Un terremoto elettorale destinato a cambiare il panorama politico del Sudafrica, a 25 anni dall’avvio dell’era democratica sancita dalla vittoria a furor di popolo di Nelson Mandela, il 27 aprile 1994. Ma quei tempi non ci sono più e il suo partito, l’African National Congress, non è più il catalizzatore dei voti della maggioranza nera e nemmeno il suo principale oppositore, la DA, Alleanza Democratica, lo è dei voti dei bianchi e dei coloured. Per ora rimangono primo e secondo partito della Nazione Arcobaleno, ma i due blocchi si sono ora frammentati in tanti pezzi ed è difficile poter dire come si metteranno assieme e per formare quale scenario.

Il dato più preoccupante è l’astensionismo: l’8 maggio scorso, alle urne è andato solo il 65.34% dei sudafricani che si erano registrati al voto. Nel 2009 erano stati il 77.3%. Nel 1999, l’88%. Ma se si considerano i 10 milioni che non si erano nemmeno registrati, dimostrando sin da subito il proprio disinteresse alla politica, il totale degli astenuti fa poco più di 19 milioni e la percentuale di votanti sul numero di aventi diritto al voto scende al 47,55! Non a caso nel giorno dei risultati elettorali definitivi, il pomeriggio di sabato 11 maggio, i trend topics sudafricani su Twitter riguardano il football, a partire dalla partita Orlando Pirates – Polokwane City finita 3 a 0 per la squadra storica di Soweto.

In questa cornice, il secondo dato significativo di questa sesta tornata elettorale riguarda proprio l’African National Congress, sceso sotto quella soglia minima che era da sempre stata fissata al 60%. Il partito che fu di Mandela ha ottenuto il 57,51%. Nel Gauteng, dove si trova Johannesburg, ha raschiato il 53%: nelle ultime ore precedenti la chiusura della conta dei voti, più volte si era manifestato il rischio reale che scendesse addirittura sotto il 50%.

A livello nazionale, l’ANC ha perso 1 milione e 400 mila voti rispetto alle precedenti elezioni del 2014, quando già si erano sentiti i primi scricchiolii: quest’anno ne ha incassati poco più di 10 milioni. La Democratic Alliance rimane il secondo partito, ma perde quasi 500 mila voti su poco più di 3 milioni 600mila totali. Dove sono scappati questi elettori? In parte, sono andati a rafforzare il terzo partito sudafricano, l’EFF, Economic Freedom Fighters, una formazione relativamente giovane, socialista populista, che promette case, istruzione e servizi gratuiti e che guarda al disgraziato Zimbabwe come modello di pareggiamento dei conti con la storia: il movimento, fondato dall’ex capo dei giovani dell’ANC, Julius Malema, pesca infatti soprattutto nelle townships nelle quali vive la stragrande maggioranza dei neri che ancora non ha visto quei progressi economici promessi alla fine dell’apartheid. Le previsioni attestavano l’EFF al 10% e il risultato definitivo è di un 0.79% oltre, che fa sempre bene all’animo: in valori assoluti, ha superato 1 milione e 880mila voti, 700 mila in più rispetto a 5 anni fa. Il calo dell’ANC si spiega anche con il successo crescente dell’EFF e con una tenuta dell’Inkatha Freedom Party, il partito nazionalista Zulu che rimane quarto partito grazie soprattutto ai consensi nel KwaZulu-Natal.

A stupire è stato invece il boom di un piccolo partito di destra, riferimento dei bianchi afrikaner molto critici con il nuovo corso, il Fronte della Libertà Plus, Vryheidsfront Plus in afrikaans, Freedom Front Plus in inglese: rispetto al 2014, ha più che raddoppiato i voti, superando di poco le 400 mila preferenze. Pur rimanendo una realtà di ridotte dimensioni, in Parlamento ora avrà 10 deputati contro i due precedenti. Ed è allo stesso tempo serio campanello di allarme per la DA, alla quale ha eroso consenso e alla quale potrebbe continuare a eroderne. Un altro pezzo di voto bianco – 146 mila – è andato sull’ACDP, un partito di ispirazione cristiana.

Un voto quindi fortemente dominato dalle divisioni razziali, molto vive nel dibattito pubblico. Il Sudafrica di oggi è infatti un paese che ha superato gli schemi mentali dell’apartheid, ma che mantiene in ciascuna componente, nessuna esclusa, un forte sentimento di appartenenza identitaria. Il senso della Nazione Arcobaleno infatti è quello: tanti colori accostati a comporre uno splendido fenomeno. Non fusi, ma accostati. Il senso unitario passa attraverso la valorizzazione delle singole culture. Ma i decenni di promesse mancate e di crisi economica, sociale, infrastrutturale, hanno riaperto vecchie ferite. I nove anni di Jacob Zuma, più ancora che del suo predecessore Thabo Mbeki, coincidono con l’aumento del debito, il picco di corruzione, le mancate manutenzioni di strutture e infrastrutture una volta all’avanguardia, in primis gli impianti di produzione e distribuzione dell’energia elettrica, ormai fatiscenti e incapaci di soddisfare il bisogno di elettricità di cittadini e imprese. La società nazionale, Eskom, ormai un carrozzone pubblico da dismettere, periodicamente è costretta a staccare letteralmente la corrente: per lunghi periodi dell’anno, ogni mattina i sudafricani si svegliano e la prima cosa che controllano sono i dispacci del load shedding, per sapere in quali fasce orarie rimarranno in black out. Una situazione che pesa soprattutto sui più poveri che non si possono permettere generatori autonomi o sulle aziende, che si vedono calare la produttività. Poi ci sono i milioni di neri che ancora vivono in povertà estrema, nelle sempre più grandi distese di baracche di latta di venti metri quadrati senza bagni, spesso senza acqua calda e senza riscaldamento, nonostante la promessa di dotare tutte le “abitazioni” di pannelli solari. Ci sono anche le townships dei bianchi poveri, un numero mai censito ma un esercito sempre più visibile per le strade. E poi c’è la qualità delle scuole dei poveri, dove nemmeno gli insegnanti sono in grado di superare i test a cui dovrebbero sottoporre gli alunni. Un livello che si ripercuote sull’accesso all’università dove, come nel mondo del lavoro, agisce una affermative act che doveva servire i primi anni per rimettere sullo stesso livello bianchi e neri e che invece è diventata una nuova forma di discriminazione, positiva per i neri e negativa per i bianchi. E dannosa per tutto il sistema.

In questa situazione di crisi, come avviene in Occidente, come avviene in Italia, a crescere sono stati i partiti “estremisti”, o almeno quelli che propongono un’identità definita attorno a pochi e chiari punti programmatici, magari poco realizzabili, ma che tratteggiano una visione di società. Insomma, come sempre il Sudafrica non si comporta come il resto del continente africano ma segue, e subisce, i cambiamenti delle principali democrazie occidentali. Forse per la prima volta l’ANC e il suo presidente Cyril Ramaphosa dovranno cominciare a pensare ad aprire a coalizioni con gli altri partiti. La domanda che ne segue è la prossima sfida: quali?