Barrio Yungay, una ‘Casa Occupa’ con il desiderio di ‘umanizzare’ la terra

11.01.2020 - Santiago de Chile - Redacción Chile

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Barrio Yungay, una ‘Casa Occupa’ con il desiderio di ‘umanizzare’ la terra
(Foto di Helodie Fazzalari)

Helodie Fazzalari

A pochi isolati da Piazza Yungay, nel cuore di Santiago, nasce 4 anni fa un progetto all’interno di un caseggiato abbandonato. In uno spazio ormai completamente in rovina, alcuni abitanti della città, individuano un’opportunità per dar vita ad una scuola, libera dalle istituzioni e dagli orientamenti politici. Nasce così la ‘Casa Occupa’ di Barrio Yungay, che come ci racconta Sergio, un uomo di 52 anni che tutt’oggi ci abita, molto presto muta la sua idea progettuale di partenza: “Per dar vita ad una scuola libera avevamo bisogno di un posto ‘libero’, con i giusti spazi. Quando abbiamo visto questa casa ci sembrava il luogo perfetto. Tuttavia il progetto della scuola molto presto entra in crisi, ed alcuni membri vanno via, mentre altri sono rimasti a vivere”. Giorno dopo giorno, nonostante non fosse formalizzato, il progetto prende la forma di un centro culturale. E’ durante una riunione ed un momento di riflessione comune che i membri della casa realizzano per la prima volta che quello spazio non aveva nulla di centro culturale. “Non avevamo abbastanza spazio perché lo fosse”, spiega Sergio, e continua: “inoltre la gente non poteva venire qui di sua spontanea volontà a mettere in pratica la propria arte, ma aveva bisogno che fossimo noi ad invitarla. Siamo arrivati così alla conclusione che questo sarebbe stato uno spazio dove i membri stessi della casa avrebbero potuto esercitare le loro professioni e maturare la propria propensione artistica”.

Oggi a Casa Occupa di Barrio Yungay abitano sei adulti in forma permanente, un bambino e attualmente 4 ospiti del gruppo. Ognuno al suo interno si dedica ad una specifica professione e chi ci vive afferma di non far parte semplicemente di una casa occupata libera da ogni implicazione politica, ma di essere parte di una vera e propria comunità. Perché per entrare a far parte della casa è necessario un requisito fondamentale, ci spiega Sergio, la capacità, degli esseri umani che la abitano, di parlare la stesa lingua. “All’inizio la domanda che ci siamo fatti era: cosa deve avere una persona per poter partecipare a questo progetto? Ci siamo risposti che le persone per formare una comunità devono parlare la stessa lingua, sapersi fare carico delle difficoltà comuni, non puntando il dito uno verso l’altro, ma riflettendo sulle cose. Era necessario che le persone che decidevano di farne parte, avessero fatto o fossero aperte ad una esperienza di trasformazione personale. Questo era il requisito essenziale per poter comunicare con gli altri. Per potersi fare carico dei problemi che ci sono durante una convivenza c’è bisogno di persone che non solo hanno affrontato una crisi, ma che da questa crisi ne hanno ricavato un cambio profondo nella forma del proprio essere e nella loro condotta nei confronti del mondo”. Chi abita in questo luogo afferma di avere una direzione comune: quella di essere e fare concretamente qualcosa di positivo per il mondo. “E’ uno spazio di orientazione umanista, con un desiderio di umanizzare la terra. Ogni attività che svolge un componente di questa casa ha come fine quello di farlo crescere come persona e cambiarlo nel profondo”.

C’è un altro requisito importante che serve per abitare nella Casa Occupa di Barrio Yungay, e ce ne parla Lisette, una ragazza di 32 anni, alla quale la comunità oltre a regalarle un cambiamento interiore, negli ultimi anni le ha donato anche un figlio, anch’esso parte di questa famiglia. “E’ fondamentale che ogni componente della casa impari un mestiere. Fin da subito è stata istituita una giornata di lavoro che inizialmente era giovedì, poi il venerdì e adesso è il sabato. In quest’occasione tutti lavoravano alla ricostruzione dell’edificio e venivano invitati anche compagni, amici e famigliari esterni che se da un lato devono il loro contributo alla ricostruzione, dall’altro venivano con l’intenzione di apprendere un nuovo mestiere. “Qui i ragazzi conoscono mestieri inerenti alla costruzione, alle arti, all’elettricità, alla medicina. Noi non vogliamo vendere il nostro spirito al sistema capitalista. Dunque una condizione per abitarci è che ogni persona conosca un mestiere o che lo apprenda”, afferma Lisette.

Concretamente si tratta di una vera e propria famiglia, dove ognuno prepara il pranzo per gli altri a turno almeno 1 o 2 volte alla settimana, dove un giorno lo si dedica ad una riunione nella quale si pianifica, si discute delle problematiche e si valutano le richieste di chi vorrebbe entrare ad occupare diventando membro della comunità. “Se una persona vuole entrare qui deve arrivare con una proposta ben chiara. Come prima cosa gli mostriamo lo spazio e quando se ne va noi ne discutiamo. Ognuno qui ha il proprio spazio ma generalmente facciamo colazione e pranziamo insieme; ci piace cucinare per gli altri e applicarci con le nostre arti culinarie”, spiega Lisette sorridendo.

Ma qual è il cambiamento personale del quale ci hanno parlato, che li ha portati ad essere qui?

Sergio ci racconta così: “Io nella mia vita ho fatto una famiglia, ho 2 figlie che sono grandi. Ho sentito la necessità di volermi dedicare a cose che fossero ‘più sociali’ ed era questo quello che stavo cercando. Prima di venire a vivere in comunità ho vissuto nel quartiere e quando è apparsa la possibilità di poter venire qui ho pensato potesse essere un’opportunità per realizzare questa mia necessità. In questi 4 anni è passata molta gente di qua e io sento che questo posto ha aiutato molte persone oltre me. Sono venute a trovarmi le mie figlie e sento che chiunque è passato da qui ha ricevuto un’energia che rivitalizza. Sento che questo ha fatto bene alla gente che ho portato qui. Penso che la situazione politica e sociale cilena possa darci delle risposte e possa farci prendere delle decisioni che mai avremmo potuto nemmeno pensare come comunità. Sento che stiamo andando in questa direzione, che non è stata un’idea folle ma che si concretizzeranno molte cose adesso. Ovviamente questa scelta ha avuto dei costi perché la vita in una comunità è incompatibile con certe attività, però io sento che tutti i costi personali che questa scelta ha implicato sono stati più che ripagati”.

Lisette risponde così alla stessa domanda: “Io ero in una situazione di crisi, dovevo lasciare la casa di mia madre e questa poteva essere una possibilità. Oggi mi viene da ridere ma qualche anno fa per me venire qui era una forzatura, perché avrei dovuto lasciare tutte le mie cose. Mi spaventava il fatto di vivere il un posto che aveva come principio la resistenza politica. Mi convertì così in un’aspirante occupatrice, e ad oggi mi rendo conto che questo spazio mi ha dato possibilità di cambiamento molto profonde. Ero una Liz senza figli, ora ho un figlio. Una Liz che conosceva tanti mestieri ma che oggi ha un percorso specifico. Oggi più che un’aspirante mi sento parte di un progetto fondamentale, che io ho seguito per un’intuizione. Questa intuizione che è stata intensa ma non senza complicazioni, mi ha mostrato le oscurità più profonde, ma anche la parte più bella che può avere un essere umano. Questa non è una comunità consanguinea però è un processo di cambiamento pieno d’amore e si sostiene proprio grazie a questo amore e grazie al fatto che le decisioni vengono prese in comunità. Il fatto di poter parlare ed esprimersi liberamente porta ad una crescita non solo personale ma anche collettiva”.

Sergio ci spiega che quando si parla di casa occupata a Santiago la gente è abituata a pensare ad uno spazio dove c’è molta libertà, molto consumo di alcool e droga. “Per attuare la trasformazione della quale abbiamo parlato, non abbiamo bisogno del consumo di alcolici o droga. Noi siamo una casa occupata molto atipica. Questo con vuol dire che non consumiamo, ma non è il nostro scopo. La gente viene qui perché abbiamo creato uno spazio di dialogo. Nel periodo di lotta sociale è stato uno spazio dove abbiamo accolto molta gente perché qui siamo tutti fratelli. Se qualcuno fa il compleanno facciamo una piccola festa, se qualcuno vuole venire a mangiare qualcosa può farlo. Non dico che non si possa consumare alcool o droga, ma la gente che viene qui non viene per questo perché può farlo a casa propria”.

Dalle queste parole si percepisce che Casa Occupa a Barrio Yungay ha subito non solo una trasformazione esterna, in quanto è stata completamente ricostruita, ma i suoi componenti sono tutti protagonisti di un profondo cambiamento interiore, che continua giorno per giorno guidato da due componenti fondamentali: la condivisione e l’importanza del collettivo.

Categorie: Sud America, Umanesimo e Spiritualità
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