Ieri sera si è tenuta una conferenza dal titolo: “Morire di CPR: la tutela della salute nel CPR di Torino”, organizzata da A.P.I. Onlus

A.P.I. Onlus, che si occupa di assistenza alle persone migranti, ha fatto un’interessantissima e inedita operazione di coinvolgimento degli artisti e di diffusione sui social – hanno anche creato l’hashtag #Moussamatters – per sensibilizzare le persone sulla tragica morte di Moussa Balde e sulla detenzione nei centri di permanenza per il rimpatrio (CPR) delle persone migranti.

L’incontro si è tenuto in c.so Novara 79 presso il ristorante di Karibu Open, impresa sociale che promuove l’inserimento lavorativo di persone migranti.

La conferenza è stata molto interessante, i temi della salute e delle condizioni di vita nel centro di permanenza per il rimpatrio (CPR) Brunelleschi di Torino sono stati affrontati da tre prospettive diverse.

Hanno partecipato:

La dott.ssa Gallo ha raccontato le fasi della detenzione di Moussa Balde (che si è tolto la vita impiccandosi ad un lenzuolo nella struttura di isolamento, chiamata ospedaletto, il 23 maggio, dopo 13 giorni di detenzione, n.d.r.) all’interno del CPR di Torino.

La Garante, su segnalazione pervenuta al suo ufficio, ha più volte interpellato il CPR per sapere se Moussa fosse trattenuto nella struttura, ma ha sempre ricevuto risposta negativa, finché l’avv. Vitale non lo ha trovato (troppo tardi purtroppo, il colloquio è avvenuto venerdì 21, n.d.r), e ha inoltrato la segnalazione alla Garante, ma non le è stato possibile incontrarlo: l’incontro era previsto per martedì 25 maggio.

La dott.ssa Gallo ha citato una pubblicazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) del 2017 che fa una relazione molto stretta tra il suicidio e il “luogo”, l’ambiente. L’ambiente dell’ospedaletto, struttura del CPR di Torino dove vengono poste in isolamento le persone, definito dal Garante Nazionale Mauro Palma: “un involucro senz’anima”, potrebbe quindi aver favorito la volontà di togliersi la vita di Moussa Balde.

Si è parlato ancora una volta delle visite mediche (medico-legali) di idoneità alla detenzione all’interno del CPR, effettuate dal personale medico interno (sotto contratto di Gepsa s.a., Ente gestore del CPR, n.d.r.): molto spesso vengono considerate come idonee persone che non lo sono. Sono molteplici i casi di persone – spesso con problemi psichiatrici, ma non solo, anche con patologie – che vengono invece trattenute nel CPR e, soprattutto in caso di problemi psichiatrici, poste in isolamento nell’ospedaletto.

La normativa vigente prevede che le visite di idoneità al trattenimento vengano effettuate dall’ASL.

Anche il nulla osta sanitario per il viaggio di rimpatrio è effettuato dei medici interni contrattualizzati dal CPR.

E’ stato evidenziato che mediamente solo il 50% (media in calo nei primi mesi di quest’anno) delle persone viene rimpatriata, gli altri vengono mantenuti in condizioni di privazione di libertà – ai fini di rimpatrio – senza essere rimpatriati (a spese della collettività. La media non può essere superiore: rimpatriare è molto complesso, anche molto costoso, n.d.r.).

Tuttavia se ad esempio una persona attenzionata per radicalizzazione islamica ed eventuale affiliazione a gruppi terroristici, riesce a rientrare in quel 50% di persone non rimpatriate, dopo 3-4 mesi viene “dimessa” (termine burocratico col quale s’intende il rilascio dalla condizione di detenzione amministrativa, n.d.r.) dal CPR come ogni altra persona inutilmente detenuta perché non rimpatriata.

(Il termine massimo attuale del periodo di detenzione è di 3 mesi, prorogabile di un altro mese a seconda degli accordi di rimpatrio col paese di origine, termine applicato per le persone extracomunitarie; per le persone comunitarie il termine massimo è di 96 ore, n.d.r.).

E’ stato sottolineato che l’istituto dell’isolamento non è contemplato dalla normativa – peraltro definita molto esigua proprio in termini regolatori – che regola l’istituto della detenzione amministrativa, ovvero la privazione di libertà in assenza di reato penale che viene esercitata sulle persone migranti.

Se una persona non è idonea a stare nelle aree del CPR, non è idonea al trattenimento e quindi dovrebbe essere “dimessa” e non posta in isolamento.

Nel sistema penale italiano esistono regole precise, norme che regolano anche l’istituto dell’isolamento, qui sì, previsto e normato. Ma la detenzione amministrativa segue una normativa a sé stante.

Si può infatti affermare che la detenzione in carcere è preferibile a quella nei CPR (la detenzione penale avviene a fronte di un reato penale, presunto in caso di detenzione preventiva, o giuridicamente realmente commesso se arrivato a sentenza definitiva di condanna, n.d.r.) .

A tal proposito la Garante ha ancora una volta ribadito l’importanza (ad oggi nel CPR di Torino non è consentito) di coinvolgere le associazioni – ad esempio quelle che già fanno attività negli istituti di pena – affinché possano operare al fine di migliorare la qualità della vita delle persone durante la detenzione, che ormai tutti denunciano essere praticamente insopportabile.

E’ stato ricordato che il Comune di Torino ha deliberato per 2 volte la chiusura del CPR di Brunelleschi, di fatto la volontà della Cittadinanza è stata disattesa.

Inequivocabili le dichiarazioni dell’Assessore Marco Giusta, che peraltro ha rilasciato anche ai nostri microfoni.

Si è discusso del fatto che in pratica tutto il sistema della detenzione amministrativa dipenda dal Ministero dell’Interno (Viminale) e di come la questione dell’immigrazione venga di fatto trattata, e non da oggi purtroppo, come una questione di sicurezza e ordine pubblico.

Il CPR è stato definito un luogo nel quale la legge si applica disapplicando sé stessa.

E’ stato posto un notevole spunto di riflessione: “E’ possibile curare con la mano destra chi si vuole opprimere con la sinistra?”

E’ stato anche discusso come nel caso di Moussa Balde si sia trattato di razzismo di Stato, che trova la sua matrice più profonda nella capacità di dissimularsi, è stato evidenziato come sia praticamente impossibile pensare al CPR come ad una struttura per persone italiane: eppure esiste come luogo destinato agli stranieri.

Si è parlato di come nei CPR la persona venga privata della condizione di “persona”.

Sulla base di questi ultimi ragionamenti è stato individuato un continuum tra i campi in Libia e l’istituto della privazione della liberta nei CPR.

Una breve intervista alla dott.ssa della Pepa di A.P.I. Onlus: