ll 7 dicembre il World Inequality Lab (WIL) ha reso noto il suo “Rapporto sulla disuguaglianza nel mondo 2022” che aggiorna i dati sulle diverse facce della disuguaglianza nel mondo: ricchezza globale, redditi, genere e disuguaglianza ecologica.

I dati e l’analisi emergono dal lavoro quadriennale di oltre 100 ricercatori in tutti i continenti e della loro collaborazione con istituti statistici, autorità fiscali, università e organizzazioni internazionali per armonizzare, analizzare e diffondere dati internazionali confrontabili.

Ecco cosa emerge.

Punto di partenza

La pandemia del coronavirus ha provocato la peggiore crisi economica, sociale, occupazionale e sanitaria almeno degli ultimi 100 anni.

Tra i suoi capisaldi, l’aumento delle disuguaglianze nel contesto di enormi sofferenze personali della maggior parte della popolazione mondiale.

Nei 2 anni di pandemia, svariati milioni di persone sono finite in miseria.

Più in generale, i ricchi sono diventati più ricchi e i poveri più poveri.

Ma la pandemia non spiega tutto: a livello mondiale le disuguaglianze di redditi e di ricchezza sono in aumento da oltre 40 anni. Ovvero, la pandemia ha solo accelerato ulteriormente il fenomeno.

Alcuni dati economici globali

– il 10% più ricco della popolazione mondiale (800 milioni di persone circa), percepisce il 52% del reddito mondiale: il 50 più povero (4 miliardi di persone circa), l’8,5%.
– la disuguaglianza delle ricchezze è ancora più accentuata di quella dei redditi: il 50% più povero della popolazione mondiale possiede il 2% della ricchezza totale, il 10% più ricco il 76%.
– dalla fine del XX secolo la disuguaglianza della ricchezza è aumentata significativamente.

Tra il 1995 ed il 2001, la ricchezza delle 50 persone più ricche del mondo è aumentata del 9% annuo. Quella delle 500 persone più ricche, del 7% annuo. La ricchezza media del 3,2%.
– sempre dal 1995, e cioè negli ultimi 26 anni, l’1% più ricco si è preso il 38% di tutta la ricchezza globale addizionale. Al 50% della popolazione è andato il 2%.

Quindi “nel 2021, dopo tre decenni di globalizzazione commerciale e finanziaria, le disuguaglianze globali sono molto simili a quelle esistenti agli inizi del XX secolo, all’apice dell’imperialismo occidentale”.

– le disuguaglianze tra nazioni sono diminuite dalla fine della Guerra Fredda (principalmente per il miglioramento del livello di vita in Cina), ma sono aumentate nella maggior parte dei Paesi e si sono ulteriormente aggravate negli ultimi 2 anni di pandemia globale.
– le disuguaglianze di reddito e ricchezza sono in aumento dagli anni ‘80, per le politiche economiche di deregolamentazione del mercato del lavoro e di liberalizzazione (neoliberismo).
– l’incremento delle disuguaglianze non è stato uniforme: alcuni Paesi hanno subito importanti aumenti della disuguaglianza (Stati Uniti, Russia e India), in altri (Paesi europei e la Cina), le variazioni sono state relativamente minori.

– il gap tra i redditi medi del 10% superiore e del 50% inferiore delle persone all’interno dei Paesi si è quasi duplicato: da 8,5 a 15 volte.

“Queste differenze confermano che la disuguaglianza non è inevitabile, ma è una precisa scelta politica”.

Che le disuguaglianze globali abbiano dimensioni simili a quelle dell’inizio del XX secolo significa:
– che l’attuale percentuale dei redditi colta dalla metà più povera della popolazione mondiale equivale a circa la metà di quanto era nel 1820, prima della grande divergenza tra i Paesi occidentali e le loro colonie.
– che la strada da percorrere per eliminare le disuguaglianze economiche globali ereditate dall’alta disuguaglianza nell’organizzazione della produzione mondiale avvenute tra la metà del XIX secolo e la metà del XX secolo, è praticamente intonsa.

Conviene osservare le disuguaglianze anche analizzando il gap tra la ricchezza netta dei governi e la ricchezza netta del settore privato. Ciò spiega perché, pur se negli ultimi 40 anni i Paesi sono diventati più ricchi, i governi sono diventati più poveri.

Nei Paesi ricchi la partecipazione della ricchezza in mano agli attori pubblici è vicina allo zero, ovvero tutta la ricchezza è in mano ai privati. Anche questa tendenza è stata rinforzata dalla crisi del covid-19, durante la quale i governi hanno preso prestiti equivalenti al 10-20% del proprio PIL, essenzialmente dal settore privato.

La scarsità di ricchezza in mano ai governi ha importanti conseguenze sulle capacità degli Stati per far fronte alla disuguaglianza e ad altre sfide fondamentali del XXI secolo, ad esempio al cambiamento climatico.

Pure l’aumento della ricchezza privata nazionale e globale è stato disuguale: i miliardari mondiali se ne sono presi una quota sproporzionata.

– a partire dalla metà degli anni ’90, l’1% superiore (80 milioni di persone circa), si è preso il 38% di tutta la ricchezza addizionale accumulata.
– al 50% inferiore (4 miliardi di persone circa), è andato il 2%.
– tra il 1995 e il 2020 la quota della ricchezza mondiale in mano allo 0,01% più ricco (800mila persone circa), è passata dal 7 al 11%.

“Di fatto, nel 2020 si è registrato il maggiore aumento della quota dei miliardari nella ricchezza del mondo”.

Conclusioni generali del rapporto:

– “Non è possibile far fronte alle sfide del XXI secolo XXI senza una ridistribuzione significativa dei redditi e della ricchezza”.
– “La nascita degli Stati sociali nel XX secolo XX, con enormi progressi riguardo alla salute, l’educazione e le opportunità per tutti ha potuto sostenersi con l’aumento delle tasse impositive progressive e alte”.
– “Ciò ha avuto un ruolo fondamentale nel garantire l’accettabilità sociale e politica dell’aumento delle tasse e della socializzazione della ricchezza”.
– “Sarà necessaria un’evoluzione simile per far fronte alle sfide del XXI secolo”.

Altre osservazioni del rapporto

– l’Europa mostra ancora una distribuzione del reddito meno diseguale rispetto agli Stati Uniti e, soprattutto, rispetto alle aree più povere del pianeta, come il Medio Oriente, il Nord Africa e l’Africa Sub Sahariana.

Nonostante la crisi che stiamo vivendo, la situazione è molto peggiore in altre parti del mondo. Parte importante di questa tendenza è attribuibile alla sopravvivenza di qualche residuo di Stato sociale e di tutela del lavoro che in altre parti del globo non sono mai esistite o sono completamente scomparse.

L’Italia

Spostiamo il focus sul livello nazionale delle disuguaglianze e sulle macro-tendenze storiche che hanno caratterizzato la dinamica delle disuguaglianze di reddito e ricchezza in Italia.

– per quanto concerne la distribuzione del reddito, nel 2021 la metà più povera degli italiani racimola appena il 20% del reddito prodotto, il 10% più alto un cospicuo 32%.
– per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza, la metà bassa ne detiene una quota che non supera il 10%. Al top 10% è riconducibile il 48% della ricchezza complessiva.

Inoltre, il top 1% (l’1% più ricco della popolazione, 600mila persone circa) detiene il 18% della ricchezza nazionale.

Come siamo arrivati a questa situazione?

– fino agli anni ’70, in Italia l’andamento della distribuzione del reddito è decrescente per i redditi più alti e crescente per la metà più bassa della popolazione.
Infatti, in questo decennio avviene un sorpasso, comunque non entusiasmante: la quota riconducibile al 50% più basso dei redditi supera quella del top 10%.
– dai primi anni ’80 questa tendenza convergente si inverte in maniera permanente e, dopo il contro-sorpasso, la distanza continua ad aumentare fino ai giorni nostri.

Diciamolo diversamente: fino agli anni ’70 la parte meno agiata della popolazione era riuscita ad accaparrarsi fette sempre più ampie del prodotto sociale. A partire dagli anni ’80, i più ricchi hanno visto sempre più aumentare i loro redditi.

L’andamento della distribuzione della ricchezza va ancora peggio. Va sottolineato in considerazione del fatto che l’Italia è uno dei primissimi Paesi al mondo per rapporto tra ricchezza privata e reddito nazionale.

L’ indice è esploso dal 250% del 1970 al 650% del 2010. Oggi siamo intorno al 700%.

– alla riduzione della quota salari indicata si è accompagnata la parallela crescita della quota profitti, motore dell’esplosione delle disuguaglianze a livello internazionale e nazionale.

Questo ragionamento vale specialmente per l’Italia, unico Paese tra quelli dell’OCSE dove, dal 1990 al 2020, si è registrata una diminuzione dei salari reali (-2,9%).

Che fare?

Ho già indicato le soluzioni, sostanzialmente socialdemocratiche, indicate dal Rapporto. Da parte mia, penso che politiche di redistribuzione (come, ad esempio, aumentare la tassazione su redditi alti e sulle grandi ricchezze per finanziare la fornitura di servizi pubblici ai meno benestanti), siano assolutamente necessarie, ma anche che potrebbero rivelarsi non sufficienti alla luce delle mostruose disuguaglianze esistenti.

Penso quindi che occorra intervenire sulla distribuzione primaria dei redditi, garantendo ai lavoratori un salario reale più elevato. Solo così verrebbero sostanzialmente intaccati gli enormi margini di profitto e le rendite che da 40 anni polarizzano la ricchezza nelle mani di pochi.

La mia conclusione è che il miglioramento delle condizioni di vita delle classi subalterne passa in primo luogo per un aumento dei salari, e, in secondo luogo per forme di redistribuzione ex-post. Ma poiché queste misure sono comunque insufficienti da sole, in un’ottica di lungo periodo il miglioramento delle condizioni di vita delle classi richiede una trasformazione del sistema economico nella direzione di una pianificazione e di una trasformazione della proprietà in senso collettivo. Una volta sarebbe stato il pane della sinistra. Una volta.

Invece constato che la proposta di un modesto sciopero, modesto per gli obiettivi che si propone, fa gridare allo scandalo i politici e qualche mascalzone confindustriale arriva persino a parlare di attentato contro la nazione e contro il migliore governo possibile nell’universo.

Mafalda direbbe: “Fermate il mondo che voglio scendere”.