Fare il volontario a Samos, un’iniezione di speranza

06.09.2019 - Anna Polo

Fare il volontario a Samos, un’iniezione di speranza
(Foto di Giacomo Negri)

Giacomo Negri, giovane attivista di Milano, ha appena passato 18 giorni come volontario dell’associazione Refugee 4 Refugees nell’isola greca di Samos. In questa intervista ci racconta la sua esperienza.

Che cosa ti ha spinto a partire per Samos questo agosto?

In realtà questa non è la mia prima esperienza di volontariato con i rifugiati. Tre anni fa sono stato ad Atene e l’anno scorso a Ventimiglia. In aprile sono andato alla presentazione del libro “Cercavo la fine del mare” di Martina Castigliani, una raccolta di storie di migranti raccontata attraverso i disegni dei bambini e ho deciso: “Vado!”

Sono convinto che se vogliamo ricostruire un mondo distrutto dobbiamo farlo innanzitutto con le persone che fuggono dai loro paesi per la guerra, i disastri ambientali e la miseria. Aiutare persone a cui è stata chiusa la porta in faccia è un modo per contribuire mettendo un piccolo mattone in questa ricostruzione, un modo per dare ad altri le stesse opportunità che noi “fortunati” occidentali abbiamo avuto.

Così mi sono unito all’associazione Refugee4Refugees, fondata da un siriano che ha ottenuto l’asilo in Germania e poi è tornato in Grecia per aiutare altri profughi come lui. I volontari sono in maggioranza europei, giovanissimi (a 31 anni ero il più vecchio, tutti gli altri avevano tra i 19 e i 25 anni) e con un’enorme presenza femminile. Basti pensare che le tre coordinatrici dell’associazione sono ragazze sui 25 anni che vengono dall’Olanda, dalla Francia e dall’Italia. Ci sono però anche volontari tra gli stessi rifugiati e il loro contributo per esempio nelle traduzioni è fondamentale.

Che situazione hai trovato?

Molto pesante. Questo agosto ha segnato un picco di arrivi simile a quello del 2015 e il sistema di accoglienza non è assolutamente preparato a farvi fronte. Ieri si è registrato un numero totale di 5.664 persone “intrappolate” nell’isola. Il campo “ufficiale” ha 650 posti e ora ospita 1.500-2.000 persone. Questo significa che container destinati a 8 occupanti ora ne hanno 20-25. Qui almeno c’è un bagno, mentre chi sta fuori dal campo (almeno 3.500 persone) è costretto ad arrangiarsi in tende e ripari di fortuna, senza luce, acqua corrente, bagni e raccolta dei rifiuti. Non c’è alcun servizio pubblico e le istituzioni e la polizia hanno un atteggiamento di chiusura, se non intimidatorio anche nei confronti dei volontari. Da gennaio l’associazione Movement on the ground ha organizzato la raccolta dei rifiuti coinvolgendo anche i rifugiati e distribuendo bidoni per la spazzatura e almeno è riuscita a ottenere che il servizio pubblico venga a prenderli una volta raccolti. In una parte della “giungla” (l’accampamento al di fuori dell’hotspot) sono state costruite delle simil-docce, ma in generale le condizioni sono terribili: ore di coda per i pasti e le docce, solo una bottiglia d’acqua a testa con i 40 gradi di agosto. Credo che sia una scelta voluta, disumana e inefficace, simile alla logica applicata nel soccorso in mare: se i rifugiati vengono trattati bene scatta il “pull factor”, il fattore di attrazione, quindi meglio lasciarli in condizioni tremende, così magari quando sentono altri a casa gli consigliano di non partire. Tanto sappiamo benissimo che la gente parte lo stesso, perché un accampamento schifoso e pieno di topi è pur sempre meglio delle bombe, della siccità e della miseria.  Una logica del genere produce solo rabbia e disperazione, unite all’incertezza per il futuro, visti i tempi lunghissimi per l’esame delle domande di asilo e di protezione umanitaria.

Che cosa hai fatto a Samos? 

Ci siamo organizzati con tre attività principali, divise in due turni, uno al mattino e uno al pomeriggio. I giochi con i bambini, utilizzando un terreno tutto sabbia e sassi affittato a caro prezzo da un privato, in cui è stato possibile costruire solo una struttura coperta fissa di 40 mq, lasciando il resto al sole, la distribuzione di vestiti e materiale da campeggio (frutto di donazioni e di crowdfunding) e il magazzino, dove si tengono le scorte di cibo e vestiario. Negli spazi comuni si fanno anche partite di calcio e si organizza un cinema serale.

C’è qualche episodio che ti ha particolarmente colpito? 

Sì, due. Avevamo la possibilità di distribuire solo un materassino da campeggio a famiglia. Un uomo mediorientale, con la moglie incinta, mi ha chiesto se non potevano averne due e ho dovuto dirgli che non era possibile. Lui mi ha ringraziato lo stesso e io ho provato disagio e vergogna, soprattutto quando, mettendoci a parlare, gli ho raccontato che diversi nostri amici avevano avuto un bambino di recente. A quel punto lui mi ha chiesto: “Anche le loro mogli dormivano su un materassino?” Non era un rimprovero, ma mi sono sentito male lo stesso. L’altro episodio riguarda un bambino irakeno, che dopo aver parlato un po’ mi ha domandato: “Tu poi torni a casa?” Gli ho risposto di sì, che dovevo lavorare. Allora lui ha chiesto: “Prendi l’aereo?”. Io ho pensato al viaggio terribile che deve aver affrontato e all’ingiustizia per cui noi possiamo muoverci liberamente per il mondo e loro no.

A Samos sono presenti anche altre associazioni?

Sì e devo dire che c’è stata una buona collaborazione tra di noi. Posso citare Med’EqualiTeam, che fornisce assistenza medica eseguendo fino a cento visite ambulatoriali al giorno in uno spazio fuori dal campo, Samos Volunteers, che offre spazi sicuri a uomini e donne, attività ricreative per adulti e bambini e servizi di lavanderia, Baobab Community Center, che ha allestito uno spazio docce e uno dove si cucinano insieme i pasti e ha il progetto di allestire una palestra per bambini e ragazzi, We Are One, che offre alle donne uno spazio in cui incontrarsi, leggere, seguire corsi di yoga, danza e respirazione, Still I Rise, che organizza corsi per minori, Banana House, un centro costituito da 3 aule, una cucina, docce e un grande giardino, dove si tengono corsi in inglese e greco e attività ricreative, Movement on the ground, di cui ho già parlato e Humanity Wings, un’associazione di Barcellona che ogni anno sceglie un progetto da appoggiare e quest’anno sta lavorando a Samos. In tutto 60/70 persone, in maggioranza europei, ma anche indiani, americani e canadesi.

Come reagiscono gli abitanti di Samos alla presenza di tanti rifugiati?

Stiamo parlando di oltre 5.000 rifugiati su una popolazione totale di 12.000 persone, dunque non bisogna stupirsi se l’insofferenza e il rigetto stanno aumentando, anche perché il turismo ne ha risentito. Gli effetti si sentono soprattutto nelle vicinanze del campo, mentre nel resto dell’isola parecchi si comportano come se niente fosse. Ci sono però anche persone solidali, che ogni settimana portano valigie di vestiti per i rifugiati.

Che cosa ti porti a casa da questa esperienza?

Una grande speranza nella possibilità di un cambiamento sociale che parta dai giovani. A Samos ho conosciuto ragazzi sensibili (soprattutto al tema ambientale), attivi e informati. Riguardo ai rifugiati, devo dire senza retorica che hanno dato molto più loro a me che viceversa.

Categorie: Interviste, Migranti
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