dai social, che per alcuni aspetti alienano le persone e appiattiscono le peculiarità di un popolo. Il paese può certamente scegliere di mantenere le sue politiche rispetto all’ingresso ‘fisico’ nel paese, ma non può controllare così facilmente gli effetti che la società globalizzata ha. Serve solo uno smartphone oggi per entrare in relazione con un mondo fatto di cose, persone e situazioni e gli effetti si vedono certamente, soprattutto nelle nuove generazioni.