1 Marzo – Contro la repressione: amnistia sociale e abolizione della normativa securitaria

26.02.2020 - Toni Casano

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

1 Marzo – Contro la repressione: amnistia sociale e abolizione della normativa securitaria

Nel corso del convegno su «Valsusa: laboratorio di nuove politiche repressive Luca, Nicoletta e gli altri. Che fare?», organizzato a Bussoleno dal Controsservatorio valsusino, l’interrogativo leniniano veniva raggiunto da una risposta proveniente da quel non-luogo che si chiama carcere, nel quale si possono coercitivamente detenere i corpi, ma dove non si può ingabbiare il pensiero.

Una potente volontà libertaria, quella di Nicoletta Dosio – “ospite” suo malgrado nelle patrie sbarre de Le Vallette –, la quale nella sua lettera scritta appositamente per il Convegno, indica qual è il percorso da cui partire per smontare la macchina repressiva, ordita dalla Volontà di Potenza declinata dal dominio capitalistico su scala globale. La Dosio pone sul tappeto la questione dell’amnistia sociale “come riconoscimento delle resistenze collettive contro le «grandi male opere», le guerre e gli armamenti, lo sfruttamento dei lavoratori e le «fabbriche della morte», per il diritto alla casa, alla salute, ad un lavoro dignitoso, contro fascismi e schiavismi, per una cultura di pace e di liberazione”.

Non è la solita invocazione di clemenza generale verso dei condannati, sembra piuttosto un programma politico per iniziare a portare un minimo di giustizia nel tempo presente. La necessità di una amnistia sociale ribadita da Nicoletta fa il paio, però, con l’abolizione dei decreti sicurezza, per impedire la propagazione dello stato carcerario come “mediatore” dei conflitti sociali. Ecco perché la mobilitazione per l’abrogazione della normativa repressiva salvimminitiana tutta – prima e dopo i decreti di marca gialloverde – “deve andare di pari passo con la richiesta della cosiddetta «amnistia sociale»: senza l’abolizione degli uni, l’altra non sarebbe che un palliativo temporaneo”.

Facendo tesoro dell’«esperienza» e della «generosità» del movimento NoTAV, la Dosio fa appello a tutti coloro che hanno sostenuto le lotte condotte in tutti questi anni e solidarizzato con le comunità resistenziali valsusine. Pertanto, la Nostra, invita ad un impegno “in prima persona a favore di tale improcrastinabile battaglia di libertà e di giustizia e per coinvolgere su questo fronte le persone e le realtà sorelle, in ogni parte del Paese”. L’amnistia sociale, così come viene giustamente proposta, non è semplicemente una premiale misura estintiva generalizzata per chi ha commesso un reato di cui si riconosce la colpa e il danno causato alla società, essa è innanzitutto un atto politico di riscatto per le condizioni sociali patite dentro e fuori i non-luoghi di pena detentiva, una sorta di «estinzione anche dei “reati di povertà”.

Infatti, ci dice ancora la Dosio: “Tra le mura delle carceri sono questi i reati più rappresentati, connessi all’indigenza, alle tossicodipendenze, alla prostituzione, alla clandestinità». In sostanza, abbiamo a che fare con un sistema ingiusto, fondamentalmente «da abbattere per costruire un mondo più giusto e vivibile per tutti». Certo, come non dare ragione a Nicoletta Dosio, quando si sentono voci dal di dentro del governo in carica che preannunciano inasprimenti delle misure detentive, come nel caso del c.d. “piccolo spaccio”. Ipotesi queste dalla memoria corta che dimentica la dichiarazione di illegittima costituzionale della legge Fini-Giovanardi sugli stupefacenti, già pronunciata dalla Consulta nel febbraio 2014, in virtù della quale sono state ripristinate le norme previgenti in materia.

Ma nonostante questo, nel solco della normazione di guerra, la ministra dell’interno, di concerto col ministro della giustizia, ha annunciato di aver trovato «una soluzione», ossia «la possibilità di arrestare immediatamente con la custodia in carcere coloro che si macchiano di questo reato [“lo spaccio di «lieve entità»” di prima]». Così come riportato da alcuni commentatori, ma anche da Radio Radicale: “I due ministri starebbero studiando l’ipotesi di innalzare la pena minima per i recidivi, anche se in caso di piccolo spaccio, in modo da evitare che «il giorno dopo nello stesso angolo di strada» si veda «lo spacciatore preso il giorno prima».

La vera ratio di siffatto provvedimento repressivo sarebbe, dunque, quello di incidere, così come sembra aver puntualizzato la ministra Lamorgese, «anche sulla demotivazione del personale di polizia». Un fatto veramente inquietante questo della “demotivazione”, tanto da fare insorgere giustamente il radicale Benedetto Della Vedova: «Manco Salvini e il governo Conte 1 erano arrivati a proporre una cosa così». Il segretario di +Europa, a ragione allarmato, ha messo in evidenza una prospettiva davvero drammatica se dovesse realizzarsi il proposito ventilato dalla compagine giallorossa, cioè l’innalzamento della pena minima per lo spaccio di «lieve entità». Dice Della Vedova: «La grande idea dell’esecutivo rischierà di mandare in galera decine di migliaia di giovani e meno giovani anche solo per qualche canna in tasca».

Sostanzialmente questa è la cornice politica su cui si muoverà la giornata nazionale di solidarietà di domenica prossima 1 marzo, a sostegno di Nicoletta Dosio e tutti coloro in atto colpiti dalla repressione. Una giornata di iniziative e manifestazioni che coinvolgerà i movimenti dal basso delle principali città italiane.

Anche a Palermo il movimento s’è dato appuntamento a Piazza Massimo per un presidio unitario alle 18,30, avendo come elemento unificante l’hastag #PalermoAbolisceIDecretiSicurezza. Si tratta di un vasto fronte sociale (costituito da molteplici singolarità sia individuali che collettive) che intende impegnarsi con spirito unitario nell’organizzazione delle lotte, utilizzando linguaggi condivisi di comunicazione, senza nulla togliere alla piena autonomia narrativa, mediante l’uso degli strumenti comunicativi più congeniali alla propria singolarità. Ciò che tutti comunque si augurano è quello di ricostruire un discorso pubblico comune, cercando di ricucire i processi tematici dentro una narrazione unificante, senza la pretesa di reductio ad unum.

Il dato positivo del movimento palermitano, su cui da tempo – pur con alti e bassi – si sta confrontando, è quello di volere mantenere una pratica espansiva comunitaria, costituente uno spazio sociale di riferimento cittadino, in cui le differenze possano esaltarsi in antitesi del pensiero unico omologante. Non è un caso che nel documento unitario di indizione del presidio di domenica, diramato in questi giorni dalle singolarità organizzatrici, si invitano a partecipare “le organizzazioni dei migranti, i comitati per il diritto alla casa, le assemblee delle donne i movimenti contro la guerra, i collettivi, i partiti, i sindacati, le associazioni, le persone comuni, le cittadine e i cittadini di Palermo ad aderire e a sostenere questa mobilitazione che avrà tante tappe e parlerà tanti linguaggi”.

In questo senso la giornata del 1 marzo è stata considerata l’inaugurazione di una campagna politica unitaria, le cui azioni saranno via via definite nella massima condivisione: “Il primo marzo segna la prima tappa di una campagna che dobbiamo costruire insieme e continuare finché i decreti non verranno aboliti!” Inoltre nell’immediato sono state programmate per il 14 marzo un seminario sulla Libia e la manifestazione per la liberazione di Turi Vaccaro. Segnaliamo che proprio in questi giorni, la Camera Penale panormita ha chiesto alla Direzione della Casa Circondariale di Palermo informazioni “sulle condizioni di salute del detenuto Turi Vaccaro, noto per le sue posizioni pacifiste, per essere egli da diversi giorni in sciopero della fame”.

Insomma, nel condividere la campagna nazionale contro la repressione, per l’abrogazione della normativa securitaria e la per la liberazione di Nicoletta Dosio, Turi Vaccaro e degli altri militanti, il movimento dal basso palermitano vuole nello specifico territoriale esprimere solidarietà a tutti i lavoratori che subiscono azioni repressive (come nel caso della condanna penale dei 15 operai della Gesip) per aver difeso i loro diritti contro lo sfruttamento, e agli attivisti colpiti da denunce e processi a loro carico per il loro impegno a favore degli ultimi, con il rischio di subire la restrizione della propria libertà.

Categorie: Diritti Umani, Europa
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