Sono una che scrive. Il narratore che ho in testa è sempre acceso e coglie le sfumature e i particolari di ciò che sembra io stia osservando ingenuamente.
Nel viaggio di ritorno in Italia ho avuto due cambi lenti, uno a Milano e uno a Firenze. Due, tre ore in ciascuna stazione. A Milano il livello di attenzione da parte del personale di controllo di Trenitalia e delle forze dell’ordine – polizia ed esercito – mi ha davvero impressionato. Di conseguenza la gente con il volto coperto da mascherine multicolori, era abbastanza disciplinata. E io con loro. Un solo gate per entrare ai binari, con il controllo serrato – contactless – di biglietto e uso corretto della mascherina, tutti gli altri gate aperti solo per uscire. L’androne al piano dei treni è diviso a metà, per la lunghezza, con transenne e nastri divisori, senza aperture, senza scampo: da una parte si va verso l’entrata, dall’altra si esce. Gruppi di polizia e militari, correttamente mascherati, con sguardi di fuoco pattugliano dentro e fuori dal limite imposto dai gate.
All’interno, dove c’è la testa dei binari e la gente sta ferma col naso in su a guardare il tabellone delle partenze, la distanza si mantiene senza difficoltà mentre sul maxischermo, chissà perché, c’è solo la pubblicità di un gel disinfettante per le mani e quella di una banca, che si ripetono all’infinito fra sorrisi suadenti, bottigliette rosa e gente con lo smartphone in mano.
Il personale di terra della stazione è ovunque per chiedere: “dove va signora?” e indicare la retta via. I bar piccoli sono chiusi, quelli grandi hanno l’entrata e l’uscita separate, il gel per le mani in un bel dispenser all’ingresso e i tavolini recintati al centro dello spazio, con dei paletti e il cordone, si! quello dell’entrata alla prima del teatro dell’opera. Come in un film. E allora anche io mi piazzo nel recinto a prendere un ginseng a un tavolino quadrato che ha una sedia sola, dal lato in cui spicca, sulla superficie, un adesivo tondo verde con la scritta “SI”. Dall’altro lato l’adesivo è rosso e la scritta è “NO”. Chiaro. Si capisce tutto. AAATT-TENTI !! Che dire: inquietante? In compenso il mio intercity non partiva e abbiamo rischiato di rimanere a Milano. Dopo mezz’ora di frasi registrate di scuse, il macchinista geniale è riuscito a muovere il veicolo, ma verso Reggio Emilia c’è stato un altro problemuccio per colpa di una ruota che si è bloccata e con l’attrito ha iniziato a emanare un odore di bruciato particolarmente sinistro. Il team di bordo è riuscito, fra una fermata e l’altra, a capire e risolvere la questione. Fantastici! E abbiamo pure recuperato il ritardo.

A Firenze mi sono seduta sulla scalinata subito fuori dall’entrata della stazione. Non ero affatto l’unica. Dentro non c’è più una sedia o un cubo o qualsiasi cosa su cui si possano appoggiare le natiche e allora tutti fuori, i giovani e quelli diversamente giovani, a sedere sulla gradinata che dà, come se fosse un anfiteatro, sulla fermata della tramvia. Una donna davanti a me guardava un film sul suo smartphone. Invece io non mi potevo certo perdere il film live che avevo davanti agli occhi: questa specie a cui appartengo, disordinata e disorientata, nella cornice di una pandemia sempre più surrealista e orwelliana, nel tentativo, quasi sempre fallimentare, di fare la cosa giusta.
La cosa giusta.

Gli scalini erano molto caldi ma, meglio di niente…come si dice .
La scalinata, divisa a metà da una ringhiera di metallo, intendeva spartire il pubblico in due direzioni: chi entra da una parte, chi esce dall’altra. Fin qui abbastanza facile, ma non privo di eccezioni. In due ore ho visto solo una coppia, seduta a metà della gradinata nel senso dell’uscita, scendere fino al fondo per risalire poi dall’altra parte e accedere correttamente alla stazione.
Sono scese e salite per quelle scale tutte le culture, tutti i colori di pelle e di vestiti, tutte le taglie e tutte le età, chi dalla parte giusta, chi da quella sbagliata, con un numero variabile di valigie, borse, zaini e sacchetti in mano. La mascherina al braccio, in mano, penzoloni e infine su naso e bocca. Un signore carico come un mulo ha sbatacchiato il suo trolley un gradino dopo l’altro in barba a quelli precisini. Un giovane ha incontrato un’amica e si è tolto la mascherina per salutarla come si deve, col bacetto sulla guancia. La solita tossica ha rincorso per qualche minuto questo e quello chiedendo i famosi 2€ che le mancavano per comprarsi il biglietto verso il suo paradiso. Nel frattempo il tramonto ha reso i colori più commoventi e due tram, nelle opposte direzioni, si sono fermati all’unisono in una danza romantica che ha visto accendersi le luci giallognole nei vagoni.
All’interno la stazione è una figata. I pronipoti del Brunelleschi hanno studiato un complesso sistema di guida della deambulazione per non farci incrociare o assembrare, dando sempre, ovviamente, la precedenza e l’esclusiva a quelli che prendono i treni veloci e arrivano all’ultimo minuto.
Hanno appiccicato frecce verdi in terra ovunque, messo nastri e paletti divisori come nelle code all’aeroporto, e cartellini gialli che secondo loro chiarivano tutto. La gente non ci capisce nulla e fa un po come gli pare. Circolano indisturbate le persone dappertutto, fanno lo slalom tra i divisori e le altre persone e nessuno dice nulla. Meno male!
La figata è che adesso all’ingresso dei gate nessuno controlla più se abbiamo o no i biglietti e, inoltre, ogni tanto la regola che hanno stabilito cosi minuziosamente, non è più valida. Per andare di là non si entra più di qua, e viceversa. Allora il personale ci fa assembrare da una parte per aprirci il passo verso il binario giusto, qualora il tabellone luminoso ne segnalasse uno di quelli a noi non accessibili. Siamo un popolo creativo e Firenze è ancora la culla della cultura, senza dubbio. Intanto i treni regionali continuano a partire in ritardo e il gel disinfettante per le mani all’entrata del vagone è finito da un pezzo. Bon voyage e che la cosa giusta sia con voi!