Le nostre prigioni

31.07.2019 - Annalaura Erroi

Le nostre prigioni
(Foto di Annalaura Erroi)

Perennemente a caccia di spunti di speranza ho la fortuna di imbattermi in un’intervista fatta a Roberto Macchia, un artigiano ex rapinatore di banche che narra come sia arrivato al carcere e che esperienza (tremenda e violenta) sia stata. La sua reazione a questa esperienza è quella di scrivere un libro: Immigrato di periferia, “invece di indossare un gilet giallo”. Una scelta non violenta, di speranza.

Il libro, pubblicato dalla neonata e coraggiosa casa editrice Calamaro Edizioni, scritto con un amalgama curato di parole (Roberto è uno scrittore nato) è avvincente come un giallo, a tratti, estremamente violento. L’intervista che segue è nata da umana curiosità per una realtà ignota a molti.

Cosa è il suo romanzo? una confessione, una denuncia o un atto liberatorio?

E’nato come denuncia, ma è diventata una liberazione, mi ha permesso di ordinare gli eventi e di stemperare la tensione e la rabbia, che mi perseguita e ho ancora adesso.

Fa più male la violenza fisica o la psicologica?

Da quella fisica si guarisce, di quella psicologica restano sempre delle tracce.

Lei ha scritto che in carcere si scopre quello che si è; per le proprie o le altrui reazioni?

Ti ritrovi a convivere con altre persone in un mondo ristretto dove le regole sociali alle quali sei abituato, non esistono più e quindi prevale l’istinto e la forza. Inevitabilmente chi è più forte e aggressivo, sia dal punto di vista fisico che psicologico, è quello che ha la meglio.

Cosa l’ha salvata?

La lettura, che ti fa evadere, e la famiglia che ti dà speranza.

Quale ruolo hanno le relazioni esterne, come la famiglia?

Sono importantissime perché vengono dall’esterno e ti danno speranza di un rapporto con il futuro. Tutte sono fondamentali, l’avvocato, i volontari e le guardie, che fanno solo la guardia ma potrebbero fare altro. Non dovrebbero solo controllare, ma dovrebbero poter lavorare sul territorio in condizioni e situazioni diverse. Il loro bisogno di sopravvivere a quel lavoro e il bisogno del detenuto a sopravvivere alla carcerazione sono due bisogni che potrebbero far nascere una risorsa sul territorio, fuori dal carcere.

La cosa più importante che ha imparato in carcere?

Sopravvivere a me stesso e agli altri.

La cosa che più lo ha spiazzato, che non si aspettava?

La capacità di adeguarmi al contesto, di recitare una parte per sopravvivere all’esistenza. La mia forza di sopravvivenza.

Leggi e realtà

Secondo l’art. 27 della nostra Costituzione “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Ma la realtà carceraria è tutt’altro, è dolore, disagio e disperazione: ci sono suicidi sia tra i carcerati che tra i carcerieri. Così scrive Roberto “se commetti un reato come criminale incallito o come ladro di polli, entri nel girone totomorti. Fai parte della media di detenuti  che ogni 7,7 ore tenta di togliersi la vita e dei 67 suicidi andati a buon fine (dati del 2018).

Sarai  tra i disperati ai quali verrà impedito dagli agenti di commettere azioni di autolesionismo, circa una ogni ora, o sarai tra quelli che ci riescono tagliandosi il corpo, ingoiando pile, lamette o detersivi. Per una boccata d’aria fuori da quell’inferno farai di tutto, urinerai sul cibo e berrai l’urina macerata, con la speranza di beccarti l’epatite. Per stordirti snifferai il gas delle bombolette o ti imbottirai di psicofarmaci fino a intossicarti. Vedrai gli agenti che ti custodiscono quotidianamente in nome dello stato, con l’umanità della quale sono capaci, suicidarsi a una media di uno ogni 64 giorni ( dati 2000- 2019), anche loro disarmati davanti a tanta macelleria” (https://www.poliziapenitenziaria.it/e-meglio-essere-carcerato-che-lavorare-come-agente/),(http://www.ristretti.it/areestudio/disagio/ricerca/).

“Prevenire i suicidi non è mai semplice” sottolinea il presidente di Antigone Patrizio Gonnella. ” Bisogna intervenire sul miglioramento della qualità della vita. Per questo abbiamo predisposto una proposta di legge con tre obiettivi precisi. Il primo è quello di aumentare il numero delle telefonate a disposizione dei reclusi. Telefonare ad un proprio famigliare in un momento di sconforto può essere un aiuto importante per prevenire istinti suicidi. Il secondo punto è quello di garantire dei rapporti intimi tra il detenuto e il suo partner. Il terzo, infine, quello di ridurre al minimo l’istituto dell’isolamento. Spesso è proprio in queste sezioni che avvengono i suicidi. La proposta è a disposizione dei parlamentari e ci auguriamo – conclude Gonnella – che qualcuno voglia farla propria, promuovendo così una discussione seria in Parlamento su questi temi”.

Per provare a capire cosa sia il carcere riporto alcuni dati. Lo spazio a cui ogni detenuto ha diritto è minore di quello che hanno i maiali di allevamento: I recinti, la cui superficie libera al suolo deve essere di almeno mq 6 per ciascun suino adulto, devono permettere all’animale di girarsi e di avere contatto uditivo, olfattivo e visivo con altri suini (Procedure per il controllo del benessere animale. Applicazione del D.Lgs 20 febbraio 2004 n.53). Sei metri quadri per i suini, tre per gli umani.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, con la sentenza Torreggiani” del 2014, ha condannato l’Italia per lo stato di sovraffollamento sistemico delle carceri, il più alto nell’Unione europea. La sentenza ha infatti confermato che 3 mq sono la superficie minima da garantire ad ogni detenuto in cella collettiva. Se i 3 mq non sono garantiti, si viola l’art.3 della Convenzione europea dei diritti umani, che cita: Nessuno può essere sottoposto a tortura nè a pene o trattamenti inumani o degradanti (http://www.foroeuropa.it/index.php?option=com_content&view=article&id=475:rivista-2018-n2-art-3-graziani&catid=86:rivista-2018-n2&Itemid=101#_ftn6).

La strada giusta

In carcere ci finisce chi arriva da situazioni di poverta’ economica e culturale. Oltre mille analfabeti. Investire sull’educazione e sul welfare costituisce una forma straordinaria di prevenzione criminale. Nei tempi brevi non produce consenso. Nei tempi lunghi produce sicurezza.

L’istruzione è un diritto fondamentale della persona, libera o reclusa che sia, nonché lo strumento principale di emancipazione da qualsiasi percorso criminale.

La legge italiana lo elenca tra gli elementi di quel trattamento rieducativo che dovrebbe portare la persona detenuta a reintegrarsi nella società e a non commettere più reati. Senza l’istruzione aumenta il rischio che il carcere diventi una scuola di devianza (https://www.antigone.it/upload2/uploads/docs/PreRapporto2019.pdf).

L’alternativa

Da uno studio effettuato nel 2007 dal Direttore dell’Osservatorio delle misure alternative del Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria (DAP), emerse che la percentuale dei recidivi fra coloro che scontano una pena in carcere era del 68,45%, mentre nel caso di coloro che scontano una pena alternativa la percentuale scendeva al 19%.

Il carcere costa (2853 milioni di euro per il 2017), le misure alternative alla detenzione si scontano nella comunità, sono meno costose e più efficaci nel promuovere il reinserimento nella società ed evitare la commissione di nuovi reati. Ma soltanto poco più del 6% del DAP è destinato allo scopo di dare al detenuto gli strumenti per reinserirsi nella società (https://www.antigone.it/tredicesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/01-costi-del-carcere/).

Muri mentali

Come descrive bene Roberto “Vieni scarcerato a norma di legge, di quella stessa legge non rispettata in carcere e vieni gettato in libertà ad affrontare altre leggi insensate. La persona scarcerata rientra in quelle categorie sociali assimilabili agli “insufficienti” o “diversamente abili”, cose che sono solo un costo perché non funzionano bene, ma se entri nella precarietà di chi cerca lavoro da ex detenuto, o in esecuzione penale alternativa, sei una cosa che funziona male, non sicura, inaffidabile e potenzialmente pericolosa.

Sei deriso se presenti progetti capaci di offrire nuove risorse coniugando diversi bisogni, come una diversa esecuzione penale per rispondere a bisogni sociali e del territorio. Progetti socialmente accettabili, erano avvertiti politicamente inopportuni per i sindacati di polizia penitenziaria e per i partiti. La stessa politica che trasformava la guerra alla droga in caccia ai drogati e la guerra alla povertà nella caccia ai poveri.”

La strada per abbattere i muri, fisici e mentali, è lunga ed in salita.

 

Categorie: Europa, Non categorizzato, Nonviolenza
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