In Italia succede anche questo: un uomo fa uno sciopero della fame per 51 giorni e pochissimi lo sanno, i grandi media non vedono, tacciono. Proviamo a raccontare in breve la sua storia.

Maurizio Tritto nasce a Spinazzola in Puglia 47 anni fa, vive a lungo a Milano, ha due figlie, lavora, viaggia, si separa dalla compagna, torna al sud e va a vivere a pochi chilometri da dove è nato, in Basilicata: a Palazzo San Gervasio. Un piccolo paese, meno di 5.000 abitanti, ma “relativamente famoso” dal momento che appena fuori dall’abitato si trova uno dei 10 CPR presenti in Italia. Uno dei peggiori.

Maurizio partecipa alla lotta che si sviluppa nel 2009-2010 contro l’apertura del CIE (il vecchio CPR) a Palazzo San Gervasio, ricorda come in quel periodo furono in tanti a mobilitarsi: il 1° maggio 2010 i sindacati manifestano proprio lì con migliaia di persone. Grazie alle tante pressioni nel 2011 il CIE chiude. Tre le motivazioni principali: la non idoneità dello spazio, le illiceità negli appalti, le presunte violenze compiute dalle forze dell’ordine.

Nel 2017 il centro riapre, ma questa volta non ci sono più le mobilitazioni di prima; sarà che è stato un ministro del PD, Minniti, a volere nuovamente queste strutture? Sarà che anche i Cinque Stelle vanno al governo? Sarà che ora con Draghi sono tutti sulla stessa barca? Di fatto, il CPR riapre e il silenzio regna sovrano.

Maurizio e pochissimi altri cercano di ricordare quello che è stato e denunciano quello che è. È lui a scrivere due esposti che manda in Procura, ma forse sono in tanti in Basilicata a usufruire delle “risorse” che vengono spese per gli immigrati. Inoltre alberghi e B&B della zona ospitano le forze dell’ordine e non si sputa nel piatto in cui si mangia…

Maurizio si ritrova sempre più solo e circa due mesi fa decide in maniera quasi estemporanea di iniziare uno sciopero della fame. Per un mese è solo la sua pagina Facebook a parlare di ciò che accade, poi grazie a un presidio sotto la Prefettura di Potenza il tg regionale batte un colpo; troppo poco. I grandi media si girano dall’altra parte.

Maurizio vive da solo, comunica con le figlie adolescenti che lo sostengono. Conoscono la storia dei suoi viaggi per portare aiuti nella ex Jugoslavia, fino al Kossovo e poi in Senegal e Burkina Faso. Sono “abituate” perché hanno vissuto con il padre la vicenda di un’altra lotta (in quel caso per la tutela di ambiente e salute) contro un progetto di 2.000.000.000 di interessi economici, conclusa con una vittoria.

Maurizio è arrabbiato, dopo 50 giorni di sciopero della fame lancia un presidio davanti al CPR; ci sono solo tre amici venuti da fuori, il paese tace. Un deserto, il silenzio. Perché? Come non vedere quella vergogna? Come non immedesimarsi minimamente in quelle persone che spesso lavorano gomito a gomito con noi e che di colpo spariscono in quel cono d’ombra.

Maurizio non sa quanto andrà avanti e si sorprende lui stesso: 51 giorni. Solo a bere acqua, fino a che il medico non gli dice che deve fermarsi, i succhi gastrici cominciano a nutrirsi dei suoi organi e inizia a sputare sangue.

Lui lo sa, avrà anche fatto errori, avrà un carattere particolare, forse non è un campione in comunicazione, ma perché dieci anni fa scesero in piazza migliaia di persone e oggi nulla? Questa delusione lo rode più della fame.

Ora si è fermato, ma resta la speranza che il sasso gettato possa mettere in moto qualcosa, che qualche parlamentare si metta in gioco ed entri dove non entra nessuno, se non i pochi operatori, le tante forze dell’ordine e il garante nazionale che ha già denunciato la situazione di quel centro.

Questa esperienza mi ha fatto maturare tanto” dice. “Forse è la prima volta che sono così coerente, fino in fondo. Certo che non mi aspettavo tanta indifferenza, eppure quando c’è bisogno di questi uomini nei campi…”

Gli chiedo: “Chi te lo ha fatto fare?”

Mi rimanda quello che scrisse al cinquantesimo giorno di sciopero della fame:

“Perché arrivare a tanto?

Dopo due esposti depositati in Procura a Potenza, uno datato dicembre 2018, l’altro datato febbraio 2020, dopo il silenzio calato da circa due anni su quel postaccio di merda, dopo essermi occupato di tale struttura detentiva fin dal 2009, ritenendo di non poter essere omertoso rispetto ad un obbrobrio che dista pochi passi da dove vivo, un luogo non luogo che annienta i diritti umani, la libertà e la dignità di uomini stipati come in uno zoo, ho deciso di tentare questa strada che definirei forse l’ultimo, estremo percorso di lotta su questa vicenda.

Ciò che mi ha deluso è la quasi totale indifferenza del mondo politico e di quello dell’associazionismo lucano (se si esclude il minuzioso e ottimo lavoro di ASGI Basilicata).

Ciò che mi fa rabbia è che, inverosimilmente, le parole più dure per descrivere il CPR di Palazzo San Gervasio siano state quelle utilizzate da un politico della Lega.

La “sinistra” è morta da tempo in questa Regione di lacchè senza più ideali, conformata solo a proclami in periodo elettorali, vuota di azioni reali se non quando s’intravede la possibilità di guadagni o poltrone!

Sono stati giorni molto pesanti e continueranno ad esserlo… ma il digiuno continuerà ad oltranza, fino a quando la politica istituzionale non entrerà in quel lager, attivandosi seriamente per tentare la sua chiusura.”

Cerco Palazzo San Gervasio sulla mappa e guardo il sito del Comune. Curiosamente proprio lì c’è un paragrafo che parla di Giorgio Perlasca, un uomo che durante il fascismo salvò un gran numero di ebrei. Dice: “La storia di Giorgio Perlasca dimostra come per ogni individuo è sempre possibile fare delle scelte alternative anche nelle situazioni peggiori, in cui l’assassinio è legge di Stato e il genocidio parte di un progetto politico.

A chi gli chiedeva perché lo aveva fatto, Perlasca rispondeva semplicemente: “. . . ma lei, avendo la possibilità di fare qualcosa, cosa avrebbe fatto vedendo uomini, donne e bambini massacrati senza un motivo se non l’odio e la violenza?”

Grazie, Maurizio e perdonaci se abbiamo scoperto la tua lotta solo ora.