Nicola Perrone (Dire): I giornalisti devono stare dalla parte dei più deboli e indifesi

08.11.2019 - Olivier Turquet

Nicola Perrone (Dire): I giornalisti devono  stare dalla parte dei più deboli e indifesi
(Foto di Agenzia Dire)

Nicola Perrone è dalla fine del 2011 direttore dell’agenzia Dire, media partner di Pressenza. L’agenzia ha da poco compiuto 30 anni di vita. Gli abbiamo fatto qualche domanda sul mondo dell’informazione oggi.

Direttore, come procede la vita di un’agenzia stampa in questo mondo così pervaso da notizie “false e tendenziose” come si diceva una volta?

E’ una fase molto difficile per tutti i media, dai quotidiani alle pubblicazioni periodiche fino alle agenzie di stampa. La rivoluzione dei social, con il flusso continuo di ‘informazioni’ veicolate direttamente da ciascuno, e con moltissimi che per questo si sentono immediatamente giornalisti, oltre alla confusione in molti casi sta creando dei seri problemi. La crisi economica che attanaglia il sistema dei media comporta redazioni sempre più vuote di giornalisti. In certi casi i pochi rimasti devono seguire più cose e questo crea altri problemi. Perché resta poco tempo per controllare l’attendibilità, verificare le fonti. Ecco perché, nonostante tutto, per le agenzie di informazione, che vivono e stanno vicino ai fatti, è un momento di rilancio. Mi accorgo ogni giorno di più che c’è maggior richiesta di avere informazioni verificate al cento per cento, di non perder tempo dietro a news che poi si rivelano bufale, non veritiere o, peggio, costruite ad arte. I 90 giovani giornalisti della Dire (età media 36 anni, ndr) sono una formidabile squadra di videocronisti, ragionano già per immagini e riescono così a stare al passo con i tempi: anche l’informazione più importante ha bisogno, per catturare l’attenzione, di una immagine, di un video. Questa è l’ulteriore fase di innovazione che stiamo sperimentando per stare sul mercato.

Un’agenzia stampa è fonte primaria di notizie e il suo ruolo dovrebbe risiedere nell’autorevolezza dei suoi lanci; in generale questo ci pare sempre più in crisi in molte agenzie stampa nazionali ed internazionali; sei d’accordo con questa analisi?

Sono d’accordo in parte. Bisogna sempre vedere di quali realtà stiamo parlando… Vero che anche nelle agenzie si possono fare degli errori. Soprattutto perché ormai tutto viene valutato nell’arco dei secondi, e la velocità, come detto, può a volte danneggiare l’attendibilità. Ai miei giornalisti dico sempre di essere i primi, però se hanno bisogno di verificare le fonti, se non sono sicuri al cento per cento, di aspettare di esserlo. Non mettiamo news in rete basandoci sul calcolo delle probabilità. Detto questo, c’è una responsabilità professionale che va di nuovo messa in risalto. I giornalisti sono al servizio dei cittadini, non del potente di turno. Bisogna, onestamente, riportare la verità e non la propaganda di questo o quello. Sapendo che la verità non è mai neutra, fa male sempre a qualcuno. A volte anche a chi ci sta simpatico. Ecco, nei nostri corsi di formazione anche interna insistiamo molto su questi temi. I giornalisti, a livello mondiale, sono sempre nella parte bassa del gradimento da parte del pubblico. Quindi bisogna lavorare su questo e per farlo occorre coraggio.

I fondamentali del giornalismo come la verifica delle fonti, la descrittività della notizia, la copertura a 360 gradi dei fatti sembrano diventati un opcional per il giornalismo alla perenne ricerca della sensazione. E’ possibile porre freno a questo fenomeno?

“Il giornalismo perfetto non esiste… anche le giornaliste o i giornalisti sbagliano. Vero che molte volte si rincorre più quello che ‘scandalizza’ qualcuno rispetto alla notizia che interessa migliaia di soggetti. Ma questo è sempre esistito, non credo che si riuscirà mai a toglierlo del tutto. I giornalisti devono raccordarsi col mondo che vivono, stare dalla parte dei più deboli e indifesi, perché il giornalismo è sempre, lo si voglia o no, un contropotere. Serve responsabilità, oggi di più, perché anche i ‘potenti’ oggi vogliono parlare direttamente con i loro referenti, con gli elettori. E per loro, nella loro battaglia politica, è facile scadere nel sensazionalismo di parte. Qui i giornalisti devono fare attenzione e mettere argine. Perché quando si colpisce l’onore, la storia di una persona, non basta una rettifica a ritornare al punto di prima. Il danno è stato fatto.

La Dire nasce storicamente come agenzia del mondo progressista, figlia di un grande giornalista dell’Unità. Come si coniuga l’essere osservatore del mondo da un punto di vista con un servizio informativo di agenzia, tradizionalmente descrittivo? Dov’è il punto di sintesi?

Mondo progressista… a volte mi interrogo su cosa significa oggi. Possiamo dire che parlare di progresso oggi è sempre qualcosa di buono, positivo? Vero che milioni e milioni di persone oggi hanno qualche speranza in più, ma ormai i segnali che nostra madre Terra ci sta mandando parlano anche di un limite che abbiamo raggiunto e che non possiamo superare. Per quanto riguarda la nostra professione, il giornalista deve fare domande, deve dubitare e riportare sempre risposte precise e vere. All’agenzia Dire si lavora così.

I media attuali, in parte preponderante, sembrano dare scarso peso ai problemi centrali dell’Umanità come la ricerca di una pace duratura, l’eliminazione della fame, la risoluzione della povertà, la valorizzazione delle diversità culturali. L’agenzia Dire si sforza di “coprire” questi spazi: è una scelta che le viene riconosciuta?

Copriamo queste emergenze non per avere il plauso di questo o quello ma perché penso sia nostro dovere, che sia importante se vuoi fare il giornalista. E’ difficile, molte volte mi accorgo che soprattutto su questi temi domina una informazione piena di stereotipi, di frasi fatte… Bisogna riscoprire il valore delle storie legate sempre alle persone. Noi dell’agenzia Dire stiamo lavorando molto con i rappresentanti delle diaspore dell’Africa proprio per costruire un nuovo modello di informazione, che non si faccia ingabbiare dalle convenienze politiche ma che vada al cuore: vero che in Africa c’è miseria ma c’è anche una parte sempre più grande di persone che stanno creando il futuro, che si danno da fare anche nel quotidiano con piccole innovazioni che risolvono. Noi vogliamo stare anche qui, dare sempre più spazio, lasciatemi dire, alla speranza che sempre deve animare la nostra azione.

I giovani hanno messo in risalto il problema della crisi ambientale ma il tema esce spesso dagli schermi allorché non ci sono milioni di persone in piazza. Quale deve essere il ruolo dei media nel necessario cambio di paradigma sul problema della salvaguardia del pianeta?

Beh, sul tema della difesa ambientale non è più vero. Guardiamo a quello che è riuscito a combinare Greta, una ragazzina… milioni e milioni di giovani coetanei, che fino a quel momento se ne infischiavano di tutto, si sono ritrovati a riempire le piazze di tutte le più grande città del mondo. Anche se dietro Greta, come dice qualcuno, c’è l’abile mano di questo o quel marketing, per me è fondamentale e importante che si sia creata questa sensibilità di massa. Ripeto, soprattutto dei giovani, un mondo lontano dal sistema dei media tradizionali. Un fenomeno importante che va seguito e aiutato ad emergere. Da parte nostra col nostro portale Diregiovani che interagisce con um migliaio di scuole italiane teniamo su questo dibattito, invitiamo gli studenti a misurarsi con le sfide che la loro generazione si troverà ad affrontare. Non si cambia paradigma se non si parte dai ragazzi, direi dalle scuole elementari. Dobbiamo aiutare, e qui l’informazione intelligente può servire, i nostri ragazzi a ragionare su quello che li aspetta, a chiedergli di mobilitarsi perché se non ci sarà questa mobilitazione di massa a livello mondiale difficilmente si riuscirà a imporre un modello di economia sostenibile. Sono sfide gigantesche, ma anche qui io ho fiducia. Questi giovani, checchè se ne dica, hanno grandi capacità, possono fare molto meglio di noi.

Categorie: Cultura e Media, Europa, Internazionale, Interviste
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