Ho un sogno: l’abolizione dell’ergastolo in Italia. “Se cercassimo di aiutare chi commette reati, anziché limitarci a reprimere, avremo molta meno delinquenza” (Don Oreste Benzi).

L’ho scritto e detto tante volte che in Italia ci sono ergastolani arrestati giovanissimi che aspettano solo di invecchiare e vecchi ergastolani, stanchi e ammalati, che invece aspettano di morire, per finire la loro pena. Eppure quasi nessuno ne parla e s’interessa di loro. Ci provo io, con questo diciassettesimo, e ultimo, numero della rubrica sugli Uomini Ombra.

In Italia ci sono 1.784 detenuti all’ergastolo. Fine pena: 31/12/9999. Si fa prima a dire: “Fine pena: mai”. Salvo eccezioni, per il condannato alla pena dell’ergastolo le porte del carcere sono destinate a non aprirsi mai più. Nel 1998, nella XIII legislatura, dopo pochi anni delle stragi Falcone/Borsellino l’assemblea di palazzo Madama aveva approvato in prima lettura il disegno di legge per l’abolizione del carcere a vita, con 107 voti a favore, 51 contrari e otto astenuti, e le reazioni politiche e sociali non troppo preoccupate. Negli ultimi anni, prima la Corte europea dei diritti umani poi la Corte costituzionale, nell’aprile scorso, hanno invitato i legislatori italiani a rivedere la legge sull’ergastolo ostativo e le reazioni politiche e sociali sono state allarmistiche. Perché?

Penso che come l‘abolizione della pena di morte ha legittimato l‘ergastolo, adesso una mera probabile possibilità della liberazione condizionale per gli ergastolani ostativi legalizzerà ancora di più l‘ergastolo. Per questo penso che ci sia bisogno una campagna di sensibilizzazione per l’abolizione della pena dell’ergastolo, ostativo o meno. Non sarà semplice nè facile, ma ricordo che il movimento dei neri americani e l’affermazione dei loro diritti civili iniziò con un piccolo gesto solitario: Parks Rosa Louise McCauley, nel 1955, rifiutò di cedere il posto a un bianco su un autobus pubblico di Montgomery e portò alla ribalta internazionale il drammatico problema della segregazione razziale, ancora in vigore in Alabama. Per sensibilizzare l’opinione pubblica diffondo questa lettera che alcuni ergastolani arrestati giovanissimi avevano scritto circa 15 anni fa:

“Ancora e sempre tempo che passa, sempre giù sempre più giù.
Presto sarà di nuovo il nostro compleanno ma quello passato sembra che sia stato solo ieri.
L’ergastolo ha la forza di sconfiggere il tempo.
L’ergastolo è una pena sempre presente un dolore sempre presente.
La pena non dovrebbe mai essere per sempre ma dovrebbe perseguire il fine di riparare, rieducare e conciliare.
Per un giovane ergastolano la speranza di tornare liberi è indispensabile per non trasformare la pena in una morte psicologica e sociale.
Molti di noi sono entrati in carcere giovanissimi alcuni appena diciottenni.
A quell’età si può essere pericolosi ma non si può certamente essere colpevoli per sempre.
Molti giovani sono stati condannati all’ergastolo senza l’applicazione della attenuante della giovane età perché pure i giudici a quel tempo erano convinti che l’ergastolo esistesse solo sulla carta.
Così come stanno le cose il futuro per noi giovane ergastolani è un incubo.
Dentro i nostri cuori vivono ancora persone uguali a voi, uomini del mondo libero, che sperate, sognate, amate e sbagliate.
Chiediamo un diritto al futuro, il diritto a una futura vita affettiva.
Alcuni di noi hanno già scontato trent’anni di carcere.
Chiediamo la certezza della nostra pena, semplicemente, una data certa e sicura.
Se il nostro recupero è impossibile perché continuare a farci vivere?
Se il nostro recupero è impossibile e non meritiamo un’altra opportunità chiediamo che la nostra condanna all’ergastolo sia tramutata in una pena di morte.”

Ed ecco infine l’ultima testimonianza di un ergastolano:

L’ergastolo! L’ergastolo è come un “cobra” che sta, sempre, al calcagno di chi, suo malgrado, porta questo peso, iniettando giorno dopo giorno una dose di veleno. Ciò che di seguito dico non è per disperazione e/o mancanza di lucidità, ma è solo dettato dalla realtà: Io preferirei la pena di morte rispetto a quella dell’ergastolo, in quanto quest’ultima è una continua tortura di natura psichica, soprattutto per i familiari, i quali avendo un congiunto (padre-marito-figlio) all’ergastolo vivono la vita con dolore sapendo il loro caro sepolto vivo in questo squallido luogo. Se questa pena, infamante, fosse abolita, secondo me il reo non dovrebbe essere rinchiuso più di 25 anni, specie per come funzionano, allo stato, i penitenziari Italiani. I miei familiari (moglie- figli- nipoti) essendo gli stessi molto legati a me affettivamente, vivono malissimo la mia situazione, sia perché anche loro sono consapevoli che io non meritavo questa pena e sia perché, loro, vivono a Napoli ed io mi trovo in un istituto lontano e di conseguenza fare i colloqui visivi è una vera e proprio “impresa”.

L’ordinamento penitenziario recita che il detenuto ha diritto a effettuare un colloquio visivo settimanale ma purtroppo, non solo nel mio caso, i familiari che risiedono lontani logicamente non possono raggiungere gli istituti di pena settimanalmente, per varie ragioni (in alcuni casi ci sono detenuti che non effettuano colloqui da diversi anni): ciò arreca sia a me che ai miei familiari grande frustrazione, come anche al resto dei detenuti e dei loro familiari. Si parla tanto di territorialità della pena, ma io è da quando mi hanno arrestato (23 anni) che mi hanno trasferito a centinaia di km da casa e per fare un colloquio al mese i miei fanno tanti sacrifici. L’ergastolo, specie quello “ostativo”, è in contrapposizione con l’art.27 della costituzione. Quello che mi preme maggiormente è il fatto che, purtroppo, non c’è compattezza fra chi è stato travolto da questa pena: si registra una sorta di rassegnazione, forse perché le nostre grida di disperazione non vengono ascoltate, i nostri diritti fondamentali sono stati e vengono ancora, tutt’oggi, violati, quindi è facile lasciarsi travolgere dall’indifferenza.