Disordine internazionale: uno stimolante confronto tra mons. Zuppi, vescovo di Bologna, e Lucio Caracciolo, direttore di Limes

13.02.2020 - Sabrina Magnani, Casalecchio di Reno (BO) - Redazione Bologna

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Disordine internazionale: uno stimolante confronto tra mons. Zuppi, vescovo di Bologna, e Lucio Caracciolo, direttore di Limes
(Foto di Bruno Stefani)

La frase di Papa Francesco secondo cui “siamo di fronte a una terza guerra mondiale a pezzi” ha inevitabilmente introdotto e fatto orientato l’insolito ma stimolante confronto tra il vescovo di Bologna, mons. Matteo Zuppi e il direttore di Limes, Lucio Caracciolo, svoltosi martedì 11 febbraio presso la Casa della pace di La Filanda di Casalecchio di Reno alla periferia di Bologna. “Una lettura del disordine mondiale tra religione e fede” è stato il tema della serata, promossa dalla realtà pacifista in collaborazione con il comune di Casalecchio di Reno, in una sala gremitissima di persone. Dall’originale espressione di Papa Bergoglio hanno infatti preso avvio entrambi gli interventi.

Lucio Caracciolo, ideatore della prima e più importante rivista di geopolitica italiana e attento osservatore della realtà internazionale, ha evidenziato come le parole del Papa evidenzino il persistere di una situazione dove i conflitti sono la quotidianità anche se non se ne parla, dove i 69 conflitti attuali che coinvolgono milioni di persone in molte aree del mondo, costituiscono per milioni di persone l’ordinarietà . “Gli Stati sono nati proprio per garantire le società contro la violenza, le istituzioni statuali anche se problematiche e non sempre funzionanti al meglio hanno tuttavia permesso di governare le società umane – ha spiegato Caracciolo -. Da oltre trent’anni crescono i conflitti nelle aree dove mancano tali realtà e dove le popolazioni sono più povere. Sono vere e proprie ‘terre di nessuno’ dove la violenza può esprimersi al massimo livello”. Da ciò deriva uno stato di conflitto permanente che, come un fiume carsico, riemerge agli occhi dei media solo in occasione di eventi straordinari rimanendo per lo più lontano dai riflettori. “Anche i muri come quello di Berlino segnavano un confine mentale prima che politico ma definivano un equilibrio. Oggi è difficile, quasi impossibile disegnarne uno unico. Siamo di fronte a una sorta di conflitto permanente, di bassa o media  intensità, dove non occorre più dichiarare guerra, ma che si mantiene in uno stato perpetuo mentre la tecnologia permette di guerreggiare anche da lontano, come hanno fatto gli Usa con l’assassinio di Soleimani, quasi come in un gioco virtuale telecomandato che riduce la percezione dell’esser in guerra anche se di fatto lo si è”.
“A Papa Francesco occorre dare atto dell’ importanza di aver dato valore, con quella definizione,  a un vocabolo che evidenzia come la realtà dei conflitti sia veramente una questione e che interessa tutti, mondiale appunto, un vocabolo altrimenti in disuso dopo un epoca post guerra fredda  in cui invece pareva potesse essere sintomatico di una nuova ampia visione – ha fatto eco Mons. Zuppi -. Oggi la complessità della realtà mondiale è tale che occorre studiarla e analizzarla. È un operazione importante in un epoca in cui siamo di fronte a tanti frammenti in cui è difficile trovarne i nessi”. Di fronte alla tendenza dominante al disinteresse verso tali situazioni perché sentite  come lontane e non coinvolgenti, le parole di papa Francesco vanno nella direzione opposta, di costruire un interesse e un coinvolgimento di tutti. Si tratta di una provocazione per ridestare la consapevolezza di fare parte di un unica umanità cosi come era chiaro a coloro che uscirono dall’ecatombe del secondo conflitto mondiale, quando tra le tante realtà sovranazionali fu creata anche la ONU.  Ed è stata acuta l’osservazione di Mons. Zuppi riguardo la crisi profonda di questa realtà, l’unica sovranazionale che però è stata depotenziata dal prevalere degli interessi di parte dei singoli o di gruppi.
Fotoreportage di Bruno Stefani

Se, dunque, deve preoccupare oggi l’assenza di una visione mondiale, la sfida si gioca sulla capacità di andare oltre la frammentarietà e la separazione che la logica divisiva dominante comporta. “La logica del muro è anestetizzante di fronte alla necessità di andare oltre esso attraverso il dialogo e volontà di costruire quelli che Papa Francesco definisce i ponti di pace – ha continuato il neocardinale-. Soprattutto in un epoca in cui le guerre sono sempre più digitali e quasi asettiche il papa ci richiama alla responsabilità di porre la sfida del disarmo globale e, come nel potente discorso durante la sua visita in Giappone, giungeva dichiarare non solo l’ uso ma anche il possesso di armi atomiche inaccettabile”. 

Dalle armi all’odio il passo è breve. Cogliendo il suggerimento del conduttore della serata, Sergio Caserta, blogger del Fatto quotidiano, Lucio Caracciolo ha ribadito come alle radici di questa attuale  tendenza vi sia la paura. “La paura è un sentimento che non si può estinguere ma che va gestito con la capacità di governare. Quello che sta succedendo con il virus cinese sembra evidenziare una loro capacità maggiore rispetto a noi di governare l emergenza anche se con inevitabili opacità. Oltre a questo, un altro antidoto all’odio è la capacità di lasciarsi incuriosire dal mondo stesso, gli uni dagli altri”.

 Mons. Zuppi ha poi colto la occasione per spiegare il senso di un suo recente libro sul tema della odiare. È la non accettazione della diversità il motore che alimenta la violenza e la tendenza all’esclusione. La diversità è certamente una ricchezza ma va gestita in una visione capace di porre in connessione le differenze senza annullarle: si tratta, ha evidenziato, di una questione che investe appieno anche la chiesa, unica istituzione oggi esistente che continua ad avere, per sua natura, una visione universale. “Tuttavia la sfida non è quella di essere una sfera, cioè un tutto omogeneo che si tiene intorno a un unico punto centrale, ma è quella del “poliedro”, altra definizione usata da Papa Bergoglio, che significa la capacità di conservare e far entrare in relazione di reciprocità le varie sfaccettature della realtà ecclesiale e dei molteplici contesti sociali e geografici che le connotano”. 

Quella del “poliedro” come modalità di convivenza coesa nelle differenze è una una modalità che si pone come sfida e impegno anche per la società civile nel suo complesso: uno stimolo molto efficace che da una sala di periferia urbana può essere preso come criterio nel tentativo, più ampio, di costruire una nuova visione comunitaria  di cui, in questi anni connotati dalla logia dell’odio e dell’esclusione, si sente quanto mai la necessità.

Categorie: Cultura e Media, Europa, Politica
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