Nulla è per sempre

26.05.2020 - Gianluca Gabriele - Redazione Torino

Quest'articolo è disponibile anche in: Tedesco

Nulla è per sempre
(Foto di Gerd Altmann - Pixabay)

Quanto frequentemente ci arrivano, dalla televisione o dai social, gli appelli alla pazienza in attesa che le “cose tornino alla normalità, come prima”? “Prima” è prima dell’emergenza sanitaria, per “normalità” si intende la situazione di vita antecedente la quarantena.

Tralasciando l’impatto economico e sociale e le ricadute che ne susseguiranno, concentrandosi soltanto sugli aspetti psicologici, individuali di una persona e collettivi di una comunità o di un popolo intero, ci rendiamo conto abbastanza in fretta che le cose non potranno più tornare come prima.

Esistono patrimoni di memoria storici comuni ad una collettività (sia essa una cultura, un popolo od un gruppo), i quali incidono nella formazione di una base di valori e credenze che determinano il modo di agire di questa collettività nel mondo. Tale base fornisce giustificazione, senso e direzione alle azioni nel mondo di quello specifico gruppo (vedi Silo, Miti radice Universali).

Facciamo un esempio. Il caso che ci interessa ma solo perché ci viviamo dentro. Come si può sintetizzare il sistema di credenze e di valori del mondo occidentale? In termini decisamente approssimati, riassumerei così.

Siamo convinti di far parte di un sistema democratico, generato da un processo storico lunghissimo di guerre, rivoluzioni e sangue ma tutto sommato adesso pacifico.

Crediamo di vivere, tutto sommato, nel lato del mondo che è quello migliore, positivo, avanzato, dopo gli innegabili progressi scientifici e sociali degli ultimi 70 anni.

Confidiamo che i progressi scientifici e medici ci tengano al sicuro dagli sconvolgimenti naturali.

In sintesi, ci sentiamo cullati nella sensazione di sicurezza che la tecnologia medica e i progressi sociali ci tengono lontani dal dolore, dalla sofferenza e che la morte si sia tutto sommato allontanata nel tempo e nello spazio.

Tutto sommato però non significa in maniera certa.

Una serie di vantaggi quali una relativa sicurezza ed una comodità media di vita, cure mediche e l’allargamento dell’istruzione ci hanno portato a ritenere che potevamo stare nella nostra “bolla”, difendendola da tutto e tutti, perché ce la eravamo conquistata e meritata.

Abbiamo anche costruito muri per difendere la nostra bolla; muri esterni come il Trattato di Schengen, muri interni come l’individualismo e la competizione esasperata che abbiamo assunto come ideologia fondante.

Stiamo invece scoprendo che non è così come credevamo. La bolla dietro la quale ci sentivamo sicuri non è invalicabile. La barriera non funziona.

Il covid-19 ha dimostrato che neanche con la nostra avanzata tecnologia medica siamo al sicuro dalla malattia; sinistramente riecheggiano spettri delle piaghe che in passato hanno decimato l’umanità, dalle quali pensavamo di esserci finalmente affrancati. Almeno in Occidente.

Questa emergenza si configura come un punto di rottura, uno shock culturale se vogliamo, un punto di non ritorno anzitutto perché di tratta di un’esperienza globale. Tutti ne sono stati direttamente coinvolti. Il minimo comune multiplo sociale è lo stravolgimento delle proprie abitudini.

La sensibilità ecologista ha già portato alla luce il fatto che, anche se “buttiamo la nostra spazzatura” negli altri paesi non occidentali, l’inquinamento del pianeta ci si è ritorto contro.

Le crisi economiche progressive hanno già reso tangibili la fragilità della democrazia e del sistema produttivo capitalista, esposti alla “legge del mercato” (leggi speculazioni disumane di pochi) ed al consumo indiscriminato di risorse e territorio.

Ci ritroviamo al punto di svolta di un processo che ha portato alla fine di un mito, al fragoroso e definitivo frantumarsi dell’illusione di invulnerabilità che ci accompagnava, dell’illusione che guerre, crisi, malattie toccano ad altre zone del mondo, ad altra gente, mai a noi.

Dall’inizio del nuovo millennio, una serie di scossoni hanno minato il sistema di credenze del mondo occidentale.

Siamo quindi di fronte al ritorno dei nemici di sempre: la solitudine, la malattia, la morte.

Vissuti, oltretutto, da un punto di vista in genere piuttosto ristretto. Non ci sentiamo un popolo o una comunità, ma abbiamo piuttosto un’ottica individualista e competitiva, estendendo al massimo alla nostra famiglia le protezioni cui vorremmo usufruire e che cerchiamo di costruire sottraendole agli altri, siano essi i popoli del sud del mondo od il nostro collega di lavoro.

Cosa facciamo? In molti si fa strada la consapevolezza che nulla potrà più essere come prima.
Mentre si discute di come muteranno il lavoro, il fare impresa, le relazioni economiche, rimane piuttosto nebuloso il piano dei valori e degli ideali.

Cosa facciamo con noi stessi e con gli altri, a partire da questo momento?

Le società dei secoli passati, esposti ad ogni tipo di avversità, hanno sviluppato, almeno alla base, forme avanzate di condivisione e solidarietà. Basti pensare alle società di mutuo soccorso, massima espressione della “mentalità solidale”.

Ci siamo resi conto di quanto ci mancano gli altri, in questi mesi di forzato isolamento? Di quanto non possiamo fare a meno di loro? Sarebbe un primo passo se ci fossimo resi conto che “l’altro da me” non è più solo un oggetto cui disporre a piacimento, se si ha il potere di farlo, o da cui essere usati, se in posizione di svantaggio.

Tuttavia, riscoprire la condivisione sociale, anche se necessario, non è condizione sufficiente: nel momento in cui la vita (ri)assume una dimensione più precaria, in cui gli oggetti e gli appigli esterni si mostrano incapaci a soddisfare necessità più profonde, la coscienza del proprio valore e della dignità di se stesso in quanto persona e delle azioni che questo se realizza, dovrebbe assumere un’importanza fondamentale.

Sballottati tra le pieghe di un feroce cambiamento che parte da lontano, aggrediti dalle crisi economiche, ambientali e sanitarie, indottrinati dalla mentalità zoologica in cui l’essere umano è consumatore, utente, merce, al massimo elevati al rango di animale sociale in lotta per la sopravvivenza e/o supremazia, siamo comunque sempre quell’essere che “si alzò un giorno su due gambe aspirando al cielo e che non terminato il suo destino”.

Proprio a partire da una nuova fondamentale, consapevolezza della propria importanza, è possibile a mio avviso percepire gli altri sotto una luce diversa. Tra due esseri di valore, importanti, la relazione assume un significato ed una profondità diversa rispetto a quella che ci può essere tra due utenti, due consumatori o due animali sociali in lotta tra di loro

In sintesi, secondo noi le strade da percorrere sono lo sviluppo di una nuova consapevolezza del proprio valore individuale, il recupero della relazione e la condivisione di aspetti fondamentali della vita, personale e collettiva.

Categorie: Cultura e Media, Europa, Opinioni
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