Dopo l’ultima manifestazione del 31 luglio scorso che ha visto oltre 7.000 valsusini scendere dai monti vicini e da più direzioni riuscire a entrare in un cantiere dei lavori dell’alta velocità, in risposta, in questi ultimi giorni si è assistito a una gara fra sindacati di polizia a chi fa la voce più grossa.

Alcune testate giornalistiche, che solitamente si astengono sempre dal testimoniare gli scempi ambientali che avvengono nei cantieri della TAV, recentemente si sono fatte portatrici di una serie di proposte a dir poco allucinanti fatte a mezzo stampa, da parte dei rappresentanti delle forze dell’ordine.

La prima di queste proposte che balza agli occhi è quella di “concedere” di poter sparare proiettili di gomma sui manifestanti No Tav.

Parliamo di armi non convenzionali, criticate da ogni parte per la loro letalità (basti pensare che in Francia 17 persone hanno perso un occhio durante le proteste organizzate dal movimento dei gilet gialli, e in Cile oltre un centinaio di persone sono rimaste mutilate a uno o entrambi gli occhi, nel periodo in cui si manifestava contro le misure liberticide del governo di Sebastián Piñera), armi che tutte le organizzazioni per i diritti umani chiedono da tempo vengano bandite in tutte le forze di polizia. Chiedere la “concessione” all’uso di queste armi, in pratica equivale a richiedere licenza di mutilare.

Non mancano anche le cosiddette proposte “umanitarie”: da una parte esordiscono premettendo il riconoscimento del diritto sancito dalla Costituzione di manifestazione e di protesta, dall’altra invece si chiede di demolire letteralmente i presidi no tav, sgomberare tutti i luoghi in cui i comitati della Val di Susa si ritrovano e organizzano discussioni, presentazioni di libri, pranzi condivisi per opporsi all’opera ed esercitare così il loro diritto di manifestazione e di protesta.

Dall’altra ancora sono sorte anche proposte che si videro attuate in Italia durante l’ultimo conflitto mondiale, come ad esempio quella di circoscrivere un’area con un raggio di 20 km dal cantiere oggetto delle ultime proteste, definendola come “zona di rispetto” in cui impedire ogni sorta di manifestazione, incontro, presidio, ritrovo, riunione o altro.

Si tratterebbe di un’area che avrebbe una circonferenza di 125 km lineari e una superficie di 1256 km quadrati. Per meglio capire si andrebbe da Beaulard a Rosta e Rivera, compresi le valli di Viù, la Val Sangone, con Giaveno Trana e Coazze e interesserebbe praticamente anche quasi tutta la Val Chisone e Germanasca. Se poi si dovesse immaginare anche il cantiere di Salbertrand e di Caprie, allora i divieti e la perimetrazione di tale area arriverebbero dal Sestriere e Bardonecchia fino alle porte di Torino.

Immagine satellitare del raggio di 20 km dai cantieri in Val di Susa

Siccome allo stato attuale delle cose, un presidio può essere considerato tale con un assembramento dalle tre persone in su, e visto inoltre che i manifestanti della Val di Susa ultimamente nelle loro proteste si sono organizzati in tanti piccoli gruppi attrezzati come escursionisti di montagna, ecco allora che una manifestazione e/o un presidio possono essere considerati tali anche per via di un piccolo gruppo di semplici camminatori o di escursionisti che abbiano a passare da quei luoghi.

Cosa si farà allora? Entro gli speciali confini di questa enorme area dove attualmente vivono centinaia di migliaia di persone, si chiederà loro di esibire uno speciale “lasciapassare”, controlleranno dall’alto tramite elicotteri e droni, il possibile formarsi di assembramenti, circonderanno gruppi di camminatori ed escursionisti intimandogli di disperdersi.

Già che ci siamo, perché no, si potrebbe pensare a istituire una specie di striscia di Gaza nostrana, oppure come fu fatto ben prima ancora, un ghetto, come quello di Varsavia, ma meglio non ripeterlo troppe volte in giro; visti i tempi, potremmo essere presi in parola.

Perché quasi ogni abitante di quelle valli, non solo della Val di Susa, potenzialmente è un fermo oppositore, provando quest’ultimi una repulsione fortissima per i cantieri della TAV, non tanto per un discorso ideologico o meramente ideale, bensì perché finora tali cantieri hanno significato la pesantissima militarizzazione delle zone in cui queste persone vivono, migliaia e migliaia di agenti di polizia e guardie private in costante tenuta antisommossa, decine di chilometri di barriere di cemento armato, e filo spinato a sbarrare le vie di comunicazione e i sentieri attraverso i loro boschi, il taglio indiscriminato di migliaia di alberi, i torrenti di montagna letteralmente mangiati o seppelliti dalle opere di scavo, in Val Clarea, in Val di Susa, in Val Tidone; il continuo innalzarsi di nuvole di polveri sottili originate dagli scavi, le quali si diffondono dappertutto nell’ambiente, tra cui anche le polveri di amianto provenienti dalle trivellazioni, il disseccamento di molte falde acquifere da cui gli abitanti traevano approvvigionamento, infiltrazioni inquinanti nelle falde rimaste, la dispersione in ambiente e nelle acque di reflui inquinanti provenienti dalle opere di scavo, il passaggio costante e continuo anche notturno di numerosissimi mezzi pesanti.

Insomma sì, una vera e propria occupazione, un’invasione autorizzata dallo Stato, a cui sono seguiti spesso anche gli arresti di coloro che nel tempo vi si sono opposti, le punizioni coatte, l’obbligo di allontanamento, le onerosissime multe, un vero e proprio incubo, una mostruosità, imposta per via di un’opera devastante del territorio e della vita degli abitanti di queste valli. La TAV perde sempre più senso man mano che si va avanti; se ne comprende sempre meno l’utilità, specie a fronte del contesto attuale, ma che per il lucro di pochi a scapito e danno di molti, deve comunque andare avanti.