Lettera ai professori italiani: Crediamo di essere assolti e siamo tutti coinvolti…

23.01.2021 - Cristina Mirra

Lettera ai professori italiani: Crediamo di essere assolti e siamo tutti coinvolti…
Pubblico una lettera scritta da un professore ai suoi colleghi per il diritto degli studenti di conoscere la realtà attuale che l’Italia, con i silenzi dei media e l’invio di armi dei governi, contribuisce a creare e per il dovere ad informare che si ha quando si sceglie di contribuire al percorso di formazione delle nuove generazioni.
Cari colleghi,
in tempi di pandemia ci ritroviamo ogni giorno ad analizzare dati, bollettini, analisi statistiche, dichiarazioni politiche, previsioni su futuri  vaccini e di vacanze al mare o in montagna.
Dove passeremo il Natale? A casa di chi e con chi? Dilemmi che spesso ci tolgono il sonno in un 2020 che è stato per tutti un anno duro.
Attualmente la scuola italiana è alle prese con l’emergenza sanitaria che ha visto, a torto o a ragione, sacrificare l’attività didattica sostituendola con lodevoli ma scarsamente efficaci modalità didattiche online.
Mentre noi ci stiamo concentrando su noi stessi, sulle problematiche interne e su possibili date per un rientro in classe, dopo quasi un anno di didattica online facciamo i conti con una generazione di ragazzi che, de facto ha perso un anno di scuola.
Vediamo negli occhi dei nostri ragazzi una profonda tristezza per un periodo della loro vita vissuto a metà, per l’impossibilità di vivere le esperienze comuni degli adolescenti fatte di uscite la sera con gli amici, la scuola con i loro compagni e soprattutto vivere un mondo sereno che in questo periodo non c’è.
Da insegnanti allora possiamo ancora di più comprendere come certe situazioni in realtà siano all’ordine del giorno in tantissimi posti del mondo, nel silenzio più assoluto, nell’indifferenza totale.
Ma ci sono luoghi, popoli ma soprattutto persone che meritano la nostra attenzione, solidarietà ed empatia ed uno su tutti è il popolo palestinese. Il problema però per noi non rappresenta solo la mancanza di empatia ma diventa il prendere parte dell’occupazione nella misura in cui non riconosciamo allo Stato palestinese il diritto di esistere, nella misura in cui non denunciamo la ferocia dei crimini commessi, nella misura in cui partecipiamo all’occupazione fornando armi e non dando modo agli studenti di conoscere.
Il caso palestinese è un caso noto a tutti da decenni, un popolo che da sempre ha vissuto nei territori attualmente occupati e assediati militarmente da Israele e che per accordi internazionali sotto il dominio Britannico dopo la fine dell’Impero Ottomano, ha visto essere meta del popolo israeliano che non ha cercato una convivenza pacifica ma un’appropriazione di tutto.
I palestinesi sono un popolo attualmente senza terra perché gli viene negato il diritto ad esistere e che sta vivendo forse la peggiore delle occupazioni che non è stata solo politica ma identitaria, con un nuovo popolo che si è venuto con prepotenza a sostituire al precedente, non solo nei territori ma nell’identità culturale e religiosa. Nell’intimità della vita e della dignità.
Lungi da noi voler sposare posizioni aprioristiche sulla questione israelo-palestinese, resta il fatto che il governo israeliano, da decenni sostenuto dalla comunità internazionale, ha operato una politica aggressiva nei confronti del popolo palestinese, ridotto in piccoli territori come riserve e continuamente controllato, assediato, abusato e violato fino nell’intimità delle persone che protestano pacificamente la brutalità dell’occupazione.
In questi giorni, nel silenzio generale e nella totale indifferenza i bombardamenti israeliani nella Striscia di Gaza sono ripresi così come gli abusi perpetrati in spregio al rispetto degli accordi internazionali.
La cosa veramente grave non è solo il silenzio internazionale ma l’assoluta volontà di nascondere la testa sotto la sabbia di un conflitto dove ci siamo schierati dalla parte del più forte. I notiziari italiani e la nostra stampa forse troppo alle prese con numeri, schemi e titoli sensazionalistici, hanno letteralmente censurato qualsiasi notizia arrivasse da quei territori. Se qualcuno pensa che si sia ristabilita una pace ed un equilibrio si sbaglia di grosso, o forse il concetto di pace ed equilibrio si basa sulle continue operazioni repressive che vengono fatte dall’esercito israeliano nei confronti dei civili, e ribadisco, civili palestinesi? Continuano a girare sulle piattaforme dedicate, su alcuni social i video degli abusi perpetrati ai danni dei palestinesi, che hanno come unica arma documentare, riprendere quanto accade sperando che queste testimonianze possano servire a qualcosa. Un grido di aiuto cui non possiamo rimanere sordi.
In realtà sordi già lo siamo, non vogliamo vedere quelle case distrutte, quelle famiglie lasciate senza un tetto, quei disabili aggrediti, quei bambini incatenati, picchiati, arrestati, quei colpi di artiglieria nella notte e la continua volontà di far vivere le persone nelle proprie case, nelle proprie città come prigionieri controllati a vista. E poi gli alberi di olivo abbattuti, sì perché questo è anche quello che accade ogni giorno ai palestinesi che oltre alle abitazioni sono costretti ad assistere all’abbattimento dei propri alberi di olivo.
Sappiamo cosa voglia dire essere prigionieri a casa propria, ecco immaginatevi questa situazione ma spesso senza nemmeno una casa, senza nemmeno la libertà di poter fare quello che si vuole ma soprattutto vivendo nella paura. Una paura che non nasce dal suono delle ambulanze o dai titoli dei giornali ma dai rumori delle bombe e dei missili che ancora periodicamente attaccano i luoghi “sensibili” e che sono solo rifugio di civili che vivono pacificamente. Come nella notte tra il 25 e il 26 dicembre, ad essere colpito da Israele un ospedale riabilitativo e uno pediatrico, un bambino ferito e la paura nei cuori di tutti gli altri.
La Corte Penale Internazionale ha avviato una procedura giudiziaria nei confronti del governo israeliano e speriamo che conduca a fare piena giustizia su crimini orribili nei confronti del popolo palestinese e, sebbene i media non ne daranno conto, invitiamo tutti a seguirne il decorso.
Noi come comunità scolastica non possiamo far finta di nulla, non possiamo girare la testa dall’altra parte, ora più che mai. Dobbiamo insegnare ai nostri ragazzi che, anche se stiamo vivendo tutti un momento di difficoltà, sebbene per gradi diversi e situazioni differenti (il Covid19 non ha risparmiato alcun paese del mondo) è proprio in questi momenti che l’aiuto e la solidarietà dovrebbero emergere nel loro senso più profondo.
Ci preoccupiamo per giorni scolastici persi ma per l’ennesima volta, anche la nuova generazione palestinese sta crescendo in un clima di tensione e guerra, un popolo traumatizzato da abusi e precarietà, da azioni militari come quella passata alla storia come “Operazione Piompo Fuso” un popolo che da quasi un secolo vive una pandemia continua, la pandemia dell’oppressione e della mancanza di libertà e per questi virus, purtroppo, non esiste vaccino.
Paolo Ferretti De Luca
Categorie: Diritti Umani, Ecologia ed Ambiente, Nonviolenza, Pace e Disarmo
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