Ho già visto e vissuto molti finali di storie, di cicli, di relazioni. Rivoluzioni che cambiano chi si siede al tavolo delle decisioni, nuovi amori che cambiano la geografia dei nostri corpi. Nella nostra vita ogni giorno un nuovo mondo di cellule inizia e altre spariscono, scivolano via sulla pelle e svaniscono nell’aria.

In quell’11 settembre – così come ora – il mio mondo è finito e ricominciato, e nello stesso posto.

Era una bella e fredda domenica quando lasciai Rio per New York in un volo diurno. Stavo andando per restarci, deluso come tante altre volte, dalla politica e dagli amori. Ci sono momenti di accordi planetari, quadrature negative, che ti portano ben lontano. Il più lontano che potevo e dove potevo andare era un piccolo ufficio di amici a Manhattan, dove avrei partecipato a un progetto editoriale. In realtà mi stavo auto-esiliando, ma nessuno doveva saperlo.

Per le prime settimane restai ospite in un minuscolo appartamento nelle vicinanze del World Trade Center, le Torri Gemelle, che facevano ombra a tanti edifici e sogni. Stavo lì in una piazza tra i due grattacieli, e guardavo la scultura di un globo di bronzo, presso cui mi sedevo di solito la mattina, prima di partire verso la East 42, dove lavoravo. Era quasi un rituale sedersi lì e osservare le persone che entravano e uscivano da quelle porte gigantesche di acciaio e vetro, orgogliose con i loro tesserini. Un giorno telefonai a mia madre e le dissi “Dona Arlete, non manca molto che andrò a lavorare dentro queste torri” – questa è una frase che non avrei mai dovuto dire. Quando gli aerei centrarono le pareti di cemento la mattina dell’11 settembre, mia madre disperata pensò che avessi già realizzato il mio sogno e che anch’io fossi sparito in quella fine del mondo.

Stavo ancora dormendo quando lei chiamò disperata il mio amico Silvio, all’epoca giornalista all'”Estadão”. Ero senza internet e con poco accesso alle e-mail, senza cellulare, lui era la mia connessione con lei e altri amici. Lui aveva il lusso dell’accesso alle e-mail – sì, potete pure ridere ma il mondo nel 2001 era un altro. Era il mondo prima di quello che abbiamo vissuto fino a febbraio.

Ancora assonnato Silvio cercò di calmare Dona Arlete, che gridava “Stanno distruggendo le Torri, Marco è lì dentro” – Calma, diceva lui scommettendo che stava scambiando il Bom dia Brasil (programma televisivo trasmesso la mattina in Brasile, N.d.T.) con un film di distruzioni – “è solo un film di Gozilla”. Non lo era. Non sono morto nell’attentato, ma la voce si è sparsa in un modo che anni dopo, quando tornai in vacanza a Rio, ancora incontravo persone sbalordite a vedermi vivo “Ma tu non eri lì a…?”

Più o meno – mi spiego.

Ero vicino, ho visto una parte della tragedia, ho passato giorni a respirare quell’aria che sapeva di cemento, ma quella mattina io e la mia capa Sabrina, una di Rio super integrata in città, avevamo deciso di scappare da quella zona e di fare una grigliata a casa sua, un’accogliente residenza nella West 87, vicino a Central Park. Ho passato anni a cercare di nascondere quella fuga, ma in realtà eravamo quasi sicuri che era solo l’inizio di una guerra, che eravamo seduti su un bersaglio e che quell’attacco sarebbe stato solo l’inizio di un conflitto senza fine.

Salimmo per la Sixth Avenue con l’immagine di una delle due Torri in fiamme. Quando arrivammo all’inizio del parco, era già tutto una nuvola marrone là dietro. Sogni e vite sparirono in quelle nubi di cemento. Noi corremmo nella direzione opposta, con un carrello del supermercato pieno dei materiali da ufficio che riuscimmo a salvare.

Soli e senza parenti, con il frigorifero strapieno di carne, e soltanto la TV che ci mostrava che altri posti avevano subito attacchi, decidemmo di fare la grigliata, guardare la CNN che annunciava un contrattacco e lì saremmo stati, di nuovo, seduti sul bersaglio. Senza avere modo di uscire da Manhattan, senza telefoni, senza uscita. Eravamo sicuri che anche la nostra storia sarebbe finita lì, e che a un certo punto saremmo stati avvolti da quella stessa nube. Era una “fine del mondo”, di solitudine e strade deserte che avrei rivisto, nella stessa città, quasi vent’anni dopo.

Chuchu ci accompagnava dentro il carrello del supermercato, completamente distaccato dalla nostra disperazione. Era un pincher molto agitato che ci correva tra i piedi in quel bunker aspettando la grigliata… Come se fosse a prua di un Titanic alla deriva, nel carrello, sentiva deliziosamente il vento. Intorno a noi una moltitudine fuggiva come noi dalla zona, senza sapere se anche altri edifici sarebbero stati attaccati e distrutti.

Come sarà che finisce il mondo? mi chiedevo. Sarebbe un’esplosione nucleare? E se tutto diventasse scuro? Sarà come nei film di fantascienza, di sicuro.

Senza nessuna esperienza in grigliate senza carbone – si usano delle pietre inzuppate di cherosene – mi dimenticai di mettere un foglio di carta stagnola per separare e proteggere la carne dal calore. Neanche Chuchu riuscì a mangiare quelle bistecche contaminate e dal gusto orribile. Giunse la fine del pomeriggio, tutta la scorta di birre e di carne era stata consumata, dandone anche ai vicini che arrivavano curiosi – alla fin fine, che gente folle è questa?

Io, Sabrina e Chuchu uscimmo in strada, con le maschere anti-gas – sì, le aveva in casa e non mi chiedete perché – in cerca di informazioni. “Alla fine, il mondo sta per finire o no?” mi domandai. Come sarà il domani? Dopo gli attentati, in realtà, subimmo una sequela di attacchi biologici spediti per lettera – una polvere chiamata antrace – e la paura della guerra continuò per mesi.

Dona Arlete, alla ricerca disperata di notizie, seppe solo alla fine della giornata che non stavo lavorando al Word Trade Center. Sollievo. I giorni e i mesi successivi furono molto simili a quello che sto vivendo adesso, senza nessuna idea di come andrà con il mio lavoro e con la mia vita. Venti anni dopo, senza Chuchu e senza la mia capa vicino, mi sono ricordato di quell’11 settembre. Giorni da incubo, strade deserte, coprifuoco. La fine del mondo sembra sempre avere la stessa scenografia di un film di serie B. È una sensazione molto strana quella di stare nell’epicentro di qualche guerra o tragedia. Io ho avuto la sorte di sperimentarlo due volte. Che privilegio, che destino.

Apro le tende e vedo che è già sorto il sole, è di nuovo estate qui. La sagoma degli edifici e il colore del cielo mi hanno fatto ricordare quei giorni di settembre. Non c’è più il fumo. L’aria sembra più pulita. Quasi tutti i personaggi di quella storia sono già morti o si sono persi nella vita in queste due decadi. Io ho resistito e sono tornato allo stesso scenario. Sono un testone a voler vedere la storia finire e rinascere, a volte. Con una stretta al cuore, penso che è cominciata una bella giornata ancora una volta e che sto per entrare in un meraviglioso mondo nuovo.

Primo giorno di ritorno al nuovo “normale”, nell’ex-epicentro della pandemia di Covid19, giugno 2020

 

 

Traduzione dal portoghese di Raffaella Piazza. Revisione : Silvia Nocera