Il processo politico contro Lucano e Riace continua a Locri, e noi continuiamo il nostro monitoraggio di cittadinanza delle due udienze di ottobre, l’8 e il 16. È proseguita la deposizione del colonnello della Guardia di Finanza Sportelli, che da tre udienze ormai esamina l’informativa stesa su richiesta della Procura. Via via che si addentra in questo esame, il processo diventa apparentemente sempre più tecnico. Rendiconti, contabilità, scontrini, fatture: da osservatori, ci si perde un po’ fra tutti questi numeri, e diventa lungo e forse anche un po’ noioso riportarli nel dettaglio. Però vogliamo anche informare su quanto si discute, e non solo dare nostre valutazioni; cercheremo perciò di raggruppare un po’ i temi e di indicare sinteticamente gli argomenti specifici cui si è ricorso per sostenerli.

Nell’udienza dell’8 ottobre, il colonnello Sportelli vuole innanzitutto dimostrare che Lucano sarebbe di fatto il capo indiscusso dell’associazione Città Futura, dietro la copertura del presidente Antonio Capone. Argomenta questa ipotesi portando esempi di decisioni in cui Lucano interverrebbe sul personale assunto dall’associazione (una volta li avrebbe inviati a pulire le spiagge, un’altra ad aprire i laboratori rimasti chiusi, o ancora avrebbe suggerito di licenziare qualcuno), o sull’uso delle case gestite dall’associazione (farebbe dormire gli ospiti delle iniziative culturali o della fiction RAI in case iscritte ai progetti di accoglienza di Città Futura), o altro ancora. Questi episodi vengono raccontati a partire da documenti (fatture, scontrini fiscali, ecc.), nessuno dei quali fornisce prove certe dell’episodio stesso. Per provare l’esistenza di un reato, il teste deve riferirsi continuamente alle intercettazioni (durate un anno, da fine giugno 2017 a maggio 2018) in cui Lucano farebbe una serie di affermazioni, di cui però non c’è prova che siano poi state messe in pratica.

Dimostrare il ruolo apicale di Lucano in Città Futura serve al teste per fondare l’idea che sarebbe il primo responsabile di quanto avviene nell’associazione, che spesso sarebbe lui ad avviare il processo di distrazione dei fondi dell’accoglienza, che sarebbe pienamente consapevole di irregolarità, ammanchi e distrazioni, che avrebbe omesso di controllare e denunciare per corresponsabilità. Verrebbe ad esempio a conoscenza di una distrazione messa in atto da Capone per acquistare mobili per uso personale, ne parla in macchina, ma non avvierebbe nessuna denuncia. Il colonnello Sportelli però non può provare né l’effettiva destinazione di questi mobili, né altri presunti illeciti.

Proprio per il carattere interpretativo di queste descrizioni, che rappresentano un’attività di distrazione fondi ma non presentano nessuna prova certa dell’effettiva destinazione finale, diventa importante il controesame da parte degli avvocati difensori. Su ogni punto viene chiesta la prova e, messo alle strette, il teste deve ammettere di non averla. Ma soprattutto gli avvocati sollevano una domanda per noi cruciale: perché tutte queste attività avviate a Riace, servizi, laboratori, spettacoli, turismo, non possono essere considerate come attività finalizzate all’integrazione e vengono trattate invece come distrazioni? Il teste risponde che potrebbero anche far parte del programma, ma a condizione di farne prima richiesta.

Il secondo punto che Sportelli vuole dimostrare è che, se non ha un interesse economico, Mimmo Lucano è mosso da un interesse politico. É perfettamente consapevole che i laboratori sono chiusi, che le associazioni fanno soldi indebitamente, che ci sono molte irregolarità, ma non denuncia nulla, perché si preoccupa di non perdere i voti collegati alle varie associazioni. Cita i voti dei Tornese, di Riace accoglie, di Girasole. Il Presidente chiede se non sia vittima di pressioni, ma Sportelli ripete che Lucano cerca un vantaggio elettorale, in relazione alle politiche del marzo 2018; in un’intercettazione lo si sente parlare con il fratello, a cui dice di volersi presentare alle elezioni. Al Presidente che gli chiede se si sia poi presentato, il teste deve rispondere di no. Il Presidente si chiede di nuovo se qualcuno non potrebbe aver approfittato della sua debolezza e ribadisce che bisogna portare elementi fattuali per capire le responsabilità soggettive, se si tratti di un accordo fra vari soggetti, oppure di un’azione unilaterale su un soggetto vulnerabile che avrebbe perso le redini della situazione. Seguono domande puntuali sulla posizione di altri imputati per verificare l’eventuale reato associativo, ma il teste risponde che nessun altro è coinvolto, a parte Lucano, la segretaria Cosimina Ierinò e Antonio Capone, presidente di Città Futura. In conclusione, il Presidente fa di nuovo notare che le responsabilità soggettive non sono chiare.

L’udienza del 16 ottobre si apre con il Presidente Accurso che ribadisce di nuovo le sue richieste di maggior chiarezza e precisione. Non si può trattare l’eventuale distrazione di fondi in un unico calderone; poiché CAS e Sprar hanno modalità differenti di rendicontazione e finanziamento, dal punto di vista penale si possono configurare reati diversi. Fino a luglio 2016, il CAS non richiede documentazione, ma rimborsa un tanto a persona in modo forfettario; questo esclude un interesse a falsificare la documentazione. Il colonnello Sportelli sostiene che in effetti sono stati imputati reati solo dal secondo semestre 2016, quando il CAS cambia regime: la somma pro capite diventa ora un tetto massimo e vanno quindi documentate le spese effettive. Il Presidente chiede come vengano calcolate eccedenze e destinazioni improprie. Dalle intercettazioni, risponde Sportelli; se, come dice Lucano intercettato, a Riace si spendono solo 10€ a testa, ma si rendicontano lo stesso 35€, dove va a finire la differenza? Accurso insiste: ma esiste una destinazione obbligata delle eccedenze? L’accusa risponde di no; avanza però l’ipotesi che i servizi per il CAS vengano realizzati parzialmente in nero e per il resto le fatture vengano usate per le giustificazioni dello Sprar.

A questo punto si apre un lungo capitolo sulle spese. Gli acquisti per un pranzo in occasione della visita a Riace del ministro greco dell’immigrazione e di personale OIM, stando a quanto l’accusa deduce dalle intercettazioni, sarebbero stati contabilizzati come spese per i Minori Non Accompagnati, come del resto le spese fatte per un pranzo per 50 turisti americani, che però viene poi annullato. Le spese per il carburante nel progetto Sprar di Città Futura risulterebbero eccessive ed illogiche, per quanto documentate da schede carburante timbrate dal rivenditore; l’ipotesi è che anche qui si coprano spese fittizie. Ed infine il capitolo dei bonus che, dice l’accusa, vengono effettivamente dati ai beneficiari, ma quando si va a rendicontare gli assegni di copertura delle relative spese non sarebbero sufficienti, come risulta da una conversazione intercettata fra Lucano e la segretaria.

Fin qui l’informazione. Non sta certo a noi smontare le ipotesi di reato che il teste dell’accusa propone attraverso l’esame dell’informativa. Il nostro compito, da semplici cittadini osservatori, è piuttosto quello di far emergere da queste udienze degli elementi di valutazione del processo politico in corso. Diciamo subito che l’ossatura dell’informativa della GdF appare sempre di più costituita dai contenuti delle intercettazioni. Ha un bel dire il Presidente che le intercettazioni non possono essere trattate come prove, ma solo per consentire il riconoscimento dei soggetti coinvolti. In realtà il colonnello Sportelli legge citazioni su citazioni, che interpreta in modo da dare un senso alla documentazione di cui dispone visto che, come deve lui stesso riconoscere, da soli i documenti non forniscono prove certe, né sulle distrazioni, né sulle destinazioni finali dei fondi. In quanto non addetti ai lavori, non vogliamo certo addentrarci in un discorso tecnico sulle intercettazioni; però non possiamo nemmeno evitare di osservare che molto spesso le frasi citate rivelano indirettamente una sincera preoccupazione da parte di Lucano di non sprecare neanche un centesimo dei fondi pubblici destinati ai rifugiati e di non consentire nessun utilizzo di questi fondi per finalità estranee all’accoglienza e integrazione. Sportelli interpreta questa preoccupazione come la consapevolezza di Lucano che quest’uso improprio avviene, ma solo perché considera “improprie” molte delle attività create a Riace per l’integrazione, ancorché debba ammettere che il problema sta nel non averne fatto prima richiesta – dunque sarebbero ammissibili.

Ma le intercettazioni hanno altre fragilità, oltre a un’interpretazione non univoca. Non dicono se, dopo aver affermato qualcosa, lo si è effettivamente messo in pratica. Sennò diventa un processo alle intenzioni! Come nel caso della conversazione intercettata fra Lucano e suo fratello, che addirittura fonda l’ipotesi dell’accusa di perseguire un vantaggio politico, che come abbiamo visto costituirebbe il movente dei reati contestati. A quanti di noi può succedere di parlare in libertà di progetti, di sogni o anche solo di intenzioni, che poi lasciamo cadere? Lucano parla a suo fratello dell’idea di candidarsi alle elezioni politiche del 2018 e di pressioni che gli vengono fatte perché si presenti, ma poi non si candida; checché ne abbia pensato e detto in quella telefonata, quella via non l’ha perseguita. Né peraltro avrebbe più potuto candidarsi a sindaco di Riace, essendo già in corso il suo terzo mandato. Resterebbe ancora tutto da dimostrare che preoccuparsi di raccogliere voti dalla cittadinanza sia un reato e non invece una normale aspettativa di un sindaco, o di un candidato. Ma qua semplicemente il movente politico non c’è, perché Lucano non si candida al Parlamento, né potrà ricandidarsi a sindaco. E allora se non c’è il movente politico, non c’è il movente tout court, visto che quello economico è sistematicamente escluso dall’accusa stessa.

Se riprendiamo allora il filo delle nostre valutazioni, vediamo che anche in queste sedute a carattere più tecnico si sta giocando sempre la stessa partita. Abbiamo visto che a Riace con i fondi dell’accoglienza ci si fa carico anche di “soggetti diversi da quelli ammessi all’accoglienza”, o perché sono più numerosi del previsto, o perché restano più a lungo (i famosi lungo permanenti). Questi soggetti in più non sono in competizione con i diritti di altri soggetti “ammessi”, in quanto è stato più volte confermato che il Comune di Riace non ha mai rifiutato nessun rifugiato, che gli fosse inviato dalla Prefettura o dal Ministero. Se si sono accolte più persone, per motivi ideali di umanità e di accoglienza, come ammette la stessa accusa, è grazie a fondi “risparmiati” rispetto a quanto il Comune riceveva, vuoi per economia di scala, vuoi perché a Riace tutto veniva speso per i rifugiati, proprio il contrario del business dell’accoglienza. Solo che non si spendeva solo per accogliere, ma anche per integrare, creando opportunità di integrazione anche lavorativa, in un contesto socio-economico in cui le opportunità di lavoro te le devi inventare, rifugiato o autoctono che tu sia. I risparmi allora vengono investiti in sviluppo locale e servizi, a vantaggio di rifugiati e riacesi: nascono così restauri, bonifiche, servizi, laboratori, fattoria didattica, frantoio sociale, turismo solidale, iniziative culturali, spettacoli. Che però ora vengono tutti trattati come “distrazioni” dalle finalità di integrazione, sebbene la stessa accusa debba riconoscere che si poteva anche fare, ma a condizione di fare prima domanda. Ma non aver fatto domanda come si doveva può prefigurare davvero un reato penale, o ricade di nuovo nell’ambito di irregolarità amministrative? Basta questo per sostenere che c’è stato dolo?

Insomma, a Riace per motivi ideali da sempre si accolgono soggetti diversi e si mettono in piedi attività diverse. Improvvisamente, con questo processo, la diversità di Riace e dell’integrazione che vi si persegue viene presentata come un reato. Prendiamo l’esempio del frantoio sociale, che era stato messo sotto sequestro; proprio in questi giorni, grazie alla Fondazione “È stato il vento” che ne ha assunto i costi di attivazione, è entrato in funzione e sta producendo l’olio extravergine biologico. Una ventina di persone lavorano alla raccolta delle olive, con contratti regolari come ormai non succede più neanche in Toscana. E l’olio che vi si produce produrrà reddito e quindi altre opportunità. Il frantoio sociale finalmente all’opera è la dimostrazione concreta dell’integrazione secondo il modello Riace. Ci aiuta a vedere meglio che, se un interesse politico ha animato l’esperienza Riace, è stato l’idea di costruire un mondo, una comunità solidale dove i rifugiati non sono ospiti, ma lavorano insieme ai riacesi per costruire un futuro migliore per tutti.

Dicevamo che l’esperienza di Riace, proprio per la sua “diversità”, mette in evidenza delle carenze di sistema nell’organizzazione dell’accoglienza in Italia. La solidarietà alla Lucano ha voluto dire un’azione pubblica che si è prefissa di andare oltre quelle carenze e per questo ha anche sfidato il potere della legge, richiamandolo al principio superiore del rispetto dei diritti delle persone. Forse non ha rispettato tutte le regole, ma perché ha cercato di avvicinare la legge alla solidarietà costituzionale!

Link agli articoli precedenti:

https://www.pressenza.com/it/2019/06/che-cosa-succede-al-processo-contro-mimmo-lucano/

https://www.pressenza.com/it/2019/07/che-cosa-succede-al-processo-contro-mimmo-lucano-le-due-udienze-di-luglio/

https://www.pressenza.com/it/2019/09/che-cosa-succede-al-processo-contro-mimmo-lucano-le-udienze-di-settembre/