Anche l’Africa brucia. Forse più dell’Amazzonia

27.08.2019 - Angelo Ferrari

Anche l’Africa brucia. Forse più dell’Amazzonia
(Foto di agenzia Dire)

La foresta pluviale del continente nero è il secondo polmone verde del pianeta ed è altrettanto a rischio. Il cambiamento climatico è solo parte del problema. Senza una modernizzazione dell’agricoltura la pratica del “taglia e brucia” non potrà essere fermata.

Cambiamenti climatici, questioni economiche, povertà e sopravvivenza sono le concause delle migliaia di incendi che stanno soffocando l’Africa centrale. Forse più numerosi di quelli che stanno mettendo a rischio l’Amazzonia. Qui, in Congo e Angola, stando andando a fuoco le savane, ma anche parte della foresta pluviale, il secondo polmone verde del pianeta.

La pratica dell’incendio delle savane, detta “taglia e brucia”, non è nuova per il continente africano. È diffusa nella maggior parte degli stati africani, in particolare in quelli meno sviluppati. Per contadini e pastori è un mezzo pratico, diffuso e che ha radici lontane. Per così dire, un sistema ancestrale di gestione della terra. La Costa d’Avorio ne è un esempio. Tutta la parte centrale, boschiva, è stata distrutta proprio da questa pratica per avere terre coltivabili.

I cambiamenti climatici, tuttavia, hanno reso questa pratica ancora più diffusa, proprio per il venir meno delle terre coltivabili e fertili, o utilizzabili per i pascoli. Fattore, questo, che nel Sahel ha scatenato e scatena conflitti per lo sfruttamento della poca terra che rimane.

Quando il cambiamento climatico nasconde la crisi sociale

In alcuni paesi, poi, la siccità prodotta dai cambiamenti climatici, diventa una fantastica opportunità, una comoda narrativa, una storia politically correct, per nascondere le vere crisi. Il Kenya è un esempio significativo. Nel paese è in corso una profondissima trasformazione sociale, con ricche e potenti élite urbane che colpiscono l’integrità del tessuto delle comunità locali, che vengono via via espropriate delle proprie tradizioni e pratiche pastorizie, comunità che vengono trasformate in proletariato rurale al servizio e la soldo dei potenti locali.

La siccità, proprio per questo abbandono progressivo delle tradizioni, ha trovato impreparate le comunità locali che, tuttavia, nei decenni erano riuscite ad adattarsi ai cicli siccitosi. Ma, soprattutto, queste comunità sono finite nelle mani di voraci e ricchissimi politici e “Tycoon” urbani che comprano le terre e le loro mandrie come investimento e, spesso, come mezzo di riciclaggio di denaro frutto della corruzione. Con i pastori sempre meno pastori e le comunità sempre meno comunità, il nuovo “proletariato rurale” – sempre più numeroso e povero, fatto sempre più di giovani – può essere, ed è, facilmente arruolabile per il controllo e la difesa delle mandrie.

Giovani ben armati che, allo scopo, possono costituire milizie da impiegare, non solo nella difesa delle proprietà e delle mandrie, ma come vere e proprio milizie al soldo dei politici, pronte a intervenire nei periodi elettorali. La siccità e i cambiamenti climatici amplificano queste crisi e aiutano a fornire una narrativa emergenziale fantastica.

L’arretratezza dell’agricoltura

Nell’Africa centrale, invece, le terre che bruciano sono il pardigma di un mancato sviluppo. In molti stati le terre coltivate sono una percentuale minima rispetto a quelle a disposizione. Nella Repubblica del Congo, solo per fare un esempio, solo il 4% della terra coltivabile è sfruttata per pratiche agricole. E questo è un fattore destabilizzante per i paesi africani. La sicurezza alimentare è lontana dall’essere garantita. E qui non è solo una questione di cambiamenti climatici: è, piuttosto, una questione legata allo sviluppo e alla mancanza di investimenti da parte dello stato sull’agricoltura e sull’industria di trasformazione.

L’agricoltura, per molti paesi africani, rimane legata alla sussistenza. La scarsità di mezzi e investimenti fa sì che i contadini si affidino a pratiche ancestrali, che un tempo erano sostenibili e ora rischiano di contribuire in maniera sostanziale al disastro climatico. Non è possibile, in queste aere del continente, prescindere da un armonico sviluppo agricolo e zootecnico e la sostenibilità ambientale. In queste aere, tuttavia, per i contadini rimane più economico bruciare.

I mezzi meccanici sono scarsi se non assenti.  Quando si va nei campi, in Africa – negli stati che oggi sono oggetto di allarme, Congo e Angola – la scena è sempre quella: al mattino file interminabili di uomini e donne, soprattutto donne, lasciano i villaggi per andare a zappare la terra, armati di un solo strumento: una zappetta. Le donne soprattutto. E le vedi con il loro bambino legato sulla schiena, piegate per rassodare la terra, sotto il sole cocente. Così tutto il giorno e tutti i giorni. E alla sera la migrazione riprende al contrario. La ripulitura dei campi è affidata al fuoco, la cenere li rende fertili. È così ogni anno prima che arrivi la stagione delle piogge.

La foto satellitare dell’Africa centrale che brucia è un pugno nello stomaco. Ma tra poco la stagione secca sarà terminata per fare spazio a quella delle piogge. Siamo sotto la linea dell’Equatore e le stagioni si invertono. E allora a chi non ha mezzi non rimane altro che bruciare per sopravvivere. Una contraddizione incomprensibile che può avere un’unica soluzione: sviluppo agricolo sostenibile che affranchi la stragrande maggioranza della popolazione di queste regioni del continente africano da un’agricoltura di sussistenza. Stiamo parlando dell’80 per cento della popolazione, quella che, ancora, vive sotto la soglia della povertà.

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Categorie: Africa, Ecologia ed Ambiente, Opinioni
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