Nell’occhio del ciclone. Intervista a Vittorio Agnoletto

19.05.2020 - Andrea De Lotto

Nell’occhio del ciclone. Intervista a Vittorio Agnoletto
(Foto di https://www.facebook.com/vittorio.agnoletto)

In questi mesi Vittorio Agnoletto, medico di formazione, attivista da sempre, si è dedicato anima e corpo alla vicenda del Coronavirus. Il suo obiettivo era quello di fare chiarezza, di decifrare la realtà, di dare una visione che fosse libera dai condizionamenti che la maggior parte dei nostri mass media hanno. I suoi interventi a Radio Popolare, a Radio Onda d’Urto, in dirette fb, sul suo blog, su vari siti, hanno aiutato decine di migliaia di persone ad orientarsi, capire, scegliere.

Nell’intervista che segue si vuole capire cosa è successo in questo periodo a lui come persona; d’altra parte il suo sito si chiamava: PRIMA LE PERSONE.  Sappiamo di averlo preso in contropiede, pur avendolo avvisato. Immerso nel suo lavoro, in un’apnea che era quella che gli ha fatto iniziare l’intervista dicendo “Voi non vi rendete conto, quando dico 18 ore, sono 18 ore….”, era già pronto a rispondere con l’abituale disinvoltura, invece si è dovuto fermare a pensare più di una volta. Questa volta al centro c’era lui, con la sua vita, con lo stravolgimento che ha vissuto. Già durante l’intervista ha più volte chiesto: “Ma cosa interessa alla gente sapere questo?” Invece noi siamo convinti che la forza del suo discorso sia proprio quella che proviene da un essere umano, con le sue sfaccettature, con la sua forza e le sue debolezze, come ogni essere umano.

Non per “smontare” il personaggio, anzi: per dargli più forza ancora. Perché sappia che lo capiamo, che immaginiamo la fatica e la responsabilità che si è caricato sulle spalle. Sappiamo anche che le gratificazioni saranno anche tante, ma a volte a furia di difendere “il bene comune”, si rischia di trascurare “il bene proprio”.

Pubblichiamo questa intervista per dimostrare l’enorme affetto e stima che abbiamo in tanti nei confronti di Vittorio Agnoletto, di questo (come si sarebbe detto una volta…) compagno.

Cosa è successo nella tua vita in questi ultimi tre mesi?

“Lavoro 18 ore, dormo 6 ore, le altre 18 sono qua fermo a rispondere, a scrivere, a parlare…. La situazione è questa, sono andati adesso tutti dalla nonna a mangiare, perché non mi sopportano più….

Abbiamo attivato, mettendo insieme Medicina Democratica e la trasmissione di Radio Popolare “37 e 2”, un Osservatorio Coronavirus che si pone l’obiettivo di dare informazioni, di cercare di rispondere alle tante domande ed esigenze dei cittadini e fornire, quando è possibile, una tutela ai loro diritti. Per far questo abbiamo costruito una rete con altre organizzazioni specializzate, sull’aspetto giuridico, o psicologico, o relativo ai temi della fragilità e disabilità. Questo Osservatorio è cresciuto moltissimo. Noi siamo sommersi. E’ stato, fino ad ora, un lavoro totalmente volontario con diverse persone che mi aiutano su temi specifici. Io sono a casa in quanto medico del lavoro. I posti dove lavoro al momento sono chiusi e quindi mi dedico a questo. Una persona mi aiuta a metà tempo e poi abbiamo una rete di centinaia di operatori che ci segnalano cosa avviene, sono persone che hanno problemi ad esporsi direttamente, temono ritorsioni. Noi raccogliamo questo materiale, lo verifichiamo, cerchiamo di fornire delle soluzioni. Il mezzo della radio e delle dirette fb (sulle pagine mia, di “37e2” e di Medicina Democratica) aiutano molto. La trasmissione alla radio è ogni giovedì mattina, le dirette fb inizialmente erano ogni giorno, ora sono due volte alla settimana. Mercoledì alle 18,00 e domenica alle 21.

Sosteniamo le persone nei loro diritti “accompagnandole” nelle vicende che ci vengono raccontate, fino all’eventuale contatto con l’associazione “Avvocati per niente” con la quale collaboriamo. E poi c’è da fare quel grosso lavoro che una volta si chiamava di “controinformazione”. Smentire una serie di cose che vengono dette dalle istituzioni e ripetute dai mass media e che, in molti casi, non corrispondono al vero o comunque non sono precise.

Siamo contenti perché la gente ci stima, ci ringrazia e questo per un’attività di volontariato è importante, dà forza. Tutto quello che facciamo è totalmente ignorato dai media mainstream; c’è una forma di ostracismo nei nostri confronti, perché spesso denunciamo delle vicende scomode che molti preferirebbero ignorare. La pratica è quella di ignorarci completamente, poi magari la notizia viene ripresa senza citare la fonte (che saremmo noi) e in modo soft, ammorbidito. In più occasioni mi hanno detto in modo chiaro che “potevano dare la notizia, ma il mio nome, per ordine dall’alto, non doveva comparire”. E per noi va anche bene, l’importante è che la notizia giri, ma ci chiediamo comunque il perché di tutto ciò. E’ evidente che siamo diventati molto scomodi, abbiamo ricevuto minacce di diffida, ma quello che noi segnaliamo è sempre documentato e verificabile”.

Quali sono i tuoi nuovi ritmi e tempi di vita?

Mi siedo davanti al computer la mattina presto, prima delle 8 e comincio a vedere la posta che mi è arrivata durante la notte, rispondo, poi andiamo a vedere che cosa c’è di nuovo in Italia e nel mondo rispetto alle terapie, andiamo a verificare alcune delle notizie che arrivano sulla rete o per Whatsapp, perché nel frattempo si accumulano le richieste da parte delle persone per sapere se quella tal cura è efficace, se tale notizia è corretta oppure no, e quindi dobbiamo documentarci. Poi ho gli appuntamenti con gli operatori sanitari che magari non vogliono scrivere, ma vogliono comunicare a voce, con la garanzia dell’anonimato. Poi si mettono giù le lettere che vengono inviate alle direzioni degli ospedali, delle RSA o delle ATS, chiedendo spiegazioni su quello che ci è stato segnalato e poi ci sono da preparare le dirette fb, la trasmissione radio, le interviste. Quando arrivano i nuovi dati bisogna analizzarli in maniera approfondita, confrontandoli. Aggiornare i grafici per capire gli sviluppi. Poi le richieste di collegamenti, via skype o fb, con varie realtà, per esempio comitati di lavoratori o dei familiari del tal centro, associazioni… E anche dall’estero. La lista sarebbe lunga. E tutto questo avviene da casa.” 

In questo periodo che cosa hai dovuto trascurare?

Quello che mi pesa di più è che una situazione di distanziamento sociale, che ti obbliga a stare a casa, potrebbe essere anche un momento che ti offre del tempo da dedicare alla famiglia. Io ho sempre avuto tempi complicati, tra il lavoro e l’attività sociale che ho sempre svolto. In questi mesi io sono sì fisicamente a casa, ma vedo mia moglie e i ragazzi meno di quando lavoravo fuori. Inoltre, in queste ultime settimane è ripreso anche il lavoro che svolgo all’Inps, in questo periodo da casa e quindi i miei familiari li vedo davvero poco. Cerco di tirar fuori qualche momento per giocare soprattutto con mio figlio che ha 9 anni, perché sennò giustamente dice: “Papà, non ti vedo mai!!”

Sei riuscito a gestire tutto questo sforzo enorme o si è generata qualche tensione?

Si, sono riuscito a gestire tutto, anche se non posso negare che qualche tensione si sia creata; ma in casa tutti sanno la mia storia, sanno che il mio impegno sociale c’è sempre stato, mia moglie sa bene che anche quando non sono disponibile non è perché sto giocando da qualche parte, anzi tendo a coinvolgerla per avere un parere su questioni che talvolta arrivano e non sono strettamente mediche, ma sono più complicate e su queste ci confrontiamo. Mio figlio piccolo ha capito quello che faccio e spesso mi fa delle domande perché è curioso e magari nei collegamenti coi suoi compagni racconta quello che ha saputo sul Covid. Certo, poi ci sono momenti più complicati, stando nella stessa casa, quando arriva la notizia di qualche decesso, in casa lo si viene a sapere subito e quindi va gestita. Ogni età ha diritto a vivere la sua età e la sua serenità. Così si cercano questi difficili equilibri.

In questo periodo sembrava esserci una polarizzazione tra “i politici” e “gli scienziati”, come se i primi fossero un po’ “imbranati e sprovveduti” e i secondi “ben preparati e coscienti di ciò di cui si sta parlando”. Tu sei tra i pochi che sintetizza questi due aspetti. Forse anche per questo hai avuto un ruolo importante e molto ascolto. Come sei riuscito a gestire certi “istinti politici” che potevi avere e tenerli insieme con la lucidità e freddezza scientifica necessaria?

La divisione tra politici e scienziati c’è, però attenzione, perché ci sono alcuni comportamenti che li accomunano. Se io penso ad alcuni talk show o dibattiti televisivi che ho intravisto, mi sembra che spesso i politici, ma anche un “certo tipo di esperti”, siano più attenti alla loro immagine o all’accreditamento della loro persona o dell’ istituzione a cui fanno riferimento o alla propria attività privata, piuttosto che attenti a fornire informazioni precise con la capacità, fondamentale per un ricercatore, di dire: “Questo non si sa ancora, questo dobbiamo studiarlo, o questo non lo so, perché non fa parte del mio settore specifico”.

Abbiamo visto politici, ma anche scienziati, parlare di tutto, mentre ognuno ha le sue competenze. Su questo bisognerebbe riflettere. Poi certo ci sono anche colleghi che quando vanno in trasmissione si limitano a parlare della loro specificità in modo preciso e secco, rimangono sul loro terreno e non hanno bisogno di costruire altri percorsi di “immagine”, ma sono una minoranza.

Io credo che in questa vicenda sia importante raccontare quello che accade e poi ovviamente cercare di aiutare chi si trova in difficoltà in questa situazione complicatissima. Il raccontare quello che accade automaticamente produce nelle persone e anche in me stesso un momento di riflessione e di ricerca di soluzioni e allora lì puoi incontrare il ragionamento politico. Ma io ho approcciato questa vicenda raccontando quello che accadeva e ponendomi la domanda “PERCHE’ ACCADE QUESTO?” Cosa c’è dietro questo aspetto che altrimenti sembrerebbe inspiegabile? Se lavori e scavi in questo modo allora arrivi a individuare le responsabilità politiche, le ragioni confessabili o inconfessabili che stanno dietro ad alcune scelte. Io in questi mesi non ho mai fatto un comizio politico.

Certo, metto in fila le cose e poi mi chiedo e chiedo: perché è stato fatto così? Quali sono state le scelte e perché sono state fatte? Che cosa c’è di nascosto, di non detto? Credo che questo sia il modo più corretto per porsi di fronte agli altri. Le persone che mi ascoltano sanno quale è la mia storia, sanno come la penso, ma io cerco di dare gli strumenti perché ognuno possa andare a verificare quello che sto dicendo e formarsi le proprie idee. La politica arriva dopo, come conseguenza. Di fronte ad un servizio sanitario regionale come quello lombardo che ha dimostrato di non essere assolutamente in grado di rispondere ad un problema di sanità pubblica, perché è di questo che stiamo parlando, allora ci si pone il problema di capire il perché e di come avrebbe potuto essere un servizio sanitario efficiente, quali sono stati gli errori commessi, non solo adesso, ma negli ultimi 20 anni. Allora arrivi a confrontarti con le strategie politiche e a pensare a delle soluzioni che dovrebbero essere molto diverse dalla realtà odierna.

Tu sei stato nell’occhio del ciclone due volte: ora e nel 2001 al G8 di Genova. Che analogie e differenze trovi tra questi periodi che hanno cambiato la vita a molti di noi e a te ancora di più? Quali minacce ricevesti allora e quali ricevi adesso?

Non dimentichiamo che nella mia vita c’è stato prima tutto il periodo della Lila, della lotta contro l’Aids, la battaglia per i diritti contro le discriminazioni coniugata sempre con la ricerca scientifica e con pratiche di solidarietà. Io da lì ho imparato tanto anche per quello che sto facendo ora.

A Genova avevo ricevuto minacce precise, qui non ho ricevuto nessuna minaccia, qui al massimo cercano di bloccare il nostro lavoro dicendo che ricorreranno alle vie legali…. C’è una bella differenza.

Ogni tanto ho proprio l’impressione di essere di fronte ad un sistema fondato su uno strettissimo intreccio tra politica e comunicazione, che è difficile riuscire a scalfire. Questa chiusura a riccio di fronte a qualunque cosa risulti scomoda ha delle caratteristiche particolari in Italia, dove per esempio un giornalismo di inchiesta è ridotto ai minimi termini, dove i legami tra mezzi di comunicazione e potere politico sono strettissimi; negli altri paesi occidentali non sono così forti e così generalizzati.

Quindi la sensazione che vivo è un po’ quella dell’isolamento, però c’è da dire che anche in momenti di forte stress c’è sempre stato il supporto delle persone con cui ho fatto e faccio questi percorsi. Poi è sempre importante saper mantenere un equilibrio e stare attento a non seguire le sirene del richiamo mediatico a qualunque costo o dell’autocompiacimento; quello che dici deve essere sempre preciso e documentato. A volte conviene andare più piano, ma essere assolutamente inattaccabile. Quello che è diverso da allora, dalle mie esperienze precedenti, è il contesto che c’è intorno. Ai tempi della Lila c’era un grande fiorire di associazioni e c’era una vivacità della società civile anche nel 2001; queste realtà sono state capaci in quelle occasioni di fare rete e di lavorare insieme. Qui, ora, sono passati tanti anni e il liberismo ha vinto sia economicamente che come cultura dominante, quella dell’IO e non del NOI, Faccio carriera se pesto i piedi a quello di fianco, mi salvo io sulle spalle di quello che mi sta vicino….

Una parte della società civile ha pensato che era meglio ritirarsi e lasciare spazio ai menestrelli del potere, un’altra parte ha cercato di andare avanti concentrandosi sul proprio specifico e questa scelta le ha permesso di resistere. Ma quando poi ti trovi di fronte a situazioni come quella attuale, nessuno da solo ce la può fare, bisogna assolutamente riuscire a costruire reti, coordinamenti e azioni condivise.

Io credo che quando questa emergenza sarà finita bisognerà progettare un servizio sanitario nazionale differente e allora lì ci sarà bisogno delle competenze che tante associazioni e gruppi della società civile hanno sviluppato in questi anni, magari ognuno nel suo aspetto specifico. E’ solo mettendoci insieme che possiamo riprogettare un servizio sanitario universale sostenuto dalla fiscalità generale, gratuito nell’accesso, che non abbia liste di attesa di mesi o di anni e che non obblighi le persone a passare al privato. Questa rete è in gran parte da costruire, nelle esperienze precedenti questa rete c’era, anzi era stata il motore di quel movimento.

La domanda principale che ci dovremo presto porre collettivamente sarà: “Cosa possiamo fare per non rivivere una situazione come questa?” Se il servizio sanitario fosse stato diverso molte persone che sono morte si sarebbero probabilmente salvate. Io credo che questo non sarà l’ultimo virus; siamo di fronte ad uno scenario, penso al mondo della salute, che si è modificato profondamente; la medicina dovrà invertire il suo percorso. Io credo che la sanità dovrà essere incentrata sul territorio, sulla prevenzione. Un’idea di salute che guardi alla necessità improrogabile di modificare la direzione verso la quale sta precipitando il nostro pianeta: i cambiamenti climatici, la deforestazione, gli allevamenti intensivi degli animali sono tutte questioni che hanno a che fare con la tutela della salute collettiva. La prevenzione primaria, il modo di produrre, la qualità di vita. Questi sono i grandi temi che avremo di fronte. Credo che questa sia la lezione  che ci arriva da questi difficili e drammatici mesi.

Per molti di noi tu sei quello di quella famosa foto fatta in quella notte di fronte alla scuola Diaz a Genova, circondato da poliziotti, mentre cerchi di capire e farti ascoltare. Eppure alcuni giovani intervistatori in questi giorni, su Radio Popolare ma anche su Radio Onda d’Urto, ti davano del lei. Ti ha fatto un po’ di effetto?

Ehm, si, fa effetto. Io in genere do del tu, ma ci sono dei momenti in cui le persone ti chiedono un parere strettamente professionale dove c’è una richiesta implicita di esercitare il mio specifico ruolo medico. Certo con le radio io di solito uso il tu, ma nella trasmissione “37 e 2”, proprio per questo motivo, do del lei agli ascoltatori, a chi telefona, poi magari devo cambiare registro poco dopo….

Ma forse la tua domanda ne sottintendeva un’altra: se il “tu” non come pronome, ma come modalità di relazione immediata, trasparente e paritaria mi appartiene ancora. Su questo non ci sono dubbi: con il mondo con il quale ho costruito la mia vita, un mondo delimitato da ben precise scelte valoriali prima ancora che culturali, con cui ho condiviso delusioni e desideri, con quel mondo l’unica lingua che può esistere è quella del TU. E’ il primo passo per potersi riconoscere come esseri umani accomunati dal medesimo destino e dalle medesime speranze.

Grazie di cuore Vittorio.

Grazie a voi.

 

 

Categorie: Europa, Internazionale, Salute
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