Le Comunità ebraiche esigono il bavaglio

09.10.2019 - Patrizia Cecconi

Le Comunità ebraiche esigono il bavaglio
(Foto di https://www.facebook.com/events/683783018769693/)

La paura mangia l’anima. Era il titolo di un vecchio bel film di Fassbinder, ma è un diffuso atteggiamento che da diversi anni sta connotando le Comunità ebraiche in varie città  italiane. Ma paura di che? Impressionante scoprirlo:  semplicemente paura della verità  su Israele.

Ma gli ebrei italiani sono italiani di religione ebraica o sono israeliani con passaporto italiano che usano la religione come fosse una nazionalità? Non è una domanda oziosa visto il concetto, più volte ribadito, di Israele come Stato ebraico di tutti gli ebrei del mondo, benché non tutti gli ebrei del mondo riconoscano Israele o si riconoscano in Israele.

L’ultimo caso di intromissione riguarda la lettera di rimprovero intimidatorio al Rettore dell’Università Statale di Milano, accusato di mancato rispetto  verso gli “ebrei tutti” per aver accettato la richiesta di una conferenza informativa sulla situazione palestinese nei locali universitari.

Parlare di Palestina tira necessariamente in ballo le sistematiche violazioni israeliane e quindi la Comunità ebraica, sentendosi  evidentemente israeliana, teme che la verità si diffonda. Ergo,  è la verità che offende  i supporter italiani di Israele i quali, in nome non certo del Diritto, ma della religione, si riconoscono suoi cittadini a distanza e, in base al loro oggettivo potere, impongono il silenzio alle istituzioni italiane.

Senza pudore, come avviene quando la paura mangia l’anima, la Comunità ebraica milanese, infatti, dichiara di sentire come una vera e propria ingiuria il fatto che l’incontro  in questione si  sarebbe svolto  in un giorno  coincidente con una festa ebraica celebrata in Israele! E allora? Dov’è il problema? È chiaramente una scusa strumentale perché  nessuno è  obbligato a conoscere le festività  religiose di ebrei o di altre comunità che non sono nel calendario della Repubblica italiana, perciò questo considerare offensivo il fatto  che l’Università  di Milano ospiti una conferenza informativa in un giorno festivo in Israele, ma normalmente feriale in Italia, avrebbe quanto meno  dell’assurdo se fosse detto dall’ometto della strada. Ha invece dell’arrogante intrusione e intimidazione se detto da chi ha conoscenza delle norme civiche e giuridiche e quindi diventa realmente  una preoccupante intrusione.

Vogliamo sperare che sia stata solo la paura di una vergognosa verità a muovere la penna della comunità  ebraica e non il tentativo di imporre il proprio diktat (come già  fatto a Roma, a Padova e in altre città) su una libera e laica Università  italiana.

Comunque, il Consiglio della Facoltà in cui doveva svolgersi l’evento si è espresso accettando l’imposizione della Comunità ebraica e dichiarando che essendo la festa del Kippur la conferenza non si può fare. Non è la battuta di spirito di una commediola popolare, è la realtà. Una realtà che confonde  un’università laica con un luogo di culto, e trasforma i docenti da dignitosi trasmettitori di sapere a umili sudditi di un’imposizione sionista che si serve della religione per imporre il bavaglio su ciò che è sgradito a Israele.

Per completezza d’informazione precisiamo ai nostri lettori che l’oratore della conferenza  “Parliamo di Palestina” è Miko Peled,  medico, figlio di un  generale israeliano e convinto assertore della necessità di raggiungere una pace giusta nel martoriato Medio Oriente.  Ma Miko Peled critica Israele e ne denuncia i crimini e siccome,  diversamente dalla Comunità ebraica  di Milano, è un ebreo che non ha paura della verità e crede che solo raccontandola si possa aiutare Israele a non precipitare ancora più in fondo nel baratro della criminale barbarie in cui sta affondando,  la Comunità ebraica milanese vuole che venga tacitato e chiede al rettore Franzini e al Consiglio di Facoltà di occuparsi loro del bavaglio.

Se la Comunità ebraica di Milano avesse meno paura e maggior rispetto del diritto e della verità, non cadrebbe così in basso e si porrebbe in civile contraddittorio con coloro che, con spregio, nella sua lettera al rettore definisce “elementi e sigle propal” e non si permetterebbe di chiedere  al rettore di una liberà Università  “di intervenire, nel suo ruolo di Rettore, annullando tale evento”.

L’associazione studentesca che ha organizzato l’iniziativa ha comunque risposto alla lettera di annullamento del Consiglio di Facoltà dicendo che l’incontro di oggi, 9 ottobre, si sarebbe tenuto lo stesso, in altri locali probabilmente, rimarcando che la paura mangia l’anima solo a chi ha verità da nascondere e non a chi punta sulla verità per arrivare a un discorso di giusta soluzione di un’ingiustizia quasi secolare.

Categorie: Diritti Umani, Europa, Medio Oriente, Opinioni
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