Secondo una ricerca condotta da quattro eminenti professori dell’Università della California, la chiusura totale non è la migliore strategia contro il Covid. La ricerca si chiama: “Assessing mandatory stay-at-home and business closure effects on the spread of Covid-19” (Valutazione degli effetti della permanenza a domicilio e della chiusura obbligatoria delle attività sulla diffusione del COVID‐19).

La ricerca in lingua inglese è consultabile per intero a questo link: https://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/eci.13484

Lo studio condotto dai ricercatori Eran Bendavid, Christopher Oh, Jay Bhattacharya, John PA Ioannidis, è apparso come pubblicazione scientifica, sull’European Journal of Clinical Investigation.

L’introduzione spiega che, la ricerca da una parte analizza gli effetti primari dei lockdown sulla riduzione del numero di contagi, e al fine di ridurre le morti, le malattie e il sovraccarico del sistema sanitario.
Dall’altra analizza gli effetti secondari del lockdown, ovvero l’impatto che le chiusure generano sulla popolazione in termini di salute generale a causa dei potenziali effetti nocivi come ad esempio, aumento delle malattie non COVID a causa della perdita dell’accesso ai servizi sanitari di cura e prevenzione, abusi domestici, peggioramento della salute mentale, casi di suicidio, e tutta una serie di conseguenze economiche di fortissimo impatto con implicazioni significative non solo di natura economica ma devastanti anche per la salute.

Lo studio è stato condotto mettendo a confronto differenti paesi che hanno applicato i lockdown in modo rigido e continuo, con paesi come la Svezia e la Corea del Sud che hanno fatto uso di differenti strategie di contenimento per limitare la diffusione del virus.
Nella fattispecie si prendono a confronto le misure applicate in Svezia, dove, a differenza della maggior parte dei suoi vicini che hanno implementato chiusure obbligatorie per la permanenza a casa e le attività commerciali, l’approccio svedese fin dalle prime fasi della pandemia e poi nel proseguo, per limitare la diffusione, si è basato su linee guida che consigliavano un maggior distanziamento interpersonale, lo scoraggiamento dei viaggi internazionali e nazionali, il divieto di grandi raduni, senza però mai applicare chiusure obbligate e generalizzate delle attività e il confinamento forzato delle persone nel proprio domicilio, come invece avvenuto sovente in altri paesi europei.
Altro paese che è stato preso per realizzare il confronto fra differenti strategie, è stata la Corea del Sud, nazione con densità di gran lunga maggiori a quelle svedesi che supera in molti casi la densità delle aree centrali e meridionali europee e costiere nordamericane.
Anche la Corea del Sud non ha mai applicato le chiusure forzate e i lockdown.
La sua strategia di contenimento del virus si basava e si basa tuttora su investimenti intensivi in ​​test, di tracciamento dei contatti, e isolamento dei soli casi infetti e contatti stretti.

Comparando fondamentalmente queste tre principali strategie, sono stati messi a confronto gli effetti primari di riduzione e contenimento del contagio fra paesi che hanno applicato chiusure forzate e lockdown, con altri come Svezia e Corea del Sud che hanno praticato differenti politiche sanitarie.

Le dinamiche del contenimento della diffusione dimostrano che, il rallentamento della crescita epidemica del COVID-19 è stata simile in molti contesti, ovvero non si apprezzano differenze significative se non lievi in certi casi.
In pratica, mettendo a confronto queste diverse strategie, le curve di riduzione e contenimento della diffusione, sono pressoché uguali.

Nella prima parte di sintesi della presentazione della ricerca si legge a chiare lettere:

“Sebbene non si possano escludere piccoli benefici, nella nostra valutazione, non troviamo benefici significativi sulla crescita dei casi di contagio dove sono state applicate le chiusure più restrittive. – e ancora – Riduzioni simili nella crescita della diffusione, possono essere ottenute con interventi meno restrittivi come dimostrano le strategie di contenimento operate da Svezia e Corea del Sud.”

La ricerca inoltre, attraverso una serie di grafici e di dati messi a confronto analizza gli effetti delle differenti strategie fra differenti Paesi, e nella sviluppo, in conclusione della prima parte di analisi dei dati afferma:
“Nel quadro di questa analisi, non ci sono prove che interventi più restrittivi (blocchi e chiusure) abbiano contribuito in modo sostanziale a piegare la curva di nuovi casi in Inghilterra, Francia, Germania, Iran, Italia, Paesi Bassi, Spagna o Stati Uniti a partire dall’inizio del 2020 fino ad oggi.”
Data della ricerca, 5 gennaio 2021.

Lo studio come detto sopra analizza e mette anche a confronto gli effetti secondari delle chiusure e dei lockdown. Ovvero gli effetti sulla crescita delle malattie non Covid, dei casi di depressione, il peggioramento delle malattie mentali, il peggioramento dello stato di salute generale delle persone a causa dell’impatto economico derivato dalle rigide chiusure, e, nell’analisi di questi effetti secondari, confrontando le differenti strategie di contenimento, si afferma: “Sebbene questo studio non voglia giungere ad una conclusione definitiva sull’efficacia delle misure restrittive, sottolinea però l’importanza di valutazioni più definitive e attente degli effetti delle misure rigide di contenimento, che oltre ad evidenziare vantaggi discutibili e non significativi, possono invece produrre danni evidenti e indiscutibili, sul peggioramento della condizione di salute generale delle persone, sul peggioramento del loro benessere psicofisico e mentale, come anche ad esempio, la chiusura delle scuole che può causare danni molto gravi, stimati in un equivalente di 5,5 milioni di anni di vita scolastica complessiva, persi per i bambini negli Stati Uniti durante le sole chiusure scolastiche primaverili. – L’analisi chiarisce ancora meglio che – Le considerazioni sui danni alla salute in generale, dovrebbero svolgere un ruolo preminente nelle decisioni politiche, soprattutto se un provvedimento restrittivo risulti essere inefficace nel ridurre la diffusione delle infezioni o comunque non più efficace di altre possibili strategie di contenimento.
Da notare che, – termina il capitolo di analisi dello studio – la Svezia non ha chiuso le scuole primarie per tutto il 2020, e tuttora, al momento della stesura di questo stesso documento.”

Scorrendo poi tutto il documento, a fine, le conclusioni finali della ricerca sono estremamente significative lasciando ben poco spazio a possibili interpretazioni:
“In sintesi, non riusciamo a trovare prove solide a sostegno di un ruolo per i provvedimenti più restrittivi nel controllo di COVID dall’inizio dell’anno 2020.
Non mettiamo in dubbio il ruolo di tutti gli interventi di salute pubblica o delle comunicazioni coordinate sull’epidemia, ma non riusciamo a trovare un ulteriore vantaggio degli ordini di confinamento casalinghi e delle chiusure aziendali.
I dati non possono escludere completamente la possibilità di alcuni vantaggi.
Tuttavia, anche se esistono, questi benefici potrebbero non corrispondere e compensare i numerosi danni prodotti da queste misure estreme. Auspichiamo infine interventi di salute pubblica più mirati – riferendosi alle strategie come ad esempio quelle applicate da Svezia e Corea del Sud – che riducano in modo più efficace le trasmissioni, divenendo in futuro importanti strumenti di controllo delle epidemie, senza incorrere nei danni di misure altamente restrittive.”