La segregazione nell’emergenza

17.03.2020 - Fabrizio Maffioletti

La segregazione nell’emergenza
Milano deserta per l'emergenza coronavirus (Foto di Thomas Schmid)

Tutti noi in questa situazione emergenziale stiamo vivendo, di fatto, un clima di segregazione.

Ieri al supermercato, in coda, questo clima era palpabile, ci si guarda, ci si controlla, si mantengono le distanze, questo, purtroppo è “normale”, c’è una ragione di fondo: l’istinto di sopravvivenza, avere un istinto di sopravvivenza è normale, la paura è una sana reazione di protezione di noi stessi, naturalmente ove non sfocia in panico.

Per conto ci sono i sanitari, non è un lavoro per tutti, loro, in generale, non discriminano, stanno concretamente rischiando la vita, diversi sono ammalati e alcuni sono morti, nessuno li chiama eroi, eppure si sono sacrificati per noi.

Credo che avrebbero diritto a funerali di Stato, eppure questo non succede, a mio parere è grave.

Questo clima di disagio che viviamo socialmente, in fondo questa sensazione di solitudine, è la situazione normale di vita di una persona Trans.

Questa condizione, molte persone Trans la vivono, o l’hanno vissuta anche in famiglia, dove sono, o sono stati ripudiati.

Vi è mai capitato di andare in giro con una persona Trans? A me sì, ho visto gli sguardi di sottecchi, di desiderio misto a senso di colpa, a volte l’impossibilità di staccare gli occhi dalla persona Trans.

Eppure, se conosci una persona Trans, ti racconta di quante persone, in segreto li/le frequenta, fa sesso con loro malcelando il senso di colpa.

Quante persone, che magari amano una persona Trans, avrebbero il coraggio di presentarla in famiglia, o più ancora di presentarla a colleghi di lavoro, o addirittura al loro capo o ai loro clienti?

Sempre parlando con persone Trans, ti raccontano che solo persone particolarmente “potenti” hanno il coraggio di non mantenere segreto il loro rapporto, perché?

La mia ipotesi è che lo facciano in base alla sicurezza della loro condizione di supremazia, che li porta a sentirsi  al di sopra delle convenzioni sociali, è la stessa  condizione che aveva, e che forse ha tutt’ora, l’aristocrazia, è un fatto di potere, una cultura, ancora una volta, patriarcale.

Eppure, allo stato attuale, una persona Trans che abbia la fortuna di avere una persona che l’ami sinceramente, si sottrarrebbe lei stessa a vivere una vita socialmente “normale”, per protezione verso la persona che ama, sarebbe conscia del clima d’imbarazzo ad essere invitata come fidanzat* ad una cena aziendale, conscia dell’imbarazzo che susciterebbe e del danno che lo stigma sociale causerebbe alla persona amata.

Vivrebbe con grande ansia un’eventuale presentazione alla famiglia della persona amata, nel timore, più che fondato, di non essere accettata e delle ripercussioni che la situazione potrebbe causare agli affetti familiari della persona amata.

Quest’emergenza ci può insegnare molto, l’empatia è anche immedesimazione, conoscere uno stato d’animo, perché vissuto in prima persona, aiuta molto.

Possiamo davvero imparare molto da ogni situazione,  quelle difficili sono un’opportunità per conoscere meglio noi stessi e gli altri, il tributo che possiamo rendere ai nostri morti è anche questo: il desiderio di rendere questa società migliore, più inclusiva, meno discriminante.

Non è colpa nostra se si è creata questa emergenza, ne “La Moglie del soldato”, film di Neil Jordan, Dil, la protagonista Trans dice: “Non è colpa mia se sono così”.

Categorie: Europa, Genere e femminismi, Opinioni, Salute
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