Rossana Berini: “Da Chernobyl ai campi Saharawi, i bambini sono bambini”

27.08.2020 - Andrea De Lotto

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Rossana Berini: “Da Chernobyl ai campi Saharawi, i bambini sono bambini”
(Foto di Mauro Abate)

Febbraio 2020, un viaggio di conoscenza presso i campi Saharawi, in Algeria. Ricevo tra i possibili contatti quello di Rossana Berini, la quale, mi dicono, vive là. Passo a trovarla e quelle che dovevano essere alcune ore si trasformano in tre giorni. Un’esperienza straordinaria. Una sorta di astronave atterrata in mezzo al deserto, il meglio del meglio per gli ultimi degli ultimi. Una cura, un’umanità, una qualità altissime nelle attenzioni e nelle relazioni. Tutto ruota attorno a lei: nel suo ufficio continuano a entrare madri o padri che accompagnano un figlio che “non capiscono bene cos’abbia”… Lei ascolta, osserva, guarda carte e radiografie, parla la loro lingua. E’ indispensabile, mi dice. Se chiude la porta dell’ufficio, che poi è sempre aperta, è per fare un giro e vedere che i bimbi siano seguiti, o per mettersi a cucinare un pranzo prezioso per quelle 20 persone che si avvicendano ogni giorno intorno ai due tavoli: i bimbi prima, poi gli adulti, le giovani dipendenti Saharawi, sorridenti, i volontari che stanno lì qualche mese (quando passo ci sono due spagnoli, una tedesca, un’italiana), quelli di passaggio come me. Medici, infermieri, fisioterapisti che arrivano da varie province italiane… Rossana ha riversato il suo cuore, le sue conoscenze, i suoi contatti per quei bimbi in quel luogo sperduto che casualmente si chiama… Bolla. Ascoltare la sua storia è il minimo. Grazie Rossana.

Raccontaci la sua storia

Sono nata ad Angera sul Lago Maggiore nel ‘56, i miei lavoravano in fabbrica, 4 figli. Ricordo che già da allora stavo vicino a chi era in difficoltà, ero una bambina molto timida, insicura e con pochissima autostima, parlavo troppo in fretta e come si dice “mangiavo le parole” che molte volte risultavano incomprensibili e allora scattava nella mia mente un meccanismo di autodifesa e tacevo.

Ho studiato fino alla terza media, avrei voluto fare la maestra d’asilo, ma sono dovuta andare a lavorare in un’azienda di elettronica, luogo che ha accentuato i miei problemi di socializzazione, ma che mi ha permesso di prendere coscienza e di iniziare un lavoro su di me. Per questo devo ringraziare quello che sarebbe diventato mio marito. Mi sono infatti sposata a 22 anni e sono andata a vivere nelle Marche, dove attualmente vive la mia famiglia.

Ho 3 figli e un ex marito; ci siamo separati molti anni fa per una consapevolezza mia. Volevo fare altro, l’ho scoperto concretamente nel ‘93, quando i miei figli avevano 8, 10 e 12 anni. E’ stato un divorzio tranquillo, non ci sono stati traumi e il papà è sempre stato presente. Solo grazie a lui ho potuto iniziare e continuare il mio impegno nel volontariato. I figli sono rimasti con me.  Riuscire a fare quello che prima erano i miei sogni ha comportato la separazione. Il mio desiderio sopito ha fatto crescere e divergere le nostre storie e ha portato a un cambiamento nella mia vita.

Il tuo impegno nel volontariato è iniziato con i bambini di Chernobyl

Sì, nel ‘93-‘94 in Italia nel mondo del volontariato c’era un grande investimento rispetto a Chernobyl, così con altre donne abbiamo fondato un’associazione per i bimbi e dal ‘94 fino al 2000 sono rimasta coinvolta con loro. Prima dei sopralluoghi e poi l’accoglienza estiva, bimbi con patologie, tumori, leucemie, oligofrenie, problemi di salute mentale, sordomuti e a “rischio Chernobyl”.  Andavo 3 volte all’anno, per un paio di settimane, in Bielorussia a verificare le situazioni. Quando non c’ero, a casa rimaneva mia madre o c’era il loro padre.

Tutto tranquillo, i miei spostamenti non erano fonte di tensioni. Queste vacanze aiutavano e molto. Alimentazione ed aria pulita aiutavano questi bimbi. La cosa funzionava. In estate venivano più bimbi, ma anche in inverno. I bimbi con patologie venivano ospitati in strutture, gli altri, quelli “sani”, andavano nelle famiglie. Siamo arrivati a 500 bambini per ogni estate, tutti nella provincia di Ascoli Piceno e Macerata. Le famiglie pagavano anche il viaggio al “loro bambino” mentre a nostro carico c’erano le spese di quelli accolti in gruppo. Nel ‘98 e ‘99, momento culmine, sono arrivati in Italia circa 30.000 bambini. L’Italia era il paese più attivo, oltre alla Spagna e alla Germania.

Ci finanziavamo con sottoscrizioni, pesche, collette… I Comuni ci aiutavano dandoci le strutture. Aprire le porte a un bimbo sconosciuto era una novità per molte famiglie italiane; sono nati legami che durano ancora oggi.  Un po’ di problemi all’inizio con la lingua, poi è successo che le famiglie bielorusse in alcuni casi hanno provato ad approfittare delle situazioni, ma poca cosa. In media stavano 1 mese, altri due mesi, ma quelli in istituto anche 3 mesi. Noi come struttura ospitavamo in una scuola; abbiamo accolto anche dei piccoli con le madri nei bungalow di un campeggio.

Io ho imparato il russo. Ero la presidente dell’associazione l’Arca, aiuti umanitari. Esiste ancora e io sono presidente onorario. Accolgono ancora, ma in modo minore.

Poi è iniziata l’accoglienza ai bambini Saharawi…

Nel 1999 mi hanno chiamata per ospitare dei bimbi che venivano dall’Africa, vicino al Marocco. I bambini sono bambini e così ho dato la mia disponibilità. Nelle Marche non c’era mai stata accoglienza ai bimbi Saharawi, in altre parti di Italia si. La Toscana la faceva da anni. Dal ‘99 al 2000 abbiamo ospitato i bimbi di Chernobyl e i Saharawi nella stessa struttura, ma non ha funzionato. Troppe differenze. Abbiamo dovuto dividerci.

Ho iniziato nel frattempo ad andare nei campi Saharawi e ho scoperto un altro mondo, dove c’era molto da fare sul territorio. Se in Bielorussia il lavoro sarebbe stato tanto, ma era impossibile a causa del regime dittatoriale, nei campi Saharawi si poteva fare molto.

Inizialmente non riuscivo a vedere la mia presenza nei campi profughi. A differenza del progetto bielorusso, ero in cerca di un motivo. L’ho trovato visitando una scuola di educazione speciale che mi ha dato l’idea di iniziare un progetto di sostegno a distanza attraverso un censimento della popolazione, ricerca che non esisteva. Così all’inizio i due progetti hanno camminato paralleli, accoglienza estiva e censimento della popolazione disabile che ho fatto andando casa per casa.

Ci sono circa 170mila persone nei campi; sono arrivata a censire circa 1.000 disabili, di tutte le età. Conoscendo le varie realtà ho cercato di inserire alcuni dei ragazzini con disabilità fisica nei progetti estivi di accoglienza. Erano bimbi che avevano bisogno di essere operati.

Nel 2005 abbiamo deciso di accogliere solo bimbi con problemi sanitari o disabilità. La giunta regionale marchigiana era cambiata e il progetto non interessava più. I finanziamenti sono cessati e i Comuni si sono ritirati. La gestione è passata a noi come Rio de Oro, associazione ONLUS nata nel 2000.

Abbiamo cercato così sostegno in altre parti di Italia – Sardegna, Lombardia, Emilia Romagna e Puglia. In quel tempo stavo nei campi tre mesi all’anno, non consecutivi. I miei figli a casa intanto erano sempre più autonomi.

Nel 2010 ho deciso di andare a vivere nei campi. I miei figli erano già abituati a non avermi tra i piedi. C’era un progetto di costruzione di una struttura per noi, ma l’associazione a carico del progetto ha chiesto la presenza fissa di una persona italiana che garantisse la loro incolumità. Brescia, muratori, Cantieri Solidali, così ha avuto inizio la prima costruzione seria a Bolla, una località sperduta nel deserto, dove c’era un ospedale Saharawi fin dagli anni ’70 per curare i militari. Una struttura che ho recuperato dal 2009, il luogo dove posso ospitare volontari in commissioni mediche che vengono ad aiutare i Saharawi.

Nel frattempo il fatto di non fare più avanti e indietro e di non dover essere ospitata dalle famiglie cominciava a piacermi. In questa struttura c’è un poliambulatorio, ospita la nostra fisioterapia, l’ottica, lo studio dentistico e due sale per viste mediche. Quello che era sparso si è concentrato in uno spazio unico e non più fatiscente. Ho iniziato a vivere là da settembre a giugno, intervallando solo con viaggi rapidi in Italia per avere il visto. L’estate facciamo accoglienza in Italia ai disabili. Dal 2008 abbiamo iniziato un progetto sulla neurologia per casi di epilessia, con una commissione italiana che scende due volte all’anno e poi ortopedia…

Durante le accoglienze si fanno anche interventi sulle ossa e nasce la necessità di continuare le terapie durante l’anno. C’è l’idea di creare continuità nei campi cercando di mantenere i contatti o avendo una struttura. A Bolla iniziano ad arrivare i primi bambini e io me ne faccio carico. Mi aiutano volontari, cooperanti, medici; l’unico dipendente è l’autista.

Come si è ampliata la struttura di Bolla?

Secondo la commissione di neurologia italiana che ci supporta alcuni bimbi hanno bisogno di riabilitazione e fisioterapia e quindi strutturiamo due locali in modo che siano ospitati madri e bambini. La struttura principale è sempre meno idonea, visti i bambini che arrivano con disabilità motoria, quindi nel 2017 iniziamo a costruire con tanti aiuti “Casa paradiso”. Comincio ad avere necessità di un aiuto fisico, non riesco più a gestire tutto il lavoro da sola; iniziamo con due dipendenti, ora sono 4 operatrici “multivalenti” che si occupano dei bimbi e delle pulizie, un maestro e l’autista. Si dà loro anche formazione quando vengono i nostri esperti.

Nel 2019 inauguriamo “Casa paradiso”. Arriviamo fino a 13 bambini accolti a tempo pieno; alcuni di loro vanno a casa il fine settimana, altri rimangono in modo permanente.

Ci si alza al mattino, alle 7.30 colazione per i più grandi che iniziano la scuola alle 8, la fisioterapia inizia alle 9 e quindi gli altri fanno colazione un po’ alla volta; sono in gran parte da imboccare. Ci dividiamo tra pulizie, cure dei bimbi, preparazione del pranzo. Alle 12 e 30 iniziano a mangiare i piccolissimi, poi i mediani e alla fine mangiamo noi adulti. C’è una nanna per i più piccoli, i bimbi sono liberi e tranquilli, io sto con loro mentre le operatrici si riposano. Nel pomeriggio fisioterapia per i grandi, massaggio, gioco, magari una passeggiata. E arriva l’ora di cena, alle 20 iniziano i piccolissimi, poi gli altri e poi noi adulti. Alle 22 e 30 tutti vanno a dormire.

Per mantenere il tutto spendiamo circa 2.000 euro al mese. Ci sosteniamo con aiuti di privati, amici, dall’Italia e dalla Spagna. In questo periodo di coronavirus sono dovuta rimanere in Italia mio malgrado. Ce l’hanno fatta anche senza di me. Conto al più presto di tornare, non vedo l’ora.

Parlaci della parte più profonda del tuo impegno

Vuoi sapere della parte profonda, quella che si vede dalle azioni, ma che non si conosce, la più difficile da raccontare, perché vuol dire raccontarsi e guardarsi dentro?

Oggi ho quasi 64 anni, tre figli, un nipote, un ex marito e due fratelli lontani. Questi sono gli affetti di sangue, come si dice, e poi ci sono gli altri, che alla fine altri non sono, perché fanno parte della mia vita di oggi, anche se “oggi” ha poco senso. Sono vicina agli affetti che erano lontani e lontana dagli affetti che erano vicini. Questo Covid ha fatto un bel rimescolamento di situazioni e di sentimenti.

Da quando è nato il mio primo figlio, nel 1982, ho trascorso tutti i giorni con i bambini, prima i miei e poi quelli che il mondo ha messo sul mio cammino. Bambini e giovani, ma anche adulti e anziani, tanta gente, tanti mondi e per fortuna tante menti.

Bambini, esseri meravigliosi che poi crescono e riempiono una parte di te; per fortuna non mi sono mai mancati. I bambini sono uno specchio di te stesso, non hanno bisogno di mentire, di fingere: o ti amano o non ti amano e ringrazio che le ferite di un rifiuto sono state veramente poche, anche se dolorose, come una grande sconfitta.

I giovani, mondo nascosto a molti, un pozzo di meraviglie che scopri insieme a loro, uno scoprire e scoprirsi, menti e cuori che crescono, evolvono, imparano e insegnano, un magico mondo dove puoi trovare l’immortalità, puoi fermare il tempo, miscela di colori e sapori che ti porti dentro per sempre.

Adulti, confronti con vite diverse per riscoprire la tua, conoscenza divisa e condivisa, parole e mondi che si intrecciano.

Anziani che ti mostrano il bambino di sempre, insieme alle ferite del tempo.

Dopo tutto questo uno si chiede: “Ma la data dei documenti è l’unica che ti identifica con l’età?” Noi cambiamo ogni giorno, cresciamo e torniamo indietro, un andirivieni di emozioni e giochi. 64 anni e mi piace giocare per terra, strisciare con Salama, saltare con Chris, giocare inventando ruoli e ambienti, mi piace ascoltare il suono di una chitarra sotto la luna e dormire su un prato o sulla sabbia, giocare a carte a mentiroso pur sapendo del castigo (non so mentire!!). Mi piace l’avventura e mi piacciono le sfide, mi piace parlare e sorridere alla gente, mi piace guardare il cielo e posso piangere guardando un tramonto o ascoltando una musica che mi tocca dentro.

Sono contenta di questa Rossana che si guarda indietro soddisfatta e guarda in avanti. Poi esiste il contorno alle azioni che cambia ed è cambiato nel tempo e potrà cambiare ancora, ma esistono adesso la consapevolezza, la sicurezza e la forza che non avevo prima. So che posso e potrò affrontare l’oggi e il domani con tutto quello che i miei 64 anni mi hanno portata, anno dopo anno, con l’aspettativa di quello che arriverà, perché sono sicura che sarà altrettanto bello.

 

Categorie: Africa, Europa, Interviste, Salute
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